domenica 24 dicembre 2017

Parte .03g: Filtri 7

DISCLAIMER: Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti storici, personaggi o luoghi reali è completamente casuale. Altri nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il frutto dell’immaginazione dell’autore, e qualunque somiglianza con fatti, luoghi o persone reali, viventi o defunte, è anch'essa casuale.

L'olio inizia a sfrigolare.

Dopo poco più di un secondo inizia un'altra canzone, stavolta più allegra. Non riesco a ricordarne il titolo.
Chiudo gli occhi ed inizio a respirare profondamente, concentrandomi sulla sensazione dell'aria che scorre in me, prima in senso e poi nell'altro.
Ascolto e sento lo sfrigolio dell'olio e più lontani il rumore delle auto sulla strada e, sotto la finestra alle mie spalle, il vociare delle persone che si incontrano e tessono i fili della ragnatela delle relazioni, li intrecciano, li separano e poi li intrecciano di nuovo con qualcun altro, o forse sempre con le stesse persone.
Poi, più vicini, sento i passi della famiglia che abita sotto di me. Affrettati, a intervalli brevi, nella cucina identica alla mia posta esattamente sotto la mia.
I coniugi Mameli hanno una trentina d'anni e due figli piccoli, forse il più grande ha iniziato quest'anno le elementari. Forse Cinzia sta preparando loro la merenda.
Chissà invece la ragazza con il pigiama cosa sta facendo...
Dai. Lo so.
Sei ridicolo.
Bentornati.
Mi alzo e controllo che le cotolette di pesce non si stiano bruciando. Lo stanno facendo, prendo una forchetta e le giro sull'altro lato.
Cosa speravi che ti dicessimo?
Null'altro. Voi siete me.
E tu non sei affatto originale.
No, immagino di no.
Forse dovresti davvero provare a conoscerla.
No, immagino di no.
La tua vita è una vergogna, le tue giornate sono una vergogna. Cos'hai da perdere?
E cosa ho da offrire? Sono mesi che la cosa che desidero di più non è neanche riabbracciare mia moglie ma desiderare di avere abbastanza coraggio e forza da trattenere il fiato abbastanza a lungo.
Lascialo decidere a lei.
Decidere cosa? Di scappare? Certo!
Sei stupido.
LO SO!
I passi affrettati si bloccano un attimo. Devo averlo urlato sul serio. Perdonami, Cinzia.
Magari non scapperebbe.
E così l'avrei condannata alla mia compagnia. Ottima mossa.
Ma magari è molto peggio di quanto pensi.
Sicuramente lo è. Non è Valeria.
Di nuovo silenzio.
È come se fossi sprofondato in una cella scavata nel terreno a profondità indicibili. È un silenzio denso di minaccia, quello di quando le voci mi abbandonano, un silenzio pieno di sottintesi il cui più ingombrante è la consapevolezza che se mi mettessi ad urlare nessuno accorrerebbe in mio aiuto.
Quindi sto in silenzio.
Apro la cassettiera sotto i fornelli, prendo un piatto e lo poggio sul tavolo. Spengo i fornelli.
La terapista mi diceva di tenere un diario: così facendo mi sarei reso conto di quanto di bello ci fosse in realtà nelle mie giornate, o qualche stronzata di questo tipo.
Le ho dato retta, per un paio di settimane.
Ho smesso quando una mattina, aprendolo, ho letto come unico resoconto della giornata prima:"Volevo bermi un tè davanti alla televisione ma qualche tipo di volatile ha fatto il nido sopra l'antenna e a quest'ora fa un freddo maledetto. Sono le dieci e quaranta, ho bevuto tre whisky lisci a stomaco vuoto e sono ubriaco."
Mi ricordo ancora fin troppo bene la sensazione che provai quella sera. In un attimo è stato come se qualcosa mi avesse risucchiato via tutte le forze. Mi ero addormentato sulla scrivania e la mattina dopo mi sono svegliato con la testa che scoppiava e tutto ciò che stava al di sotto del collo ridotto ad un marasma dolorante.
Mi ricordo ancora fin troppo bene il giorno in cui la mia terapista mi propose quest'idea.
Mi ricordo la sala d'aspetto con soltanto due poltroncine in similpelle nera ed il telaio in acciaio cromato. Ancora prima di quella volta chiesi alla mia terapista come mai nella sala d'aspetto ci fossero così pochi posti e lei mi chiese sorridendo se sarei tornato nel suo studio sapendo di dover aspettare il mio turno per mezz'ora in compagnia di sei o sette nevrotici.
Aprii la porta senza bussare, quel giorno in cui mi propose di tenere il diario, come se fosse la porta della mia camera. Lei era ancora una volta seduta su una poltroncina ad aspettarmi. Aveva dei capelli neri lisci e lucentissimi che le ricadevano morbidi sulle spalle, due occhi verdi grandi e leggermente a mandorla, da cerbiatto, gli zigomi pronunciati ma morbidi e le labbra rosse e piene.
"Buongiorno." le dissi.
"Buongiorno a te, Roberto" mi rispose sorridendo "siediti pure.
Mentre eseguivo il suo ordine cortese non potei fare a meno di chiedermi come una qualsiasi persona sana di mente potesse sorridere ai pazienti facendo un lavoro del genere. Magari, pensavo, c'è una specie di scala di follia e magari, pensavo, io non sono abbastanza in alto da meritarmi di essere rinchiuso in qualche struttura ma neanche abbastanza in basso da poter essere liquidato con una pacca sulla spalla ed un "passerà".
Aveva le mani incrociate delicatamente sul grembo e indossava una camicetta bianca che metteva in evidenza le forme morbide senza lasciar intravedere nulla, un paio di jeans blu scuro e un paio di scarpe da ginnastica basse nere o blu scuro.
"Raccontami." disse.
Diceva sempre così per sapere come fossero andati gli ultimi sette giorni.
"Ho voglia di bere. La maggior parte delle volte riesco a resistere ma a volte, a volte, a volte le voci si fanno così assordanti, e non riesco, non riesco, non riesco a pensare e a fare nulla e non ho scelta."
"Roberto, dovresti andare da uno psichiatra."
"No."
"Ma..."
"Senti, Arianna. Non sono mai stato bravo in un cazzo, ok? Per vent'anni sono sempre stato l'ultimo ad essere scelto per le partite di calcetto o di basket o di pallavolo, la mia testa era l'unica cosa che avevo e l'unica cosa che ancora ho. Non la getterò nel cesso prendendo un qualche tipo di pastiglia che mi trasformi in una rosea pianta d'appartamento farfugliante soltanto perché tu o qualcun altro con "dottore" davanti al nome si preoccupa perché un giorno le voci potrebbero consigliarmi di prendere un coltello e affondarlo nella gola di qualcuno."
Il suo sguardo si appannò appena, le palpebre si abbassarono e il suo corpo sembrò chiudersi in avanti e su sé stesso mentre il sorriso si incrinava in una smorfia di stanchezza.
Sei riuscito a stancare anche la tua terapista. Complimenti.
Si ricompose immediatamente.
"La stai facendo più drammatica di quanto non sia, Roberto."
"No, no, ehi, no. Quando avevo vent'anni ho presi degli antiepilettici per mesi per farmi passare l'emicrania. So esattamente di cosa parlo."
"Non sarebbero così terribili."
"Davvero? Non saprei. Se ad una persona togliessi l'unica cosa che ha, cosa le rimarrebbe?"
"Non è l'unica cosa che hai..."
"Non prenderò nessun farmaco."
La vedo farsi pensierosa. Forse è convinta di nascondere i suoi pensieri, e forse gli altri suoi pazienti hanno di meglio da fare invece di osservare ogni cosa che accade loro intorno.
Sei senza speranza, non sa cosa fare con te.
Non lo so neanche io, immagino sia un problema diffuso non saper cosa fare con me.
Le sue palpebre si alzano in maniera impercettibile, le spalle si alzano e si raddrizzano per poi rilassarsi.
"Potresti tenere un diario."
"Un diario."
"Sì."
"E cosa dovrei scriverci? Che il mio ignaro principe azzurro oggi mi ha guardato negli occhi per tre Garibaldi?"
"Tre Garibaldi?"
"Un Garibaldi, due Garibaldi, tre Garibaldi. Lo usavo da ragazzo per contare i secondi."
"Dovresti scriverci tutto quello che ti succede."
"Tutto."
"E questo servirebbe a...?"
"Nella teoria cognitivo-comportamentale serve a vedere le cose un po' meno negativamente"
Neanche più positivamente Roberto. Meno negativamente. Sei senza speranza.
"Quindi dovrei vedere meno negativamente il fatto che mia moglie sia morta, aver iniziato a sentire delle voci che non esistono e dovermi ridurre ad uno straccio a forza d'alcool per poterle zittire?"
Le sue sopracciglia si avvicinano fin quasi a toccarsi mentre la sua bocca si atteggia ad una smorfia di sufficienza.
"Ad esempio" continuo "se un bicchiere mi dice che sono un fallito, che ho perso l'unico lavoro che abbia mai fatto in vita mia e che sto parassitando mia sorella per pagare una tizia che mi dice che mettere per iscritto la pantomima che è diventata la mia vita dovrebbe effettivamente farmela sembrare migliore?"
La vedo cercare di trattenere un sospiro esasperato.
"Roberto, io sto cercando di aiutarti, ma mi serve la tua partecipazione. Se non mi aiuti i medicinali saranno l'unica soluzione."
"Va bene. Grazie mille, dottoressa. Ci vediamo tra una settimana."
Tenni effettivamente il diario e notai un cambiamento sostanziale: la mia disperazione romantica perdeva immediatamente ogni tipo di velleità patetica per diventare la semplice cronistoria di un automa che non aveva nessuno scopo, un computer senza programmi in esecuzione, ogni volta che passava sotto l'occhio cinico della razionalità per fissarsi sulle pagine di un bloc notes. Avevo, però, smesso di piangermi addosso. Non mi era rimasta abbastanza forza d'animo.

