martedì 18 settembre 2018

Sulla mia Pelle, e sui vaccini.

“QUAL SCREANZATO ACCOSTEREBBE MAI UN FATTO DI CRONACA COSÌ TRISTE AL DIBATTITO SUI VACCINI?”
Io.
Iniziamo male.
Ho visto,un paio di giorni fa “Sulla Mia Pelle”, il film documentario sull’ultima settimana di vita di Stefano Cucchi, arrestato per detenzione e spaccio di stupefacenti. La vicenda che riguarda il pover’uomo è stata sottoposta all’occhio clinico della cinepresa senza inutili patetismi. Quelle che ne emerge ad una lettura attenta e scevra di bias è che in quella vicenda non ci sono né ci sono stati vincitori né vinti. C’è stata una irripetibile prevaricazione dei diritti fondamentali (il diritto di non essere scassati di botte è tra quelli fondamentali dell’uomo, no?), ma tra “causa di morte” e “cosa ha portato qualcuno alla causa di morte”, la differenza è tra un’accusa di omicidio preterintenzionale e un’accusa di omicidio colposo. Per dire.
Ho detto “scevra di bias” non a caso. I pregiudizi con la quale si può vedere il film sono principalmente due:
  • ma Stefano Cucchi è morto perché era un drogato di merda: sbagliato. Stefano Cucchi è morto perché il pestaggio a cui è stato sottoposto l’ha sballottato in giro per diverse strutture con due fratture vertebrali. Nessuno può sapere cosa passasse nella testa di Cucchi quando ha rifiutato diverse cure (nonostante in una sola occasione lo dica esplicitamente), è facile però immaginare come una persona che sia stata pestata possa non essere collaborante.
  • ma Stefano Cucchi è morto perché lo hanno pestato a morte, Guardie Assassine, A.C.A.B.: no. Circa quindici anni fa un commissario di polizia è morto perché durante una rissa fuori da uno stadio qualche fenomeno gli ha tirato un mattone spappolandogli il fegato e decretandone la morte per emorragia interna in capo a poche ore. Stefano Cucchi è morto di stenti in seguito al pestaggio, ad una settimana di distanza da esso, dopo aver rifiutato le cure innumerevoli volte.
“Ma quindi?”
Aspetta lì un secondo. Adesso ci arrivo.
Entrambe le visioni sono sbagliate, come ho appena detto, perché la vicenda è molto complessa sia giuridicamente che non, e non essendo io un giudice, non sta a me giudicare. Quello che traspare dal film è che Stefano Cucchi sia stato vittima di un evidente abuso di potere e che in qualche modo il pestaggio perpetrato ai suoi danni abbia condotto alla tragica fine, pur non essendone la causa unica. Ed è fantastico. Perché questo è esattamente ciò che volevo per una vicenda simile: non facili condanne, gogne mediatiche in un senso o nell’altro, squadre che urlano e sputano accuse ed improperi una contro l’altra.
In fin dei conti il messaggio che ho tratto io dal film è quello che qualsiasi storia reale, o quanto meno verista, dovrebbe divulgare: “pensala come ti pare, ma non è esattamente così semplice.”
Bello.
Però.
Però entrambi i bias sono pericolosi, e forse il secondo più del primo. Perché sottintende quanto tutta una categoria (quella delle forze dell’ordine) sia non solo marcia (questa è dopotutto anche la tesi di coloro che stanno nell’altro schieramento), ma animata da cattive intenzioni, legittimando di fatto una serie di comportamenti lesivi di sé stessi (e mi interessa poco, filosoficamente parlando) sia degli altri.
Lo spaccio è lesivo “degli altri.”
Vendere sostanze nocive ad altre persone, è lesivo di quelle persone.
“Ma anche quelli contro i drogati legittimano comportamenti violenti o lesivi.”
È vero. L’ho detto che sono due bias molto pericolosi.
“E quindi?”
E quindi niente. Questo film meriterebbe di essere discusso nelle scuole non per quanto riguarda la nocività delle sostanze stupefacenti, per quello basta internet, se si vuole.
No.
Per promuovere una visione critica della realtà, di cui il film si fa -inconsciamente o meno- messaggero.
Torniamo ai bias. La presenza di due letture potenzialmente pericolose avrebbe dovuto in qualche modo guidare il regista e/o lo sceneggiatore verso una o l’altra interpretazione, in modo da fornire un’interpretazione della vicenda più netta e scevra da fraintendimenti?
No.
L’interpretazione è già palese così “guardate che le cose non sono sempre così semplici.”
Un autore è responsabile di quello che vuole dire e di quello che dice, non di quello che capiscono gli altri. Un film che afferma che non è tutto bianco e nero ma c’è anche il grigio, ed il grigio comprende U N  S A C C O di roba, è un gran film.
E questo si riallaccia al discorso dei vaccini, in qualche modo.
Ho letto un articolo dove si diceva ce a causa delle campagne NoVax, FreeVax, FreeWiFi e vattelapesca una giornalista era intimorita dal fatto che alcune organizzazioni stavano pensando di non pubblicare più dati discordanti da quanto già stabilito. Mi spiego.
I vaccini debellano le malattie ed impediscono lo svilupparsi di alcuni effetti nefasti delle malattie stesse. Nonostante non funzionino nella totalità dei casi, nella popolazione vaccinata sia le une che gli altri sono notevolmente ridotti.
Se un singolo studio venisse ad affermare qualcosa in contrasto con la precedente affermazione verrebbe sì tenuto in considerazione, ma con la clausola che senza ulteriori dati e studi di natura sia medica che statistica, non può essere considerato attendibile.
La popolazione ruminante, invece, dice che siccome esiste uno studio che dice il contrario, allora tutto il resto è fuffa.
Dice questo perché non ha capito un cazzo di come funzionino medicina in particolare e scienza in generale, e sulle cui motivazioni non indaghiamo.
A causa di questa parte di popolazione la comunità scientifica è giustificata nel suo nascondere eventuali dati?
NO.

