venerdì 24 marzo 2017

Parte .03b: Filtri 2

Parte 3

DISCLAIMER: Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti storici, personaggi o luoghi reali è completamente casuale. Altri nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il frutto dell’immaginazione dell’autore, e qualunque somiglianza con fatti, luoghi o persone reali, viventi o defunte, è anch'essa casuale.



I supermercati sono ad un gradino dall'essere l'emblema stesso della società. Se, in un futuro remoto, dovessimo scegliere un simbolo da apporre su un araldo non ho dubbi che sarebbe un centro commerciale. Il centro commerciale è quel luogo di perdizione dove la domenica pomeriggio le famiglie si riversano nel tentativo di dare un significato alla loro grigia ed inutile vita celebrando la massima espressione del consumismo. Possono trovare qualsiasi cosa attraversi loro la mente soltanto facendo un centinaio di passi, e tramite la moneta comprare qualcosa di inutile che appaghi il vuoto mortifero che fa loro venire brividi dietro la schiena.
Ecco, un supermercato è la stessa cosa, ma in miniatura. In un corridoio trovi una ristretta selezione di libri, solitamente i best-seller dell'ultimo mese che nella maggior parte dei casi non sono buoni nemmeno ad accendere il camino, nel corridoio subito dopo una discreta collezione di biscotti, merendine, ciambelline ed altri motivi per dare soldi a dietologi, nel corridoio degli alcolici ci sono amari, vodke scadenti e medie, rum, vini rossi e bianchi e talvolta birre senza alcuna soluzione di continuità. È un caos calmo, organizzato fin nei minimi dettagli sin da coloro che disegnano le etichette, dove ogni colore, ogni font utilizzato è ponderato per far comprare al consumatore esattamente quella bottiglia o quel prodotto.
Chi si vuole ribellare a questo meccanismo è immediatamente riconoscibile: lo vedi stare ore ed ore a leggere ogni singola etichetta di ogni singolo prodotto su ogni singolo scaffale nel tentativo di comprare biscotti senza olio di palma, vino senza bisolfiti, marmellata senza pectina, birra non filtrata, uova da allevamento a terra, petti di pollo bio OGM-free e pasta asciutta senza glutine.
Io vado dritto al reparto dei surgelati e prendo sei confezioni di cotolette di pesce, tre di minestrone e due confezioni di tagliatelle al ragù preconfezionate. Mi avvicino alla cassa e un tremito mi percorre tutto il corpo quando passo davanti allo scaffale degli alcolici e la spia di un vecchio desiderio si accende in fondo al cervello.
L'ultimo ricordo cosciente che ho è il barista che mi guarda e
 dice:"Non ho mai visto nessuno bere con così tanta rabbia."
Bere con rabbia.
Era vero, naturalmente, ma allora non lo capii probabilmente a causa della mostrusa quantità d'alcool che già avevo in corpo.
È una definizione molto teatrale, viva, di qualcuno che non beve per il piacere che le bevande gli danno ma per cercare qualcosa che è sicuro trovarsi adagiato sul fondo del bicchiere.
Non c'è nulla sul fondo del bicchiere.
Eppure.
Eppure ho continuato a bere e cercavo di arrivare alla fine il più velocemente possibile senza essere indecente. Bevevo odiando me stesso, la mia debolezza che mi costringeva a cercare fuori di me una forza che sapevo di non avere, bevevo per anestetizzare il senso di colpa e il vuoto che mi gonfiava il petto.
Il vuoto. Mi ricordo quella sensazione, avevo l'impressione di essere collegato ad un compressore e di gonfiarmi come un palloncino, sentivo qualcosa premere da dentro per uscire, avevo l'impressione che da un momento all'altro sarei letteralmente esploso se non avessi fatto qualcosa e mi ritrovavo rannicchiato sul pavimento, con le braccia intorno al petto a contenere l'imminente esplosione.
L'alcool mi permetteva di non pensarci. Quando la testa inizia a girare e hai l'impressione che il mondo intorno a te si sia messo a ballare rock 'n roll il tuo cervello inizia a stilare una lista di priorità piuttosto severa ed in un primo momento la capolista è rimani in piedi. Se continui il cervello arriva fino al punto di doverti comandare tieni il cibo nello stomaco. Oltre quel punto, di solito, si smette di ricordare. 
Il ricordo immediatamente seguente è dolore all'interno della bocca. Una fiammella a cui la mia coscienza si aggrappa per riemergere dalla nebbia, una fiammella che cresce invade tutto il lato sinistro della testa facendola bruciare come un incendio. Lentamente arriva il freddo, poi la sensazione dell'asfalto sul corpo e con lei la consapevolezza, improvvisa come un temporale estivo, di essere disteso a terra.
Ricordo come avessi cercato di alzarmi in piedi, ricordo di aver fatto una fatica immane mentre il lato sinistro del mio essere urlava di dolore ed io gemevo con lui.
Ricordo di aver sentito la mascella pulsare da qualche parte intorno al premolare sinistro, ricordo di averlo toccato con la lingua, aver urlato dal dolore e aver sputato un dente a terra. Ricordo che il dente è caduto dentro una pozzanghera e che solo in quel momento mi sono accorto che stava piovendo.
L'unica cosa che vedono da fuori è un improvviso rallentamento della mia camminata, difficilmente ci faranno caso.
Mi giro verso la cassiera che mi guarda con la morte negli occhi, poggio le conquiste della globalizzazione sul nastro, pago ed esco.
Tornare all'aperto snebbia il mio umore mentre la mente inizia a farsi offuscata per la mancanza di caffeina. 

Parte 03c