sabato 2 dicembre 2017

Parte 03f: Filtri 6

DISCLAIMER: Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti storici, personaggi o luoghi reali è completamente casuale. Altri nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il frutto dell’immaginazione dell’autore, e qualunque somiglianza con fatti, luoghi o persone reali, viventi o defunte, è anch'essa casuale.

Parte 03e

Spalanco gli occhi e provo a mettermi seduto ma qualcosa mi trattiene, inizio a dimenarmi fino a che non sento più il materasso sotto di me e il mio corpo prima e la mia testa poi sbattono contro il pavimento freddo.

Eravamo noi.
Le lenzuola. Ora mi parlano anche loro. Mi alzerò. Alzerò prima il braccio destro e, ruotando il busto, porterò la mano accanto all'altra. Con le braccia alzerò il busto mentre la contrazione degli addominali farà sì che io possa mettermi carponi. Poi piegherò un'anca e mi spingerò per guadagnare, esattamente come qualche mio antenato da qualche parte deve aver già fatto, la stazione eretta. Poi andrò in cucina...
Le cotolette di pesce. Maledizione. Si saranno scongelate e avranno bagnato tutto il pavimento. Devo andare a pulire.
Ma non ci riesco.
Plick.
Plick.
Plick..
Al di sotto degli acufeni, appena percettibile, il ticchettio lento delle gocce d'acqua che cadono dalla battuta del mobile sul pavimento.
Non riesci neanche ad alzarti.
La coppa del lampadario mi guarda sorridente.
Quale acuta osservazione, complimenti.
Mh.
Con uno sforzo immane mi alzo in piedi e mi districo dal groviglio di stoffa che sembrava volermi soffocare. Sento le gambe farsi gelatina e riuscire a malapena a sostenere il mio peso. Sospiro mentre sento gli indumenti iniziare a formicolarmi addosso.
Sospiro.