La comunità scientifica ha l’OBBLIGO di rendere accessibili i suoi dati. Se il fruitore è un bonobo analfabeta, la risposta non è precludere l’accesso ai dati, ma far sì che possano capirli. Educare i bambini, i ragazzini ed i “young adults” al pensiero critico, di modo che capiscano i sottotesti, i significati di parole e locuzioni come “probabilità”, “media” e “rilevanza statistica”, che capiscano che la realtà non è bianca o nera, ma grigia -perlopiù-. Ed in tutto questo grigio ci sta un sacco di roba.

lunedì 16 luglio 2018

L’estate addosso

La mia giornata inizia alle 04.00 di notte. Mi sveglio di soprassalto dopo un incubo in cui un tizio vestito con una camicia a quadri e jeans laceri con la faccia coperta da una maschera da ho key insanguinata mi infila una paglietta d’acciaio in gola. Giusto il tempo di capire che sì, era un sogno, che mi accorgo che la spugna abrasiva era in realtà una manciata di sabbia: ho la gola talmente riarsa da fare male (e abito nella parte di mondo con il “clima temperato”!). Senza accendere la luce cerco di alzarmi dal letto. Qualcosa mi trattiene e se non fosse per i miei riflessi avrei appena fatto incontrare i miei denti ed il caricabatterie del telefono per un focoso quanto breve bacio del buongiorno. Buttando le braccia in avanti ho scansato questa terribile evenienza mentre sgambetto come un forsennato per cercare di sbrogliare le gambe dal groviglio sudato che le attanaglia.
Infine in piedi vengo intercettato dal ventilatore che mi congela addosso il sudore facendomi rabbrividire, mi affretto verso il bagno (sempre senza accendere la luce), apro il rubinetto e bevo famelico ingurgitando aria e acqua tiepidina in egual misura mentre il mio ventre, già abbastanza proteso verso le situazioni sociali, si gonfia come un pallone. Quando sembra non poterne più l’acqua è diventata fredda e pertanto ne ingurgito un altro paio di sorsi.
Mi passo l’avambraccio sulla fronte senza capire quale delle due parti del corpo sia più viscida di sudore. Una goccia mi cola nell’occhio destro e scopro che il sudore è ricco di sale. Faccio l’errore di voler alleviare il bruciore passando sull’occhio il dorso della mano. Sudato pure quello. Mando il mondo intero a quel paese e con un occhio chiuso mi avvio verso la camera. Stavolta accendo la luce e vedo una sagoma scura dalle fattezze vagamente umanoidi dipinta sul copri materasso. Mando a quel paese pure il copri materasso. Sollevo le lenzuola dal pavimento e le butto sul letto, mi butto sul letto pure io e spengo la luce.
La macchia di sudore è gelida, rabbrividisco.
Ogni volta che il ventilatore mi spara l’aria addosso rabbrividisco.
Vrrrrrrrrr.
Vrrrrrrrrr.
Vrrrrrrrrr.
Vrrrrrrrrr.
Spengo il ventilatore e chiudo gli occhi.
Dopo neanche venti secondi il tasso di umidità nell’aria è cresciuto al punto da rendere impossibile la respirazione.
Riaccendo il ventilatore e chiudo gli occhi.
Sono le 04.17 quando LA bolla d’aria madre di tutte le bolle d’aria che si è creata dentro al mio stomaco decide di percorrere l’esofago verso l’alto. Mi sveglio con una sensazione di disagio in gola e mi esibisco NEL rutto padre di tutti i rutti. Complice la finestra aperta i cani del vicino iniziano ad abbaiare.
Sono le 05.00 e mi sveglio perché il materasso è completamente fradicio.
Vrrrrrrrrrr.
Vrrrrrrrrrr.
Vrrrrrrrrrr.
Mi scanso quel tanto che basta a giacere su un angolo asciutto. Chiudo gli occhi.
Sono le 05.30, è l’alba. Lo so perché il sole è sorto esattamente sui miei occhi, svegliandomi. Mi alzo e chiudo leggermente gli scuri. Mi stendo e chiudo di nuovo gli occhi.
Sono le 06.00 e il camion dell’immondizia porta via il vetro. Devo tenere la finestra aperta perché altrimenti non respirerei. Alle 06.03 se ne va il camion e chiudo gli occhi.
Sono le 06.03 e un tipo in moto passa sotto casa mia svegliandomi. Evidentemente ha un sacco di fretta. Mi metto a pensare a tutte le soluzioni che finiscono in -cidio che impedirebbero a lui di correre così con la moto oppure consentirebbero a me di dormire. Auspicabilmente per sempre.
Me ne vengono in mente sei di cui uno potrebbe esser fatto passare per incidente. Sorridendo mi sposto in un angolo asciutto del letto e mi riaddormento.
Sono le 06.30 e suona la sveglia. Mi metto seduto sul letto e un giramento di testa quasi mi rimette a dormire. Aspetto qualche secondo e mi tiro in piedi mentre la vista mi si oscura per una frazione di secondo.
Vado al bagno e vedo, per sbaglio, il mio riflesso. Un tizio completamente lucido di sudore e con due occhiaie talmente profonde da poter essere usate come acquari per rane pescatrici mi scruta attraverso due occhi strizzati in modo da far entrare meno luce possibile. Riesco comunque a vedere la sclera arrossata.
Mando a quel paese pure il mio riflesso, mi lavo la faccia e mi accorgo di avere gli occhi secchi, ma almeno riesco ad aprirli un po’ di più. Vado in cucina, apro il frigorifero e mi bevo un litro d’acqua mentre sento uno stridulo rumore di fondo. Quando ho finito metto a posto la bottiglia, chiudo il frigo e dico: “Eh?”
“Buongiorno!” Dice mia madre.
“Ah, sì. ‘ngiorno.”

