martedì 31 marzo 2020

Parte .03j: Filtri

Valeria non c'entra nulla.
Quindi la morte di tua moglie non è attinente a qualcosa? Questa sì che è una novità.
Sospiro. Provavo questa sensazione anche prima di incontrarla.
Un vedovo è ciò che sei per tua stessa volontà.
Sospiro. Ancora trenta metri e sarò arrivato, vedo già la luce dei neon illuminare fredda il marciapiede.
Hai deciso scientemente di non rifarti una vita e ripeti la tua scelta ogni giorno. La cosa pià coerente che tu possa fare è accettare che ti venga fatto notare.
Vedo un po' di gente seduta la bancone, altri ai tavoli che parlottano. Dovrei essere arrivato con un buon anticipo, chissà se il mio uomo è già arrivato.
Sapevo chee avrebbero dovuto rinnovare il locale: il pavimento rivestito di mattonelle nere tirate a lucido fino a sembrare specchi e poi rovinate da anni di usura, il bancone color vinaccia con il piano in granito, gli sgabelli in acciaiocon un cusicno nero per seduta, la luce soffusa nonostante le luci a LED abbiano da tempo preso il dominio sulle vecchie lampadine ad incandescenza e i tavoli addossati alle pareti e alla vetrata della sala principale.
Mi siedo al tavolo più lontano dall'ingresso in modo da vedere tutta la sala. Devo attendere soltanto pochi minuti perchè Anna, la barista bionda, mi si avvicini.
“Ciao Roberto, posso fare qualcosa per te?”
“Buonasera Anna. Il solito grazie.”
Il caso vuole cheio conosca il figlio del proprietario, Luca, che lavora dietro al balcone, e col quale ho frequentato la scuola media. Luca, a differenza del padre, ha un'idea meno datata del “bar”, e leggermente più americana, con camerieri o cameriere sorridenti che vengono a chiederti le ordinazioni se ti siedi al tavolo.
Spesso incotro i miei clineti qui, è il bar più facile da trovare e quello più frequentato. Vedo un uomo di mezz'età, i capelli corti e ricci con delle sottili ciocche bianche. Indossa un giaccone impermeabile da outlet verde mimetico con delle toppe finte sul braccio sinistro e un paio di jeans dei quali nella penombra non riesco a stabilire il colore.
Arriccio la lingua tra le labbra socchiuse e mi esibisco nella mia migliore versione del fischio da pastore.
Tutti, incluso il nuovo arrivato, si voltano a guardarmi.
Inizio a sbracciare sorridente nella sua direzione. A giudicare dal suo inidirizzo di posta elettronica risponde al nome di Massimo.
Massimo mi guarda confuso e poi si volta, cercando qualcuno alle sue spalle. Il suo volto si indurisce e la folla ha già perso qualsiasi interesse per entrambi.
Le braccia sono tese lungo i fianchi, i pugni serrati e le spalle spostate in avanti mentre cammina verso di me con ampie e rapide falcate.
“Ma come ti permetti?”
Gli sorrido.
“Perdonami, Massimo, pensavo ti avessero detto di rivolgerti a me in funzione delle mia professionalità e discrezione.” gli dico sorridendo tranquillo.
“E questo cosa c'entra?”
“C'entra che quella che per te è una pruriginosa curiosità circa tua moglie per me è lavoro. E si dà il caso che ci tenga a continuare a lavorare.” continuo a sorridere.
“Ma che cazzo ti ridi?”
“Stai calmo, respira e guardati intorno. Nessuno ti nota e nessuno si ricorderà che tu sia mai stato qui. A meno che tu non gli rinfreschi la memoria agitandoti e prendendoti un infarto.”