Rimango immobile, in piedi, al centro della stanza, con le braccia abbandonate lungo i fianchi per quelli che sembrano dieci minuti, ma non ho idea di quanto tempo sia passato realmente.
Devo sapere che ore sono.
La sveglia. Sono le cinque e trentacinque. Ho ancora tre ore e venticinque minuti prima dell'appuntamento con il cliente.
Mi sento un automa: il mio corpo continua a funzionare ma io non sono davvero qui, il che non sarebbe un problema se potessi stabilire con precisione dove io sia. Ma non posso. È come se il mio cervello ed il mio io più profondi stessero producendo rumore bianco con i massimi impegno e dedizione possibili. Mi sento un guscio vuoto e vuoto è il mio sguardo mentre cammino verso la cucina con le spalle curve strisciando i piedi a terra.
Stupido.
Sospiro e cerco di ignorarla.
 Pensi davvero che gli automi abbiano autocoscienza?
Un altro sospiro. Non so da dove la voce provenga e stavolta non mi interessa. Nulla mi interessa.
I surgelati emettono un suono umido e appiccicoso quando li afferro con le mani nude e il mio cervello inizia a cullarsi nell'idea di farmi vomitare.
Faccio per mettere i surgelati in una padella quando mi accorgo di non averla presa, né unta con dell'olio d'oliva, né messa sui fornelli.
Sospiro e chiudo gli occhi per qualche secondo mentre la mano che stringe il mio pranzo molliccio si alza di un centimetro verso i miei occhi prima di ricordarsi che non può salire a pinzarmi la radice del naso.
Mi chino e prendo un tegame dallo sportello sotto il piano cottura e ci lancio dentro il pesce.
Non lo so, magari pensi addirittura che gli automi possano sognare, eh?
È l'orologio da parete. Solo ora mi accorgo che in cinque anni non l'ho ancora buttato nell'immondizia.
Sospiro, apro il cassetto delle posate, prendo il batticarne e lo lancio quasi senza guardare.
Il rumore dei vetri infranti è quasi contemporaneo al tonfo dell'impatto contro il quadrante. Un altro piccolo rumore mi avverte che il batticarne ha sbattuto contro la cornice dell'orologio e ora sta roteando nella sua caduta verso il pavimento. Un tonfo, forte persino nel rumore della vita di condominio di metà pomeriggio. Per la seconda volta oggi le vite di tutti sembrano fermarsi per qualche secondo.
Sorrido.
Prendo l'olio, lo verso nella padella e accendo il gas mentre mi godo il breve momento di silenzio senza voci.
Inspiro a pieni polmoni come se l'improvviso silenzio fosse una fragranza deliziosa.
Lo sai che non funziona così.
Lo so. Voi siete me.
E allora perché sorridi? Io sono un batticarne e tu non hai vinto.
È vero, ma se non la smetti ti butto fuori dalla finestra.
E con ciò? Qualcuno prenderà il mio posto, come io ho preso quello dell'orologio.
Già. Il volo di due piani lo fai tu, però.
Di nuovo silenzio.
il mio sorriso si allarga.
Accendo i fornelli e mi siedo al tavolo della cucina mentre aspetto che il mio pranzo diventi mangiabile. Sono così abituato ad avere quelle voci assillanti che mi rendono la vita impossibile che ora, in compagnia di null'altro che vuoto, silenzio ed il sibilo sommesso dei fornelli a metano, la mia solitudine risulta quasi amplificata dalla loro assenza, come se avessero lasciato improvvisamente uno spazio vuoto la cui prepotenza occupa tutti i miei spirito, corpo, e mente. Cerco di pensare ad una soluzione, ma fallisco continuamente: ogni volta che ho l'impressione che un'idea si stia affacciando alla mia coscienza il vuoto del silenzio la aspira via lasciandomi inerme e solo di fronte alla desolazione.
La musica! Sublime compagna di vita, sollevatrice di fardelli, portatrice di energia, maga delle emozioni!
Seleziono la modalità di riproduzione casuale sul telefono e lascio che il processore scelga al posto mio.
Riconosco immediatamente "Hurt", di Johnny Cash. e non appena la sua voce si espande nell'aria un sorriso mi spunta sul volto: mi viene da ridere al pensiero che persino il mio cellulare stia complottando per farmi uscire di testa. Ciononostante, non cambio canzone. In primo luogo per continuare con caparbietà ad utilizzare la riproduzione casuale, la quale perderebbe completamente di significato se saltassi anche una singola canzone; in secondo luogo perché nella sua puerile assurdità pensare che il telefono abbia scelto una traccia così in tema con il mio umore mi fa sentire meno solo.
Sei patetico.
Oggi mi avete stancato.
Senza noi sei così solo che finisci per commuoverti perché il tuo telefono ha casualmente assegnato degli indici numerici in un modo che ti compiace.
Non saprei, magari telefono ne ha un'opinione diversa. Che ne dici, telefono?
A me "Hurt" piace.
Visto? Bicchiere pensa che tu non abbia intelletto.
Non ho detto questo!
Non pensavo che un pezzo di diossido di silicio potesse essere così pretenzioso!
Ehi, ma che...
Afferro il bicchiere e lo lancio contro il muro mandandolo in frantumi.
Mi. Avete. Stancato.


giovedì 7 settembre 2017

Parte 03e: Filtri 5

DISCLAIMER: Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti storici, personaggi o luoghi reali è completamente casuale. Altri nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il frutto dell’immaginazione dell’autore, e qualunque somiglianza con fatti, luoghi o persone reali, viventi o defunte, è anch'essa casuale.


Parte 3d

Stai zitto.
Cazzo.
I tagli slabbrati che il cartongesso ha inferto alla mia mano iniziano a bruciare
tutti insieme. Un gemito di dolore sfugge alle mie labbra rimanendo sospeso
nell'aria per appena un secondo.
Che male. Cazzo.
Almeno è qualcosa.
Fanculo.
Però ha ragione. Non nutro più la certezza che se grattassi con l'unghia la
crosta della realtà al di sotto della sua illusoria patina scintillante troverei larve
grasse, putridume, escrementi e decomposizione.
Ora mi sento in colpa per il semplice fatto di essere un idiota, la mano mi fa un
male terribile, devo vedere un cliente tra nove ore e non posso neanche farmi
una fasciatura perché indovina indovinello servono due mani per confezionare
una maledettissima fasciatura. Prendo il telefono dalla tasca e le nocche mi
mandano una fitta di dolore che mi fa digrignare i denti.
Cazzo.
Il problema, con il dolore, è che cancella qualsiasi altra cosa. In quel momento
esiste soltanto lui ed il resto dell'universo diventa un mucchio di distrazioni.
La mano mi trema e non riesco a comporre il numero di mia sorella.
Cazzo.
Passo il telefono nella sinistra, la chiamo.
TUUT.
TUUT.
TUUT.
TUUT.
TUUT.
TUUT.
TUUT.
TUUT.
TUUT.
TUUT.
"Pronto?" dice la voce assonnata e metallica di mia sorella dal telefono.
"Ciao Ga, scusa se ti disturbo ma ho fatto un mezzo casino e non sapevo chi
chiamare."
"Che hai combinato?!"
"Sì, no, niente di preoccupante, solo devo farmi una fasciatura sulla mano..."
"Roberto io stavo dormendo..."
"Sì, lo so, solo che il Pronto Soccorso non mi piace. Lo sai."
La sento sospirare.
"Devi farla proprio ora?"
"Stasera ho un appuntamento Ga e la mia mano destra sta grondando sangue."
"MA CHE DIAVOLO HAI FATTO?"
Una stanchezza immane mi assale all'improvviso rendendomi le plpebre
pesantissime e facendomi quasi svenire.
"Ho dato un pugno al muro in cartongesso."
Il problema di quando devo dare spiegazioni è che mi toglie completamente le
forze e riesco a parlare solo sottovoce. Agata lo sa e non mi chiede mai di
ripetere cosa dico.
"Devi fare una radiografia, Roberto! Le hai studiate queste cose, cazzo! Ma
come puoi essere così maledettamente idiota?"
"Non è rotta Ga. Non ho niente di rotto a parte il muro."
"Quanto sei stupido."
"Agata, davvero. Stai tranquilla. Vado al Pronto Soccorso. Torna a dormire."
"E secondo te ora ci riuscirei? Sto arrivando."
"Agata, davver..."
TUUT.
TUUT.
Cazzo.