mercoledì 11 luglio 2018

Come te nessuno mai (finora)

Ho sonno.
Chiunque mi conosca neanche poi molto sa quanto questa sia una condizione più o meno perenne nell’arco della mia vita. O almeno degli ultimi anni. Quello che magari non sa chi mi conosce neanche poi molto è che soffro d’insonnia. Ho sonno ma non dormo. È divertente.
Sto con gli occhi ancora gonfi della notte passata appoggiato al bancone del bar. Sono le 07.40 della mattina e la barista mi ha già servito “il solito”: un caffè (rigorosamente doppio) e un cornetto. Quanta italianità in questa ordinazione nessuno mai.
Sento una voce arrochita, maschile, probabilmente appartenente ad una persona assonnata quanto me. La curiosità emerge lentamente dalla nebbia e inizio a voltarmi verso il possessore di tale voce: uomo, circa un metro e ottanta e con tutta probabilità con un altro paio di altri -anta, la testa abbattuta atlanticamente in avanti e sorretta da una felpa allacciata intorno al collo “perché la cervicale non si sa mai”, polo bianca (non della Polo né della Fred Perry. Soltanto una polo.) sgualcita, pantaloni appartenuti negli anni -anta ad un completo finlandese, e Crocks (rigidamente tarocche, ci mancherebbe) blu scuro ai piedi.
Sì. È assonnato quanto me. Almeno.
Sì avvicina con passo strascicato al bancone e chiede a mezza voce qualcosa che finisce con -ntino.
La barista allunga una mano sotto al bancone, stappa una bottiglia di frizzantino e del giallo nettare ne riempie generosamente un bicchiere di plastica.
Lui afferra il bicchiere e strascicandamente, se ne va.