Si guarda intorno e lo vedo tirare un sospiro di sollievo. Ora riesco a vedere quanto i suoi occhi siano piccoli e vicini.
Sembra un maiale. E anche stupido.
“Mi parli del suo problema. Vuole qualcosa da bere? Chiunque noterebbe un avventore che non ordina nulla.”
“Uno spritz, grazie.”
Anna intercetta il mio sguardo e mi si avvicina.
“Anna ci porteresti uno Spritz per cortesia?”
“Certo Roberto, arriva subito.” mi risponde, sempre sorridendo.
“Bene, Massimo. Ora: qual è il problema?”
“Penso che mia moglie abbia iniziato a tradirmi.”
Puoi scommetterci il grugno stupido suino.
“E cosa te lo fa credere?”
“Noi non...”
“Sì immagino. Ma deve esserci anche dell'altro no? Oppure si è preoccupato solo per questo? Il mondo è pieno di coppie che non hanno rapporti sessuali.”
“Sì, ecco, ha iniziato a stare molto a lavoro, esce di continuo con i suoi colleghi, non sta mai a casa”, la sua voce si fa via via più alta e una vena alla base del collo si gonfia visibilmente “e quando ci sta passa la maggior parte del tempo a dormire.” conclude urlando mentre il suo viso vira sul rosso.
“Capisco.” attendo un paio di secondi fino a che lui non sposta appena il peso in avanti, le spalle protese verso di me. “Abbassa la voce, comunque e mantieni la calma. Se segui le mie istruzioni nessuno si ricorderò mai che tu sia stato qui. Quando ha iniziato a comportarsi così?”
“Sì, mi scusi. Circa sei mesi fa.”
“Deduco dal tuo stato d'animo che, diciamo fino ad un anno fa, tua moglie si comportava in modo sostanzialmente differente.”
Spalanca appena gli occhi.
Bravo, adesso sembri ancora più stupido.
Le sue braccia non sono più conserte e si appoggia sui gomiti sul tavolo.
Ora vuole anche dirti qualcosa, Porky Holmes.
Se lo interrompessi ora con un'osservazione che potrebbe considerare geniale potrei farlo mio oppure inimicarmelo. Aspettando, invece, posso vedere se è davvero lo stupido mediocre ed egocentrico che io penso che sia.
Non perde tempo prima di esprimere il suo assenso.
“Esatto! Un anno fa mi ha cucinato un pranzo con”
Non sto già più ascoltando.
Ma perché ti preoccupi di questo inetto?
Perché ho quasi finito i soldi, chissà perché.
E a cosa ti servono se puoi sfruttare tua sorella?
Mi servono che voglio evitarlo, ecco a cosa.
Continuo a non capire.
Questo perché il mio inconscio ha dato la parola ad un fazzoletto.
“...cioè, capito?” conclude Massimo.
“E immagino che tutto questo, dai estiti al trucco, sia cambiato repentinamente, da un giorno all'altro.”

“Esatto!”
È incredibile.
Cosa? Quanto sia identico a tutti i suoi simili? A dir poco.
Per non parlare di come sia totalmente cieco di fronte al fatto di essere il problema.
Proprio per non parlarne, eh.
Insomma, ha attaccato tutti il discorso e non si è neanche accorto che non lo stavi più ascoltando.
Ma infatti, qualcuno vuole approfondire la conoscenza di questo individuo la cui intettitudine è così profonda da impedirgli persoino di capire quanto sia miserabile la sua vita?
...
Appunto, quindi non parliamone.
Forse non sei nella posizione migliore per giudicare la miserabile esistenza di qualcun altro.
Io sono nella posizione di fare ciò che preferisco.
Certo, nessuno deve sopportare più la tua presenza.
“Ma mi stai ascoltando?”
Se solo sapessi quante storie identiche a questa mi hanno portato a rannicchiari in mezzo a cassonetti puzzolenti di urina e merda di cane passeresti ogni ora del giorno abbracciato al gabinetto chiedendoti quale sia il motivo per cui non ti sei ancora tolto la vita.
“Perdonami.” rispondo “Ma non ti permetto di mettere in dubbio la serietà con cui seguo i miei incarichi. Se qualunque cosa, nel mio modus operandi, ti disturba, non solo ti faccio notare che sei libero di andartene, ma te lo consiglio.”
Quando ero più giovane ho avuto modo di scoprire come un certo grado di formalità e un'impostazione appena più controllata della voce risultassero implicitamente minacciosi. Non ho mai capito perché né se funzionasse qualora ci provasse qualcun altro. Ho soltanto notato che quando ero arrabbiato e usavo cercare di rimanere cortese, in molti si prodigavano per esaudire i miei desideri, a patto che ne fossero in grado, chiaramente. Questo noiosissimo aspirante borghese non fa chiaramente eccezione.
“No, figurati.” dice fissando un punto intorno al mio sterno.
“Benissimo” dico sorridendo “Ora parliamo di cose serie. Il compenso: cento euro al giorno. Se per lei è eccessivo lo capisco ma le consiglio di rivolgersi a qualcun altro.” dico mentre tiro fuori il biglietto da visita di un barbiere facendo attenzione a mostrargli soltanto il dorso.
“No, va benissimo, figurati.”
Usando indicie e medio ripongo il biglietto nel palmo della mano e poi nella tasca interna del cappotto.
Che grandissimo coglione che sei.
Ripetilo e ti strappo. È un brutto lavoro quello di passare le notti tra i rifiuti.
“Ottimo. Iniziamo da domani. A che ora inizi il turno in ufficio?”
“Alle sedici.”
“Domani assolutamente entro le diciotto mandami una tabella con gli orari di lavoro di tua moglie, compresi l'indirizzo della vostra casa e del lavoro e tutto il resto, ok?”
“Va bene”
“Sai compilare una tabella excel?”
“No...”
“Imparalo e compilala. Oppure falla a mano ma mi ci vorrà molto più tempo per elaborare un piano.”