È successo di nuovo. Solo con la mia esistenza ho rovinato la giornata di qualcuno.
Sei un parassita.
Lo so.
Se soltanto avessi un minimo senso della decenza ti lasceresti morire senza rovinare la vita a nessuno
Davvero.
Dovresti andare nel bel mezzo del deserto del Sahara e ti lasceresti morire lì, lontano da qualsiasi forma di vita anche solo vagamente umana.
Per questo devo lavorare. Devo comprare il biglietto dell’aereo, no?
La mano mi fa un male terribile, non ho nemmeno il coraggio di muoverla.
Con la sinistra apro lo sportello sotto il lavello, prendo la bacinella sempre con la sinistra e la riempo d’acqua. Provo a sollevarla ma con la sinistra non ci riesco e la destra è ormai ridotta ad un unicum di dolore e bruciore e anche solo l’ipotesi di muoverla mi fa scendere dei brividi freddi lungo il collo e la schiena. La svuoto nel lavandino, la poso a terra, prendo una bottiglia d’acqua dal frigo e la verso nella bacinella, poi prendo i ghiaccioli dal congelatore e ci verso dentro anche quelli. Mi stendo sul pavimento e immergo la mano destra nella bacinella.
Il freddo mi fa trasalire ed i recettori impazziscono mentre comunicano al mio cervello che l’acqua è talmente fredda che la mia mano sembra andare a fuoco. Chiudo gli occhi.
Sei un buono a nulla.
Lo so. Te l’ho già detto.
Sei talmente patetico che sai solo stare disteso con la mano a mollo.
Già.
Che schifo.
A dir poco.
[Ti addormenterai con la mano a mollo e sarà ancora peggio.]
No, non direi.
Guardati. Non riesci nemmeno a tenere gli occhi aperti.
Sono solo stanco.
Mh-mh.
DLIN-DLON
Mi alzo e mi dirigo verso il citofono.
"Sì?"
"Sono io" risponde l'imitazione metallica della voce di mia sorella.
"Vieni."
Apro i portoni e mi siedo al tacolo della cucina in silenzio. Sento il portone sbattere quando Agata lo richiude, sento i suoi passi mentre sale le scale pestando a terra più forte del necessario.
Spalanca la porta di casa mia e la richiude sbattendola.
"Dove cazzo sei?"
"Sono in cucina, Ga."
La vedo entrare, i capelli spettinati, le occhiaie, le spalle contratte, le braccia tese lungo i fianchi ed i pugni serrati. È infuriata.
Sbatte la borsa di quando lavorava a domicilio sul tavolo e ne estrae dei flaconi, un paio di forbici ed un rotolo di cotone idrofilo.
Senza guardarmi in faccia o rivolgermi la parola si avvicina al fornello, lo accende e brucia un po' il cotone, poi mi disinfetta i graffi. Il bruciore del disinfettate mi fa trasalire.
"Stai fermo."
Sto fermo.
Quando ha finito inizia ad avvolgermi la benda attorno alla mano mettendoci forse appena più forza del necessario mentre dei gemiti mi sfuggono dalle labbra. Le sue, invece, sono sereate, a malapena se ne può indovinare l'esistenza.
Arriva fino a metà della abbraccio.
"Domani te la devo controllare. Se ti inizia a prudere o a bruciare o qualsiasi cosa, toglila. A domani."
"Ga, io..."
"Stai zitto."
Sto zitto.
La accompagno alla porta cercando il suo sguardo. Non lo trovo.
"A domani." dice mentre infila la porta e si mette a scendere velocemente le scale.
Ho fatto appena in tempo a scorgere un lievissimo riflesso sulla sua guancia destra.
Mi si stringe il cuore.
Chiudo piano la porta d'ingresso. Vado in camera da letto e mi stendo, cercando di non provare l'irrefrenabile desiderio di vomitarmi in faccia.
Sei una nullità.
Lo so.
Sei uno schifoso parass...
...Sono disteso sul letto disfatto, le gambe aperte e le braccia spalancate, mentre fisso immobile il soffitto bianco.
Un piccolo movimento, appena percettibile. Non posso essere sicuro di averlo visto davvero nella penombra della mia stanza. Strizzo gli occhi cercando di capire se sia stata o meno un’allucinazione.
No. Vedo una blatta uscire dalla coppa che copre i fili del lampadario e iniziare a zampettare allegramente appesa a testa in giù al soffitto di casa mia. Mi giro verso il bordo del letto, prendo una scarpa e gliela scaravento contro.
Tumpcricksplat.
La scarpa mi ricade in faccia. Inizio a sputare in giro schifito dal pensiero di avere in facciabdei minuscoli pezzetti di blatta. Una macchia bianca e molliccia con dei pezzetti marroni campeggia ora sul mio soffitto.
Continuo a fissare il soffitto.
Un altro minuscolo movimento. Poi subito un altro. Due blatte brune e grasse escono dalla coppa del lampadario. Mi infilo le ciabatte e mi metto seduto sul bordo del letto.
La vita mi si oscura per una frazione di secondo.
Respiro.
Mi alzo e vado in cucina in mutande, prendo l’insetticida, torno in camera, salgo sul letto e cerco i due scarafaggi senza vederne da nessuna parte. Un altro movimento alla base della coppa del lampadario mi fa scattare e istintivamente spruzzo l’insetticida dentro quella che credo essere la tana di quegli esseri disgustosi. Uno di loro, a metà strada verso la libertà, muore e cade sul mio letto. Reprimo un brivido di disgusto.
Veloci come fulmini di rame brunito quattro blatte escono dal loro nascondiglio per disperdersi in giro nella mia camera.
Vado a prendere la scala nello sgabuzzino e spingo via il letto. Salgo fino al lampadario e lo tiro verso il basso. Si stacca dal soffitto e cade in terra infrangendosi in mille pezzi e una decina di insetti mi cade sul braccio. Un brivido mi percorre il corpo e perdo l’equilibrio rovinando a terra.
Mi giro e il mio sguardo incrocia una ventina di antenne malefiche che mi guardano piene d’attesa da sotto l’armadio e il letto. Iniziano a zampettare verso di me e io schizzo in piedi e inizio a saltellare cercando di mandare all’altro mondo e quanti più insetti possibile.
Sono morti tutti. Mi appoggio le mani alle ginocchia con il fiatone.
Vado al bagno e sento un prurito sullo zigomo destro.
Ciaffcricksplat.
Qualcosa mi punge contemporaneamente la pelle del viso e della mano. In preda ai conati di vomito corro in bagno e apro il rubinetto della vasca da bagno mentre mi spoglio.
Mi butto sotto l’acqua, prendo il sapone e inizio a insaponarmi, le mani che quasi mi graffiano per l’ossessione di portar via la lordura. Mi prude la testa, me la gratto con una mano e il prurito si sposta sulla mano e poi sul braccio, fino a che un’altra blatta non entra nel mio campo visivo. Urlo, il mio sguardo si abbassa verso lo scarico della doccia e vedo le blatte uscire da lì dentro e dal rubinetto della vasca e dalla cipolla della doccia. Inizio a sentire le loro zampette acuminate in gola che si aggrappano al mio esofago per uscirmi dalla bocca e inizio a sentirle nel naso e nellenorecchie e poi sul viso e dentro gli occhi. Apro la bocca e vomito una torna di insetti sul fondo della vasca, non riesco a respirare, li sento dappertutto…