lunedì 11 giugno 2018

Parte 3j: Filtri 10

Stavamo dicendo?
Una notte da lupi. Non si vede neanche una stella.
La stella più vicina visibile ad occhio nudo di notte è Alpha Centauri, a circa quattro anni luce da noi. Sai cosa significa? Certo che lo sai, tu sei me. Significa la vediamo con quattro anni di ritardo. Significa che qualsiasi cosa accada attorno ad Alpha Centauri, noi la vediamo circa quattro anni dopo. Se non ci fossero le nubi potremmo star guardando con occhi incantati qualcosa che sta morendo, inconsapevoli del suo destino.
È molto triste.
Stai solo abbastanza tempo e scopri che tutto ciò che è bello fa schifo e ciò che fa schifo non ha importanza.
Ma tu vuoi scoprire che fine ha fatto il ragazzino.
A dir poco.
Perché?
Perché no?
Perché non sei un detective, tanto per cominciare. Perché sei un civile, tanto per cominciare, perché non siamo in America, tanto per cominciare, e anche se lo fossimo non saremmo in uno di quegli stupidi film d’azione, tanto per cominciare.
Dio, vi preferivo quando eravate degli stronzi.
Noi siamo te.
L’ultima volta che andai dalla terapista fu proprio questo ciò di cui parlammo.
“Quindi queste voci ti maltrattano, Roberto?” Disse mentre sfogliava interessata il mio diario.
“No, non sempre. Come è scritto sul mio diario.” Strascicai volontariamente l’ultima parte della frase con fare canzonatorio, mi sentivo preso in giro. Prima mi aveva chiesto di tenere un diario e poi mi faceva domande a cui avevo già risposto? Non mi pare un comportamento granché coerente. O rispettoso.
“Sì, cercavo solo di trovare uno schema...”
“Allora forse potrei renderle la vita più semplice dottoressa.”
“...ah sì?”
“Lo ha detto anche lei che le voci sono in realtà me stesso proiettato verso l’esterno, è giusto? E io, in questi diciotto mesi in cui le ho pagato la manicure, l’intimo di pizzo che fa finta di nascondere sotto l’abbigliamento formale e che tutti facciamo finta di non notare, le rate di queste poltrone di design, la penna che stringe in mano in questo momento, la tavoletta su cui poggia il taccuino ed il taccuino che stringe in mano in questo momento, le scarpe, lo smalto, gli orecchini, il suo pranzo, la sua cena e le sue bollette, in questi stramaledettissimi diciotto mesi in cui ho preso a pugni i muri per potermi impedire di distruggermi il fegato a suon di alcool da discount, mi sono raggomitolato sul letto per il gelo che pervadeva le mie membra facendomi provare una sensazione di morte che non avrei augurato a nessuno, ho avuto la sensazione che se avessi grattato con un’unghia sotto la sottile superficie del mondo avrei trovato un marasma brulicante di parassiti che con le loro piccole zampette e mandibole diaboliche mi sarebbero entrati sotto la pelle e mi avrebbero divorato le interiora, in cui mi sono ritrovato con gli occhi lucidi abbracciato a mia sorella sotto il cielo notturno illuminato dai fuochi d’artificio, in cui mi sono aggrappato con tutta la forza a sit-com e film comici per poter sorridere di nuovo, in cui ho parlato persino con gli anziani che frequentano il mio bar per non sentire il peso schiacciante della solitudine, ho provato sempre le stesse emozioni?”
La vedo prendere fiato per parlare, la fronte corrugata ed il viso arricciato in un’espressione offesa, ma alzo una mano con forza per zittirla. E funziona.
“No, dottoressa. Mi dispiace, davvero. Ci ho provato, ma non ci riesco.”
“Non ci hai provato, Roberto. Consideri il tuo intelletto mediocre superiore -forse di poco, ma indubbiamente superiore- alla media, e consideri alternatamente la consapevolezza di sé che ne deriva come un incredibile dono che ti permette di vedere le trame nascoste del comportamento umano o una maledizione che, e cito “depaupera l’esistenza del suo significato ultimo”, sono parole tue. La verità, quella che rifuggi come se fosse il demonio, in cui non credi professandoti ateo, è che hai il controllo della tua mente. Hai deciso di iniziare a bere, hai deciso di non cercare vendetta, hai deciso di cercare aiuto e di smettere di bere. Potresti esserti rimesso in carreggiata, se lo volessi, e invece passi le giornate come un piagnucolante cumulo di lenzuola abbandonato sul letto. L’unica, l’unica cosa che non hai scelto, sono le voci per cui non vuoi prendere farmaci, e lo accetto. Ma che tu ti metta a sputare sui miei anni di studio e sulla fatica che ho fatto per arrivare sin qui no, non lo accetto né come professionista né tantomeno come persona. Pertanto, se quello che hai detto è quello che pensi davvero, non preoccuparti della mia biancheria intima né tantomeno di nessun altro aspetto della mia vita, e prendi questa seduta come offerta dalla casa. Però gradirei che coerentemente con il disprezzo che dimostri non entrassi più nel mio studio.”
Completamente basito di fronte al ritorno di fiamma del mio scatto d’ira e non senza celata ammirazione per tanta dignità mi alzai in silenzio e infilai la porta dell’ufficio, lasciandomi alle spalle le poltrone di design, le librerie in noce, la bella immagine di Arianna ed il pomolo tondo della porta. Come cortesemente chiestomi dalla dottoressa non pensai più nemmeno lontanamente di tornare nel suo studio; né, d’altro canto, nello studio di nessun altro psicologo.
Le persone ti sorprendono sempre, eh. Un attimo pensi che una sia tutta un topo di biblioteca snob piena di nozioni inutili, e l’attimo dopo sfodera un carattere niente male.
Chiunque abbia dei diritti acquisiti, più o meno meritatamente, combatte a spada tratta per difenderli.
Stai pensando agli scioperi.
Sto pensando a molti scioperi della classe dirigente. O al diritto che la mia terapista si è arrogata non appena sono state messe in dubbio la veridicità e l’applicabilità del suo percorso di studi e della sua professione in genere.
Beh, devi ammettere di aver esagerato.
Era stata una brutta giornata.
Quando mai non lo è stata?
Touché.
Le notti invernali sono incredibilmente silenziose, anche se non ci facciamo caso. D’estate è tutto un frinire di grilli e cicale e il gemere dei gatti in calore e poi, al sorgere del sole, un cantar d’uccelli, e poi i galli e poi gli infiniti latrati dei cani. D’inverno, invece, nulla di tutto questo. Il silenzio cala come una coperta soffice e spegne tutto, tranne l’occasionale ululato del vento gelido, acuminato, tra noi ed il quale frapponiamo sempre più chiusure possibili così da non doverne sentire più il morso.
Stasera non c’è vento e la coltre di nubi si muove pigra senza disfarsi mai, sfilacciando la luce della Luna ma senza consentire a nulla di più flebile di raggiungere i nostri occhi.
Tra poco devo andarmene.
Non devi andartene, andare è un verbo che si usa quando ci si muove da una parte ad un’altra. Ala fine della ciclabile tornerò in mezzo alla civiltà e ai suoi lampioni e tu svanirai lasciandomi finalmente in pace.
Ma stavamo parlando così amabilmente.
Non dire stupidaggini.
Magari devo iniziare a pensare che la nostra compagnia ti piaccia.
Mi hai stancato.
Inizio ad allungare il passo. Manca ancora poco.
Dici sempre così ma in fon...
La voce alla mia sinistra scompare non appena varco i blocchi di cemento che sbarrano la pista ciclabile a tutto ciò di appena più ingombrante di una bicicletta.
...do ti senti terribilmente solo quando non ci siamo.

