giovedì 10 gennaio 2019

Monte Baldo


È incredibile quanto possa essere traballante una funivia senza essere per questo danneggiata. Certo, a pensarci è ovvio: i tralicci che accelerano la cabina ne accelerano la parte superiore mentre la parte inferiore della cabina, dove stanno i passeggeri, è quella che contiene la gran parte della massa. Per inerzia, quindi, la cabina inizia ad ondeggiare inquietante ad ogni accelerzione.
Possiamo parlare poco, io e Lei. Il rumore ci costringerebbe ad urlare e non ci piace mai che qualcuno possa sentirci. Non che si debba dire nulla di compromettente o sconcio, solo non ci piace. Guardiamo il panorama e ogni tanto mi giro e incrocio il suo sguardo. Mi sorride in quel modo dolce di cui mi sono innamorato perdutamente, ogni volta.
I telefoni non prendono granché, siamo praticamente tagliati fuori dalla società civile mentre guardiamo la valle allontanarsi velocemente ed il castello che torreggia sopra il monte (una formica a Brobdingnag, quest’ultimo) diventare delle dimensioni di una capanna di cacciatori, poi di un porta sigari, poi di una scatola di mentine ed infine sparire lontano in mezzo alla vegetazione. Incrocio il suo sguardo nocciola. Sorrido a mia volta, senza accorgermene. Il bosco è particolarmente fitto, dove il terreno lo permette, e non si riesce a distinguere dove un abete incontra quello seguente.
Passiamo accanto ad un costone roccioso quasi perfettamente verticale e ci ritroviamo a guardare alcune delle cime dei fratelli più bassi. Procedono a zig-zag, seguendo linee di frattura una volta invisibili e pensando alle placche che si scontrano e pensando alla pioggia che paziente ha scolpito le montagne per centinaia di migliaia di anni mi sento piccolo, insignificante, a malapena un moscerino che vola a tutta velocità contro il parabrezza dell’Universo.
Le stringo appena la mano. Mi si fa più vicina, i cappotti impermeabili, i maglioni, le magliette e le canottiere a separarci.
Mi sono dimenticato i guanti!
Per ora non sembra un problema, immagino che una volta arrivati in vetta cambierò idea.
Sento qualcosa cambiare nell’aria, come se la funivia -non i suoi passeggeri- avesse sospirato. Ci metto un paio di secondi ad accorgermi che stiamo rallentando ed almeno un altro paio a girarmi e vedere la stazione d’arrivo in vetta.
Mi sussurra qualcosa e decidiamo di fare una velocissima tappa al bagno mentre con la coda dell’occhio vedo gli altri (circa una quarantina di persone e due cani, un bovaro del bernese ed un maltese) andare più velocemente possibile verso l’uscita.

All’uscita del bagno siamo completamente soli. Ci fermiamo un secondo abbracciati a giardare fuori da un finestrone le vette zigzaganti che guizzano verso l’orizzonte. È un periodo relativamente caldo, e nessuna poetica spolverata di zucchero a velo rende candide le aspre cime.
Usciamo dalla stazione e ci sorprende il ghiaccio. A chiazze, certo, ma ghiaccio. E il vento gelido che cerca insistentemente punti deboli nella protezione che abbiamo frapposto tra noi e il gelido mondo esterno.
Il sole è una sfera cinerea dietro una coltre di nubi d’acciaio, il ghiaccio è sopravvissuto alle temperature miti, a chiazze eppure candido. Abbiamo perso completamente il resto del gruppo.

Ho le orecchie piene del rombo del vento. La vedo con la coda dell’occhio e mi tranquillizzo, Lei è accanto a me. Rinsacco le mani in tasca a tutta velocità. Lei mi prende sotto braccio.
Mi giro, Lei mi sorride.
Siamo soli, io e Te, sul gelido tetto del mondo.