domenica 16 luglio 2017

Parte 03d: Filtri 4

DISCLAIMER: Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti storici, personaggi o luoghi reali è completamente casuale. Altri nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il frutto dell’immaginazione dell’autore, e qualunque somiglianza con fatti, luoghi o persone reali, viventi o defunte, è anch'essa casuale.


Dopo pochi secondi inizio a sudare copiosamente.
I giorni della merla.
La leggenda dice che i merli una volta fossero bianchi. Arrivata la fine di Gennaio due merli, un maschio ed una femmina, si nascosero nel comignolo di un camino per sopravvivere ai tre giorni più freddi dell'anno. Una volta riemersi si accorsero di avere le piume indelebilmente nere e da quella volta i merli non furono più bianchi.
Non so perché ma al pensiero mi sale una profondissima tristezza.
Forse perché il fatto che io stia sudando significa che una volta gli inverni erano molto più freddi.
O forse perché nessuno potrà più vedere dei merli bianchi.
Inserisco le chiavi nella serratura di casa e apro la porta sul corridoio.
Prendo le scale ignorando l'entrata dell'ascensore alla mia sinistra. Prendo sempre le scale, quest'abitudine è il retaggio di un'istruzione radicata così profondamente in me che ancora si rifiuta di scomparire.
Entro in casa e il soffice tepore mi avvolge immediatamente mentre l'odore polveroso dei termosifoni mi fa prudere il naso. Poggio la busta della spesa su una sedia in cucina poi vado ad aprire le finestre per cambiare l'aria e mentre la temperatura inizia ad abbassarsi torno in cucina e preparo il caffè.
Giusto il tempo di mettere la moka sul gas e la temperatura è precipitata. Faccio il giro delle stanze di casa per chiudere le finestre ancora con il cappotto e la sciarpa addosso poi mi spoglio e rimango in cucina ad aspettare che il caffè sia pronto. Lo verso nello stesso bicchiere della mattina e vado a stendermi sul letto.
Sto con le gambe allungate sul letto e la schiena appoggiata al muro, mentre sorseggio lentamente il mio vizio.
Poche cose, in Italia, significano solitudine come bere un caffè da soli. Non sei mai da solo, quando bevi il caffè, in Italia. Neanche al bar, quando sei seduto al bancone e nessuno ti sta guardando, sei solo. C'è il barista che chiacchiera con qualcuno lì accanto o magari cerca di conversare proprio con te, c'è il brulichio della vita da bar con i suoi discorsi al limite dell'idiozia e le chiacchiere circa il calcio, la moglie di questo o quello, la politica e quanto qualcuno di assolutamente innocente stia conducendo questo paese sul fondo del baratro.
Ora no.
Ora ci siamo soltanto io, lo sciacquio del caffè quando poso il bicchiere sul comodino, il tonfo del bicchiere sul comodino e il fischio nelle orecchie che oramai accompagna tutti i miei silenzi. Siedo nella penombra pensando soltanto a quello che mi circonda e a quello che sto facendo, uno dei pochi momenti di pace che riesco a vivere, poi torna lei. Lei che apre le braccia al sole, allungando la schiena come un gatto, lei che sorride al ritrovato beltempo, al pensiero di esser qui e ora, ed è bellissimo.
Mi sento sporco al pensiero di una donna che non sia Valeria e stupido al pensiero di una donna che ho visto soltanto una volta di sfuggita e che a confronto con me è una ragazzina.
Vado a farmi la doccia nella speranza che l'acqua calda lavi via la strana sensazione che rimbalza tra il fondo dello stomaco e l'apice del diaframma.
L'acqua inizia a tamburellarmi sulla testa riempiendo le mie orecchie di un informe fruscìo mentre scorrendo sulla mia pelle mi accarezza dolce le spalle, la schiena, il torace mentre la sensazione al fondo dello stomaco scende ancora, decisa ad arrivare nei pressi dell'inguine. Aumento la temperatura, ora l'acqua è bollente e riesco solo a pensare a quanto vorrei girare la manopola per porre fine a questo dolore ma non riesco a non sentire di essermelo meritato. La mia pelle si arrossa fino a sembrare quella di un tedesco sulla spiaggia quando finalmente chiudo l'acqua e mi insapono. 
I suoi capezzoli turgidi sotto la maglia grigia si riaffacciano nel buio dietro le palpebre e decido di sciacquarmi con l'acqua gelida. Il freddo mi colpisce come un pugno bloccandomi il diaframma e congelandomi l'aria dentro i polmoni. Ritorna il fruscìo nelle orecchie solo che ora sembra il rombo insopportabile di una cascata mentre le soffici carezze si sono trasformate in brividi.
Sferro un pugno al muro ed espiro violentemente. Chiudo l'acqua per la seconda volta ed inizio a tremare mentre l'accappatoio mi chiede ridendo se sono convinto di aver avuto una buona idea.
Corro fino alla camera da letto e mi metto la tuta grigia che ho lasciato sul letto la notte prima e inizio a sentire la parte posteriore del collo irrigidirsi per il freddo. Decido di non farci caso e vado in cucina dove accendo il forno mentre tolgo i surgelati dal cartone.
Guardo verso la camera da letto e riesco a vedere un lembo dell'accappatoio.
Sì, è stata una buona idea.
Poi rapida come la luce di una cometa, arriva quella sensazione. Tutto, dalle pareti della mia abitazione all'aria che respiro, al vociare degli altri condòmini, all'odore del caffè bruciato, inizia ad essere vagamente repellente; come quando alle scuole medie avevo una professoressa che usciva a fumare e tornando in classe si spruzzava litri di profumo e io lo sentivo e poi,enta e insinuante, la puzza di nicotina e catrame che mi prendeva alla gola, chiudendola e facendomi lacrimare gli occhi. Era un vago sentore, eppure ormai sapevo che c'era e non potevo più ignorarlo, ci provavo ma ricatturava la mia attenzione come il Sole ricattura ogni volta i suoi pianeti.
Ora la sensazione di strisciante repellenza è arrivata e provo ad ignorarla ma so già che ogni mio sforzo in questo senso è destinato al fallimento.
Non c'è nulla che io possa fare che non mi suoni vuoto, repellente, vagamente nauseabondo.
Dai. Fallo.
Zitto.
Avaaaaaaaanti.
Zitto, non sei qui, non esisti.
Tira fuori le palle, sai che è l'unica soluzione.
Cazzo.
Il respiro si fa più rapido, mi tremano le gambe e le mani e la vista si fa sfuocata. Non sento più il vociare confuso degli altri esseri umani ma solo il battito martellante del cuore che pompa troppo sangue troppo forte nelle arterie e la sua voce che mi spinge ancora un po', ancora un pelo più avanti, ci siamo quasi e alzo lo sguardo verso il muro in cartongesso e sfumato, dietro la pittura bianca, vedo un volto sconosciuto che mi guarda impassibile.
Il mio braccio scatta prima in alto, fino all'altezza della spalla, e poi in avanti con una torsione del busto. Un boato.
La prima cosa di cui mi accorgo è di non sentire più il mio battito nelle orecchie. Poi sento il silenzio. Nessuno parla più, nessuno scalpiccio, tutti si sono fermati. Poi il bruciore alla mano, il formicolio e poi il dolore, sordo, dalle nocche fino al polso. Guardo il muro e mi accorgo che la mia mano, che ora gocciola sangue sul pavimento, lo ha attraversato.
Ecco, bravo. Almeno il dolore è qualcosa. No?