Alzo lo sguardo verso il lampione e la luce ammicca per qualche decimo di secondo. Sospiro sconsolato. 

mercoledì 25 aprile 2018

Parte 3i: Filtri 9

Sei soltanto un guardone.
È vero.
Non hai nessuna qualsivoglia capacità.
Anche questo è vero.
Quindi non ti interessa.
È una cosa insolita.
Lo è davvero? Un ragazzino si è suicidato. Succede.
Sento la voce di Angelo ma non capisco cosa mi stia dicendo. Lo metto a fuoco sbattendo un paio di volte le palpebre.
“Perdonami Angelo, ero sovrappensiero, cosa stavi dicendo?”
“Va tutto bene? Sei rimasto immobile a fissare il vuoto per un’eternità...”
“Sì, ero sovrappensiero. È tutto a posto.”
“Sicuro?”
Sei solo. Nessuno ti accoglie sorridente quando arrivi a casa, anzi, nessuno che tu non paghi ti accoglie sorridente; non hai nulla che ti faccia alzare dal letto ogni singola mattina della tua vita a parte il tuo puerile attaccamento alla tua ridicola esistenza. Tua moglie è morta, tua sorella ti odia, gli oggetti ti parlano e l’unico lavoro che riesci a fare è stare acquattato tra le siepi a fare foto a gente che scopa.
“Sì, Angelo. Quanto ti devo?”
“Uno e ottanta” dice mentre le sue sopracciglia si avvicinano tanto da farlo sembrare un uomo di neanderthal, appena prima che la sua professionalità gli faccia spuntare il suo professionale sorriso cordiale e gli stenda tutte le asperità sul volto.
“Ecco a te. Grazie del caffè e nuona serata!”
“Grazie a te.”
Mentre pronuncia l’ultima sillaba ho già aperto la porta d’ingresso e l’aria gelida della notte mi sbatte addosso facendomi lacrimare gli occhi.
Il sole era tramontato prima che uscissi di casa ma soltanto ora noto la luce arancione artificiale che illumina il mondo.
Nonostante sembri tardi non lo è. Molti stanno rincasando dopo una giornata di lavoro e le strade sono pervase dalla stanca versione del tramestio mattutino: all’inizio della giornata serbiamo il sonnolento timore di star per vivere esattamente le stesse sedici ore del giorno precedente; al suo termine abbiamo dipinta in volto la rassegnazione di chi ha scoperto sulla sua pelle che i suoi timori si sono realizzati TUTTI.
Questa routine, però, che ad alcuni risulta soffocante al punto da spingerli a chiedere aiuto a sconosciuti supponenti che, seduti su poltrone di design, chiedono loro se hanno ricevuto la giusto dose di attenzioni dai rispettivi genitori, per sapere per quale motivo all’improvviso la loro vita non sembri più così invidiabile; ad altri calza come un maglione caldo la sera di Natale.
Essere consapevoli di ciò che succede e di ciò che si fa e avere la possibilità di interrogarsi circa lo scopo ultimo di tutto ciò è la più grande benedizione e contemporaneamente il peggior anatema che potesse essere scagliato sull’essere umano. Se, da un lato, non si corre il rischio di scoprire a cinquant’anni di aver buttato nel cesso buona parte della proprio esistenza, la domanda sul fine ultimo scava sotto la superficie, nell’estremo entroterra delle sensazioni e genera un orrore profondo, che graffia e corrode l’anima ad ogni ora, minuto, secondo. La fuga è immediata, in ogni rituale, credenza, superstizione, tutti atti a spazzar via l’atavico terrore del vuoto che abita dietro agli occhi, a solo una mollica di traverso di distanza.
Sono finalmente arrivato alla strada pedonale che costeggia la zona industiale di Castel Bastiani a nord e fa da confine ai campi coltivati a sud, fino ad arrivare a Mirandola. D’inverno la terra brulla da un lato contrasta con i capannoni dall’altro, quasi come fossero due fazioni in guerra: da una parte parcheggi, prefabbricati e strutture in prefabbricato grigio, dall’altra la terra brulla, arata e pianeggiante, interrotta nella sua monotonia soltanto da gracili alberelli spogli con i rami scarni tesi verso il cielo e sullo sfondo, appena visibili come ombre attraverso la foschia, i dolci pendii che caratterizzano questa regione.
Di notte, come in ogni luogo del mondo, tutto cambia: da una parte i parcheggi mortalmente silenziosi ed i lampioni che troppo radi proiettano coni di luce bianca, scandendo con meticolosa regolarità la vittoria dell’uomo sulla natura; dall’altra oltre qualche metro di terreno dissodato, disseminato di ombre spigolose ed il buio assoluto sovrastato, nelle notti serene, dalla volta celeste con i suoi eleganti ricami di brillanti.
Stasera non ci sono stelle e la luna è soltanto una frastagliata macchia pallida dietro le nubi.
Beh, è un po’ inquietante.
Vedo un’ombra camminare alla mia sinistra, appena oltre la zona illuminata.
Nera notte per neri pensieri.
L’ombra ride piano, con leggerezza.
La prima volta è stata il giorno dopo la morte di mia moglie. Mia sorella mi ha accompagnato a casa, era circa l'ora di cena. Non ho mangiato nulla, mi sono spogliato e sono andato a dormire.
Dopo alcuni minuti ho sentito qualcuno respirare alle mie spalle, mi sono girato le spalle e ho visto un'ombra distesa al mio fianco.
Mi sono svegliato la mattina dopo in un letto d'ospedale con la testa che girava vorticosamente e pulsava come se qualcuno ci stesse facendo dentro un rave. Vedevo sfuocato, ma sentii, anche se rimbombante, la voce di mia sorella che mi raccontava come avessero chiamato la polizia perché qualcuno urlava correndo lungo la strada, di come mi avevano trovato in stato di evidente shock, di come mi avessero sedato, portato in ambulanza in ospedale e risedato perché potessi dormire e non facessi impazzire tutto l'ospedale. Un medico mi ha prescritto delle pasticche da prendere all'ora di cena. Il ricordo dell'ombra mi è tornato pian piano, un paio di giorni dopo, mentre ero talmente stordito dalle medicine da non poter avere nessuna reazione in merito.
Una notte da lupi, vero?
Odio le domande retoriche.
Una notte da lupi.
Già va meglio.
Ti noia se ti accompagno?
Sì.
Puoi mandarmi via quando vuoi.
Non posso. Non ne sono mai stato capace.
E invece mi pareva...
Ti sembrava male. Accettandovi come parte della mia vita posso mettervi a tacere se elimino l'oggetto a cui il mio cervello ha assegnato la voce. Tu non hai oggetto. Forse se ti sparassi spariresti. Forse no. Comunque sparare in giro a caso è reato.
Oh, scusami. Non intendevo ferirti.
Certo che no. Tu sei me.
Che mi dici di quella ragazza?
Immagino non ci sia modo di evitare questa conversazione.
L'hai detto tu. Non puoi mandarmi via.
Già. Non so neanche come si chiami. Fine.
Puoi scoprirlo, però.
Non rispondo. Sento una macchina lontano.
Ti ricordi com’è iniziato?
Certo. Non passa un minuto senza che i ricordi mi tormentino.
In quel periodo stavo male. Forse sono stato sempre di temperamento depresso e alcuni eventi nella mia vita hanno fatto emergere questo mio lato più prepotentemente di altri. Non saprei. Non avevo voglia di vedere nessuno perché nessuno poteva aiutarmi e non avevo voglia di fare nulla perché non c’era nulla che valesse la pena di esser fatto. Continuai, all’epoca, a frequentare l’università come ci si aspettava che facessi, consumando una teatrale quantità di birra per poter continuare a ridere sguaiato alle battute che mi venivano rivolte. Con il tempo i ricordi si sono fatti più confusi, non ricordo più per quale motivo stessi male in quel periodo. Un pomeriggio mia sorella mi venne a trovare a sorpresa per un caffè e portò Valeria con sé. Non la conoscevo ancora.
Aprii la porta con indosso un pigiama beige e blu che puzzava terribilmente di sudore, con la barba sfatta da tre settimane, i capelli sporchi e scarmigliati e gli occhi arrossati dall’insonnia e vidi, dietro mia sorella, una ragazza con i capelli castani, lisci, e una frangetta che le arrivava quasi fino agli occhi. Gli occhiali, grandi e con la montatura di plastica di un viola talmente scuro da sembrare nero, incorniciavano due grandi occhi castani. Intravidi una lievissima spruzzata di lentiggini sulle guance ed un sorriso roseo e, pensavo all’epoca, timido.
“E lei chi è?”
“Valeria, una mia amica”
“E che ci fa qui?”
Non mi aspettavo che Valeria rispondesse. Mi aspettavo che lo scambio di battute sarebbe continuato tra me e mia sorella che iniziava a darmi dell‘ incredibilmente maleducato. Invece parlò. La sua voce, leggermente più grave di quanto il suo viso tondo lasciasse pensare disse:”Sono una studentessa di zoologia. Volevo vedere la tana di un vecchio orso in fin di vita.”
Avevo ventiquattro anni, e abitavo con i miei che in quel momento lavoravano.
Non mi ricordo quasi nient’altro di quella giornata se non il timore che il tempo passasse troppo in fretta e i miei arrivassero a interrompere qualsiasi cosa stesse succedendo.
L’unico altro ricordo che conservo è che disse sia a me che a mia sorella che avremmo dovuto vedere un film. “L’Odio” o qualcosa del genere.
Fu un bel pomeriggio.