Parte 3e

lunedì 3 luglio 2017

Pavor Nocturnus

Mi sveglio con dei gorgoglii sospetti nel ventre mentre sento qualcosa muoversi nel mio intestino. Mi giro nel letto sperando che stando prono la fastidiosa sensazione che un nido di serpi si stia agitando nelle mie budella.

Mi risveglio poco dopo. Non so quanto tempo sia passato. Le serpi ora stanno cercando di uscire bucandomi la pancia in un punto in basso a sinistra del mio ombelico e nel loro contorcersi e spingere emettono dei disgustosi rumori liquidi.
Mi alzo dal letto stringendomi il grembo con la mano destra mentre uso la sinistra per accendere la luce e aprire la porta.
Arrivo in bagno e mentre mi dirigo verso la tazza nella penombra vedo il mio riflesso, illuminato per metà dalla debole luce della mia camera. Sembro uno spettro: la mia pelle è innaturalmente pallida, le occhiaie nere fanno sembrare gli occhi infossati dentro le orbite. Lo sguardo dolorante, con la fronte aggrottata e le sopracciglia che quasi si toccano, la bocca distorta in una smorfia di dolore e semiaperta sui denti digrignati.
Faccio gli ultimi passi e mi siedo sulla tazza, rilassando i muscoli e lasciando libere le serpi che, nell'uscire dal mio corpo, rumoreggiano, gorgogliano, sospirano e si spiaccicano contro la ceramica. Il dolore non smette e il mio addome inizia a contrarsi spasmodicamente nel tentativo di liberarsi anche del più minuscolo embrione di rettile e io riesco a sentire una strisciante sensazione di disagio che nulla ha a che fare con la sofferenza del corpo. Mi sento vagamente spaesato, come se ritornato a casa dopo una vacanza qualcuno avesse spostato un soprammobile di qualche centimetro e io non me ne accorgessi se non con il vago sentore di qualcosa che è cambiato.
Cambio lievemente posizione sulla tazza mentre il dolore continua a mordermi le budella in coro agli spasmi muscolari.
È ancora qui. Inizio a sentirmi estraneo, come se non fossi a casa mia. Sono in posto creato appositamente e nei minimi dettagli per assomigliare a casa mia ma il nostro certosino artista si è dimenticato qualche dettaglio e il mio subconscio lo ha notato e mi sta mandando dei messaggi che non riesco ad interpretare.
Il povero Truman deve essersi sentito così quando si è accorto di vivere in un mondo posticcio.
Mantieni la calma. Il delirio paranoide mi pare un po' eccessivo.
Eppure.
Non mi sento a posto anche se il dolore sta scemando e un afrore che ben poco ha di piacevole inizia ad appestare l'aria.
Ecco, la sensazione è quella di non essere desiderato. Come se qualcuno avesse organizzato una festa e l'unico a non esser stato invitato fossi stato io. Come se mi fossi presentato comunque alla festa e tutti avessero iniziato a fissarmi. Come se tutti si rivolgessero a me in modo cortese, ma ho sentito chiaramente il chiacchiericcio diffuso interrompersi quando sono arrivato, e ora è ricominciato un po' più basso. Come se ogni volta che mi avvicinassi a qualcuno per fare due parole li vedessi smettere di ridere bruscamente e poi iniziare a parlare con me. Cortesemente. Troppo.
Per potermi lavare devo accendere la luce: la bottiglia di sapone è in plastica e l'ultima volta che ho provato a prenderla al buio e caduta a terra, il tappo a incastro si è sfilato e io ho dovuto coinvolgere tutti i cerchi del Paradiso nella mia opera di pulizia.
Accendo la luce e la comprensione mi balena in testa.