Non lo so, ricordo solo che se ne andarono prima che me ne accorgessi. Razionalmente è stato un bel pomeriggio, certamente. Ma all’epoca ero troppo concentrato su me stesso per avere un qualsiasi giudizio a riguardo.

giovedì 1 febbraio 2018

Parte 03h: Filtri 8

Affondo la forchetta nelle cotolette, le infilzo senza che oppongano resistenza mentre l'acciaio inox le sfalda. Non uso il coltello -non per questa roba- e ne mangio un boccone. È viscido, con la grana della panatura che mi punge il palato e la lingua, ed è unto, troppo. Il sapore dell'olio invade le papille gustative coprendo tutto il resto.
Vango assalito da conati di vomito, mi alzo e apro il rubinetto: un sorso d'acqua mi aiuta ad inghiottire il bolo molliccio e unto che mi sono preparato per cena.
Quindi? Che farai?
Finirò di cenare e scenderò al bar. Prenderò un caffè e andrò a piedi verso il Bar Centrale. Ci metterò più o meno un'ora, forse un po' di più. Mi siederò ad un tavolo ed aspetterò il cliente, avrò un colloquio con lui, tornerò a casa piedi e mi stenderò sul letto, lottando contro l'insonnia e sperando di riuscire a prendere sonno senza voler morire troppo intensamente.
Una serata piena.
Davvero.
La mia cena è quasi immangiabile.
Mi piaceva cucinare, prima. Mi piaceva mangiare bene, quando c’era Valeria. Ogni volta che la sapevo nei dintorni una calma non mia invadeva la mia mente, la sensazione che andasse tutto bene, la consapevolezza di stare bene esattamente così, senza dover cercare null’altro, hanno un potere incredibile sui nervi, riuscendo a placare persino i caratteri più scontrosi.
Quando avevo tredici anni ho tirato la mia bicicletta ad un ragazzino più piccolo. Mi prendeva in giro, e l’avevo avvertito che se non avesse smesso mi sarei visto costretto a prendere provvedimenti. Mi sfidò a provarci. Con un sospiro rassegnato sollevai una bicicletta e gliela scagliai addosso. Aveva quasi fatto in tempo a fuggire, lo presi soltanto di striscio su un polpaccio.
A quattordici anni un ragazzino mi prese in giro per una settimana al centro estivo, fino a che non abbiamo fatto una gita al mare. Lo buttai a terra, gli afferrai i capelli e lo trascinai per venti metri con la faccia nella sabbia.
Tra i diciotto e i ventidue anni rischiai per sei volte di rompermi la mano destra sferrando un pugno al muro.
All’epoca l’unica reazione che riuscivo a suscitare negli altri era uno stanco stupore che quasi sempre culminava nella retorica:”Ma ti pare il modo di comportarsi?”
Sì. Mi pareva eccome.
Poi arrivò lei. Ci conoscemmo, iniziammo ad uscire insieme e una sera, quando era uscita con le sue amiche, ebbi un altro attacco d’ira.
Con tre pugni divelsi la porta dell’armadio. Glielo dissi, mi sembrò stupido nasconderglielo, e lei reagì con una preoccupazione ed un dispiacere talmente genuini da farmi desiderare di prendermi a pugni da solo.
Vedendo la sua espressione decisi che avrei fatto di tutto perché lei non dovesse più dispiacersi di nulla. Ho quasi smesso di sfogare i miei attacchi d’ira sferrando pugni ad oggetti inanimati, ma non per imposizione. Soltanto vederla, sentire la sua voce, accogliere la sua esile figura tra le mie braccia, mi donava una calma quasi irreale.
Una volta eravamo così, abbracciati e in silenzio, prima di andare a vivere insieme, nel mio letto.
“Roberto?”
“Mh...?”
“Ma secondo te quante, tra le persone che vanno a vivere insieme, hanno quello che abbiamo noi?”
“Non lo so. Io ho te. E non potrei essere più fortunato di così. Del resto del mondo non mi interessa.”
“Lo so, ma non ti mette tristezza?”
“Non ci avevo mai pensato.”
“Lo so.”
“È molto triste.”
“Sì.”
Rimanemmo in silenzio, abbracciati, probabilmente pensando entrambi a quanto dovesse essere terribile vivere con una persona che non si ama quanto ci amavamo noi.
Adesso è morta.
Lo so. Grazie.
E tu vivi con la persona che odi di più al mondo.
So anche questo. Grazie.
La mia testa sembra piena di mattoni, con una pressione sulle tempie, come se qualcuno mi avesse infilato del poliuretano espanso nel cervello. So già fin troppo bene cosa significa questa sensazione: astinenza da caffeina.
Anche l’ultimo boccone è sparito nel mio esofago. Devo vestirmi un po’ di più se voglio andare al Bar Centrale a piedi.
Indosso il maglione di questa mattina e prendo dal mobile dell’ingresso la mia sciarpa grigio chiaro ed i miei guanti di pelle nera.
Infilo la porta e scendo le scale di corsa, il portone, poi il portone sovrastato dall’insegna al neon fucsia e verde terribilmente anni ‘80 del Bar Smith ‘84 -Angelo Mottanaci, il padrone e barista è appassionato di letteratura. Fu uno dei motivi per cui mi piacque, all’epoca, l’idea di trasferirmi qui con mia moglie- e mi dirigo al bancone con il solito passo, seguendo la solita strada leggermente obliqua rispetto al locale.
“Buonasera Roberto! Come posso aiutarti?”
Angelo è appunto uno dei motivi segreti per cui accettai di trasferirmi in questo buco dimenticato da Dio. Ci sono persone che si sono trovate, in seguito a varie vicissitudini, a dover gestire un bar od un negozio e le loro rispettive clientele. Poi c’è chi è nato per avere dei clienti.
“Ciao, Angelo. Il solito, grazie.”
Avevi detto “un caffè”.
E invece ne prendo uno doppio. Ho mentito, andrò a letto senza cena?
“Ecco a te, Roberto! Hai aggiustato la televisione?”
Non la ho più. L’ho lanciata giù per la tromba delle scale non ricordo durante quale campagna elettorale. Di solito accampo scuse per non essere aggiornato su qualche fenomeno pop tipo “la mia televisione è rotta” ma la verità è che non mi frega più un cazzo di nulla. Non delle guerre, calde, fredde, reali o potenziali che siano; non degli incidenti, delle elezioni, delle promesse del magico mondo delle televendite, dei documentari, dei film, dei libri, dello scrittore che per la terza volta in un anno presenta il suo nuovissimo libro mentre sta comodamente stravaccato su una poltrona di design mentre qualcun altro viene pagato per fargli delle domande decise a tavolino dal suo agente.
Nulla.
Ma non si sta mai da soli in Italia, se si prende il caffè.
Angelo sa tutto, è abituato a stare in mezzo alla gente. E sa anche che se una persona è sola per la maggioranza del suo tempo accetterà una chiacchierata su più o meno qualsiasi cosa.
“Non ancora, l’ho mandata in assistenza.”
“Allora non sai nulla del ragazzino?”
Oh, ma dai, non lui, ti prego...
“Quale?”
“In pratica questo ragazzo riempie la cucina di gas, si impicca e poi, non si sa ancora come, fa saltare tutto per aria. La colonna di fuoco lo spara attraverso la finestra giù fino al marciapiede su cui era parcheggiata, con le quattro frecce, la macchina dell’assessore alle politiche giovanili. Allora Rolando, incazzato a mostro per averci rimesso la macchina, fa su un polverone e mobilita tutte le forze dell’ordine legate in qualche modo a questo posto dimenticato da Dio.”
“Ma a cosa serve impiccarsi e far esplodere il proprio appartamento?”
Già, a cosa serve?
Non ti interessa.
No, infatt...
Ignoralo!
Sì, non mi interessa. Un cazzo di ragazzino depresso fa qualcosa di incommensurabilmente stupido. Sai che novità.
“Non ne ho idea, e sai cosa hanno trovato quando sono entrati nel suo appartamento?”
Non ti interessa.
“No, cosa?”
“Carta. Fogli, un sacco di fogli bruciati, sparsi per tutto l’appartamento. Molti frammenti, i più piccoli sono finiti anche per strada.”
Fogli...
“Avrà scritto una lettera d’addio.”
“Forse, ma doveva essere molto lunga, sembra che l’appartamento ne fosse letteralmente pieno.”
Un sacco di fogli...
Non ti interessa, non sei un detective privato come quelli dei film, cosa credi di fare? La polizia ha professionisti veri preposti a questo lavoro, tu cos...