Hanno cambiato la tavoletta del water.

giovedì 22 giugno 2017

Parte. 03c: Filtri 3

DISCLAIMER: Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti storici, personaggi o luoghi reali è completamente casuale. Altri nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il frutto dell’immaginazione dell’autore, e qualunque somiglianza con fatti, luoghi o persone reali, viventi o defunte, è anch'essa casuale.

Parte 3b

È proprio una bella giornata, eh?
Mi tolgo il cappotto e lo metto sotto braccio. Il sole mi scalda e mi torna in mente la ragazza del balcone. Sorrido al pensiero. Un cretino vestito di grigio e nero che sorride al sole. Non conosco gente nuova da così tanto tempo che non saprei neanche da dove iniziare, e comunque avrà quindici anni meno di me, e poi non ho idea di chi sia, e poi non potrei mai chiederle nulla, che cazzo di figura ci farei? Un viscido bavoso, ecco che figura ci farei. Non la conosco neanche. Certo, una persona del genere non può che suscitare almeno la curiosità di chiunque la veda, ed ultimamente è un evento quanto mai raro.
Lo vorresti un fucile di Checov? Non costano nulla al mercato nero.
Tolgo il portafogli dalla tasca posteriore e guardo la sua espressione beffarda. Lo infilo nella tasca interna del cappotto.
Mi ricordo ancora i primi tempi con Valeria. Tutto è stato così incredibilmente semplice da sembrare irreale anche mentre lo vivevo, figuriamoci ora che sono passati undici anni. Non ci siamo mai corteggiati. Mai. Anzi, abbiamo vomitato la nostra merda uno in faccia all'altra e viceversa solo per vedere cosa sarebbe successo, e abbiamo iniziato a uscire insieme e ci siamo innamorati senza neanche accorgercene.
Un dolore sordo mi blocca completamente l'addome e le gambe. Non riesco a camminare e le ginocchia sembrano cedere sotto il mio peso. Vorrei accasciarmi al suolo e diventare tutt'uno con il terreno, fino a scomparire.
Rfhhsprhha, chnctrht skllkph fhr.
Una voce soffocata cerca di parlarmi attraverso il cappotto. Appoggio la schiena alla rete di un giardino e tiro fuori il portafogli.
Hai capito? 
Lo guardo con aria interrogativa.
Respira, pensa a quello che puoi fare. Lei è morta e anche se continui a sognarla non tornerà.
La vita ha perso colore da quando se n'è andata.
Allora ammazzati e libera il mondo dei tuoi inutili lamenti, frignone.
A volte dimentico che non c'è differenza tra voi e me.
Davvero ti sei dimenticato una cosa del genere, idiota?
Non ci stavo pensando.
Con un'unghia faccio saltare una cucitura.
AAAARGH!
Rimetto il portafogli nella tasca interna, non senza fatica.
Arrivare a casa. Dormire. Magiare. Incontrare il cliente. Forse sentire Agata.
Pensa solo a ciò che è alla tua portata, fa schifo ma ci riesce tutto il mondo, maledizione. Impegnati, stai concentrato. Devi riuscirci anche tu. L'intelletto non ti serve, è un errore dell'evoluzione che reso delle scimmie buffamente calve abbastanza intelligenti da non cacarsi addosso urlando trionfanti, aberrazioni orrorifiche al pari delle marionette animate di alcuni racconti, dei morti viventi, vivificazioni di un incubo perverso da cui non esiste fuga. La natura o chi per lei ci ha dotati di abbastanza cervello per pensare di poter guardare nell'abisso della nostra esistenza, ma non abbastanza da poter interpretare ciò che vediamo una volta che il nostro sguardo si posa sull'indecifrabile. Abbiamo escogitato un sacco di bellissime strategie, solide come castelli di carte, per far finta di poter sopportare la visione di ciò che danza davvero dietro i nostri occhi, nel retroscena della vita umana, ma quando un vento gelido spira dalle profondità le carte vengono spazzate e via e non ci rimane che abbracciarci le ginocchia in un angolo e guardare con occhi sbarrati la nuova realtà, incapaci di fare alcunché.
Hai bisogno di bere eh, stronzo?
No. Non ne ho. Posso farcela. Devo solo stare concentrato.
Fai finta quanto vuoi. intanto quella soluzione funzionava, eh?
Tiro fuori il portafogli che mi fissa con un sorriso sardonico.
Sfilo i documenti ed i soldi e li infilo in tasca e getto il provocatore in mezzo ad un cespuglio di piante grasse di qualche vecchia signora. Un urlo soffocato tira gli angoli della mia bocca verso l'alto nella malvagia imitazione di un sorriso.
Prendi questo, stronzo impudente.
La cosa davvero deprimente di quello che faccio per vivere -e che nessuna quantità di coraggio al mondo sarà mai sufficiente per chiamare "lavoro"- è che oramai riesco quasi a prevedere cosa mi verrà chiesto. Mia moglie ha iniziato ad andare a lezioni di ballo latino americano e all'inizio ci andava raramente, ora ci va quattro volte a settimana e quando torna è sempre felice temo che mi tradisca, lei può verificarlo? Certo che posso, sua moglie ha ritrovato la felicità dopo anni di grigiore, grigiore chiaramente causato da un matrimonio troppo precoce con un omino troppo noioso, arrogante ed egoista per poter anche semplicemente pensare di essere la causa stessa del tradimento. certo che mi apposterò tra i contenitori dell'immondizia, tra cespugli, merda e piscio di cane, soltanto per raccogliere delle foto dove la tua -mi auguro- futura ex moglie salta allegramente sul cazzo di uno sconosciuto ispanico con la tartaruga e pure tutto il resto dell'arca di Noè, certo che starò lì, sentendomi una merda per star violando la privacy di qualcuno mentre la malinconia e la solitudine vorrebbero farmi scappare per chilometri, certo che starò lì ad ascoltare urla e gemiti resistendo al desiderio di vomitarmi in faccia.
Lo farò, ma solo perché non ho scelta.
È davvero affascinante come le persone pensino sempre di essere così irrecuperabilmente originali. Forse il nostro cervello ci costringe a pensarlo, se acquisissimo la coscienza di essere quasi sette miliardi e mezzo di piccoli cloni basterebbero davvero le strategie che già usiamo per impedirci di prenderci tutti per mano e abbracciare l'estinzione? È vero, i dettagli cambiano, ma i comportamenti rimangono sempre e solo gli stessi, come se un programmatore di intelligenze artificiali avesse scriptato dei riflessi condizionati lasciando una piccola parte di autodeterminazione, abbastanza da convincerci di essere unici ma non da permetterci di essere imprevedibili.
Un'intera specie che vive perennemente nel limbo, sul filo del rasoio di qualsiasi cosa.
Vaghiamo nella notte e ci consumiamo nel fuoco.
Si alza il vento e sono quasi arrivato a casa. Mi infilo il cappotto che mi guarda con aria d'attesa.
Lo facciamo davvero. Ci consumiamo nel fuoco.

Parte 3d

venerdì 24 marzo 2017

Parte .03b: Filtri 2

Parte 3

DISCLAIMER: Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti storici, personaggi o luoghi reali è completamente casuale. Altri nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il frutto dell’immaginazione dell’autore, e qualunque somiglianza con fatti, luoghi o persone reali, viventi o defunte, è anch'essa casuale.



I supermercati sono ad un gradino dall'essere l'emblema stesso della società. Se, in un futuro remoto, dovessimo scegliere un simbolo da apporre su un araldo non ho dubbi che sarebbe un centro commerciale. Il centro commerciale è quel luogo di perdizione dove la domenica pomeriggio le famiglie si riversano nel tentativo di dare un significato alla loro grigia ed inutile vita celebrando la massima espressione del consumismo. Possono trovare qualsiasi cosa attraversi loro la mente soltanto facendo un centinaio di passi, e tramite la moneta comprare qualcosa di inutile che appaghi il vuoto mortifero che fa loro venire brividi dietro la schiena.
Ecco, un supermercato è la stessa cosa, ma in miniatura. In un corridoio trovi una ristretta selezione di libri, solitamente i best-seller dell'ultimo mese che nella maggior parte dei casi non sono buoni nemmeno ad accendere il camino, nel corridoio subito dopo una discreta collezione di biscotti, merendine, ciambelline ed altri motivi per dare soldi a dietologi, nel corridoio degli alcolici ci sono amari, vodke scadenti e medie, rum, vini rossi e bianchi e talvolta birre senza alcuna soluzione di continuità. È un caos calmo, organizzato fin nei minimi dettagli sin da coloro che disegnano le etichette, dove ogni colore, ogni font utilizzato è ponderato per far comprare al consumatore esattamente quella bottiglia o quel prodotto.
Chi si vuole ribellare a questo meccanismo è immediatamente riconoscibile: lo vedi stare ore ed ore a leggere ogni singola etichetta di ogni singolo prodotto su ogni singolo scaffale nel tentativo di comprare biscotti senza olio di palma, vino senza bisolfiti, marmellata senza pectina, birra non filtrata, uova da allevamento a terra, petti di pollo bio OGM-free e pasta asciutta senza glutine.
Io vado dritto al reparto dei surgelati e prendo sei confezioni di cotolette di pesce, tre di minestrone e due confezioni di tagliatelle al ragù preconfezionate. Mi avvicino alla cassa e un tremito mi percorre tutto il corpo quando passo davanti allo scaffale degli alcolici e la spia di un vecchio desiderio si accende in fondo al cervello.
L'ultimo ricordo cosciente che ho è il barista che mi guarda e
 dice:"Non ho mai visto nessuno bere con così tanta rabbia."
Bere con rabbia.
Era vero, naturalmente, ma allora non lo capii probabilmente a causa della mostrusa quantità d'alcool che già avevo in corpo.
È una definizione molto teatrale, viva, di qualcuno che non beve per il piacere che le bevande gli danno ma per cercare qualcosa che è sicuro trovarsi adagiato sul fondo del bicchiere.
Non c'è nulla sul fondo del bicchiere.
Eppure.
Eppure ho continuato a bere e cercavo di arrivare alla fine il più velocemente possibile senza essere indecente. Bevevo odiando me stesso, la mia debolezza che mi costringeva a cercare fuori di me una forza che sapevo di non avere, bevevo per anestetizzare il senso di colpa e il vuoto che mi gonfiava il petto.
Il vuoto. Mi ricordo quella sensazione, avevo l'impressione di essere collegato ad un compressore e di gonfiarmi come un palloncino, sentivo qualcosa premere da dentro per uscire, avevo l'impressione che da un momento all'altro sarei letteralmente esploso se non avessi fatto qualcosa e mi ritrovavo rannicchiato sul pavimento, con le braccia intorno al petto a contenere l'imminente esplosione.
L'alcool mi permetteva di non pensarci. Quando la testa inizia a girare e hai l'impressione che il mondo intorno a te si sia messo a ballare rock 'n roll il tuo cervello inizia a stilare una lista di priorità piuttosto severa ed in un primo momento la capolista è rimani in piedi. Se continui il cervello arriva fino al punto di doverti comandare tieni il cibo nello stomaco. Oltre quel punto, di solito, si smette di ricordare. 
Il ricordo immediatamente seguente è dolore all'interno della bocca. Una fiammella a cui la mia coscienza si aggrappa per riemergere dalla nebbia, una fiammella che cresce invade tutto il lato sinistro della testa facendola bruciare come un incendio. Lentamente arriva il freddo, poi la sensazione dell'asfalto sul corpo e con lei la consapevolezza, improvvisa come un temporale estivo, di essere disteso a terra.
Ricordo come avessi cercato di alzarmi in piedi, ricordo di aver fatto una fatica immane mentre il lato sinistro del mio essere urlava di dolore ed io gemevo con lui.
Ricordo di aver sentito la mascella pulsare da qualche parte intorno al premolare sinistro, ricordo di averlo toccato con la lingua, aver urlato dal dolore e aver sputato un dente a terra. Ricordo che il dente è caduto dentro una pozzanghera e che solo in quel momento mi sono accorto che stava piovendo.
L'unica cosa che vedono da fuori è un improvviso rallentamento della mia camminata, difficilmente ci faranno caso.
Mi giro verso la cassiera che mi guarda con la morte negli occhi, poggio le conquiste della globalizzazione sul nastro, pago ed esco.
Tornare all'aperto snebbia il mio umore mentre la mente inizia a farsi offuscata per la mancanza di caffeina. 

Parte 03c