Silenzio. Devo vedere quell’appartamento.

venerdì 26 gennaio 2018

Antichi

Erano le sette e quaranta. Ero davanti al bar ad aspettare che la mia dose di caffeina e di carboidrati diventasse disponibile per mezzo di una forma di vita conosciuta con il nome di tipadelbar.
Tipadelbar stava mettendo in ordine il bancone, disponendo i vassoi di cornetti con la nutella, la crema, la crema chantilly, la pasta di mandorle, vuote, sandwich con il prosciutto crudo, il cotto, il salame, tonno e maionese, pomodori, pizzette bianche, pizzette rosse, pizzette margherita (che suona malissimo) e nel farlo, ogni volta passava davanti alla macchinetta del caffè senza degnarla di uno sguardo, come se dal funzionamento della macchinetta non dipendessero affatto la corsa agli armamenti, la politica estera delle potenze mondiali, il destino dell’umanità e altre bazzecole di questo tipo.
Tipadelbar ha alzato lo sguardo per un attimo, distogliendosi dal suo lavoro per fissarmi. Le sue pupille si sono fissate con militare e cecchinica precisione dentro le mie, il suo sguardo era nei miei occhi e mi frugava nel cervello, nel cuore, nell’anima, alla ricerca di non so ancora bene cosa. Il mio unico pensiero cosciente, in quel momento, è stato “Ti prego, aprimi.”

Vedo le sue sopracciglia avvicinarsi fino a diventare quasi una linea unica, e la vedo voltarsi per andare nel retro, indifferente -o forse sorda- alla mia muta, eppure disperata, richiesta di aiuto.
Mai avrei pensato di trovarmi, nella vita reale, al cospetto della personificazione stessa del Male, della concubina del Maligno, meretrice di Babilonia, puttana dell’apocalisse, guscio vuoto e senz’anima ricolmo di malvagità brulicante e imperscrutabile.

Sospiro, abbattuto, volto le spalle alla speranza, e me ne vado.

lunedì 22 gennaio 2018

#challenge

È seduta di fronte a me. A separarci solo il corridoio dell metro. Seduta con la schiena dritta, quasi sull’attenti. Il mento tenuto in alto, lo sguardo che scruta l’orizzonte, senza trovarlo.
“Sono destinata a compiere grandi cose”
“Ne sono sicuro, signora.”
“Oltrepasserò le colonne d’Ercole e sfiderò l’ira divina, se sarà necessario.”
“Sicuramente troverà un’avversaria degna di Lui, signora.”
“Sicuramente.”

Fossero stati altri tempi, altri luoghi, sono sicuro che la conversazione sarebbe stata questa. Per un secondo è come se le due epoche si sovrapponessero e vedo un vestito in broccato rosso, al posto dello sgualcito cappotto elegante in lana cotta nera, un paio di scarpette di seta al posto delle scarpe con un tacco 4 ed una corona che cinge una pettinatura spiraliforme, invece dei capelli appena scarmigliati.

C’è una differenza sostanziale tra chi tratta male le persone per sentirsi importante e chi le tratta bene perché sa di esserlo. E sono quegli occhi, e la serenità austera che quegli occhi color del ghiaccio riescono a stento a contenere.

Non me ne accorgo nemmeno ed un sorriso mi affiora tra le labbra. Lei lo vede. Immediatamente la pelle ai lati degli occhi e agli angoli della bocca si invagina in fessure che conosce a memoria, sorridendomi di rimpando.
Poi, un fremito della punta del mento, le labbra si fanno più sottili e si incurvano in senso opposto. La pelle non aa più come piegarsi, non sono curve che è abituata a fare. Solleva una mano ed un guizzo di tessuto colorato le compare tra le dita e guida mosso da forza oscura la mano verso l’occhio sinistro. Appena un secondo indugia accanto al naso, e poi torna delicatamente in grembo.
Soltanto ora noto che ha gli occhi arrossati.