“V-va bene.”
“Benissimo, buonanotte” concludo tendendogli la mano.
“Buonanotte.” e allunga la mano, lievemente tremante, per poi esibirsi in una stretta molle. Aspetto seduto mentre l'omino esce dal locale, accende la macchina -una berlina che alla luce arancione dei lampioni sembra grigio metalizzato- fa manovra e se ne va.
Sei contento? Ora puoi continuare a fare questo lavoro.
Sprizzo gioia da ogni poro.
C'è aria di neve.
Sì.
I giorni della merla.
Già.
Inizio a camminare verso casa. La temperatura è calata ulteriormente, e continuerà a farlo fino a quando il sole non sarà sorto.
Alzo il bavero, mi infilo i guanti e rincalzo le mani nelle tasche del cappotto.
Forse mi prenderà meno tempo di quanto non abbia fatto all'andata.
È passata soltanto un'ora da quando sono entrato eppure la sensazione di essre l'ultimo abitante di una città fantasma si è acuita: non ci sono neanche più le luci nelle case o automobili in movimento.
Guardo la mia ombra allungarsi e sparirmi sotto i piedi mentre cammino illuminato dai lampioni arancioni. Il soffio di una brezza leggera, quasi un brivido, mi riempie le orecchie. Non ci credo.
Sospiro.
Non puoi sentirti solo!
Stavo soltanto per addeentrarmi nel bellissimo mondo delle acufeni.
Una Opel Corsa nera mi passa ad un soffio facendomi schizzare il cuore in gola e svolta rapidamente a destra per bloccarmi la strada a quattro metri da me.
Ora ti metteranno un sacchetto in testa e ti porteranno ad Alcatraz dove il questore Giuliani ti torturerà.
Questo sì che sarebbe un incrscioso contrattempo.
Cammino senza modificare la mia andatura, fingendo una calma che non ho mentre l'adrenalina non sa se rimanere in circolo o meno.
Fiancheggio la macchina, determinato a vedere in viso il guidatore e mentre arrivo di fronte al finestrino lato passeggero, il vetro di abbassa con un ronzio.
«Professor Humbert!» dice una voce femminile da dentro l'abitacolo.
Beh, questo mi sembra eccessivo.
Ciononostante.
«Mi scusi, temo abbia sbagliato persona.»
Mi abbasso, sporgendomi oltre il finestrino e vedo, nella penombra, una ragazza con i capelli scuri e la frangetta, occhi grandi su di un viso tondeggiante.
«Vuoi dirmi che non sei il guardone di questa mattina?»
Mi blocco, mentre un brivido gelido scorre come acqua lungo la mia spina dorsale, trasformandomi le gambe in gelatina. Il mio cervello ha già iniziato a correre ma le mie gambe tremolanti sono inchiodate all'asfalto. Non penso di essre riuscito a mascherare l'espressione di terrore e sorpresa che deve essermi apparsa in volto.
«Quello di stamattina a Castel Bastiani?» continua la ragazza.
Mi accorgo soltanto ora di aver trattenuto il fiato, mentre le spalle si rilassano e la schiena di

scioglie. Il mio cervello torna indietro, sopra le gambe che tremano al punto da convincermi a non muovere nemmeno un passo. Per paura di perdere l'equilibrio appoggio spavaldamente i gomiti al finestrino.
Te la sei fatta sotto, eh?
«Colpevole. Quindi tu sei...»
«Francesca, la ragazza in pigiama. Piacere.»
È molto gentile a non dire “la ragazza a cui stavi avidamente guardando le tette”.
«In tal caso, Franscesca, ti chiedo scusa. Non intendevo metterti in imbarazzo in alcun modo, questa mattina.»
«Amici come prima. Ti bevi qualcosa?»
HA! Adesso cosa pensi di dirle?
«Come avessi accettato, ma ho smesso.»
La verità. Dovrei forse aver paura dei giudizi di una sconosciuta?
«Oh mamma! Mi perdoni, professor Humbert!»
«Roberto, scusami. Il piacere è mio. Non c'è nulla da perdonare, comunque, non potevi saperlo.»
«Ma sicuro di non volere nulla? Un caffè, una tisana...»
Insistente, la ragazza...
«Come faccio a sapere che non vuoi rapinarmi, Valeria?»
«Non puoi, è parte del gioco. Prometto che non è mia intenzione farlo, però.»
«In tal caso qualcosa da bere lo troverei pure.»
Sorride.
Pare che qualcuno sia felice di passare del tempo con te.
Pare.
Non ci resta che aspettare che cambi idea.
«Allora, Roberto» dice continuando a sorridere «se togliessi i gomiti da finestrino sarei ben felice di chiuderlo, impedendo al freddo di farmi venire una paresi facciale, e parcheggiare. Tu puoi aspettarmi dentro.»
«Agli ordini.» dico, trovandomi a sorridere a mia volta.
Tira più di un carro di buoi.
Non essere coglione. Sai che non è per quello.
Torno dentro il bar. Anna mi viene subito accanto «devo sparecchiare lo stesso tavolo?» «Solo se ne hai il tempo. Posso tranquillamente prenderne un altro, questa volta.»
«Nessun problema.»
Guardo fuori dalla porta. Con la coda dell'occhio vedo Anna guardarmi incuriosita. La ignoro. Finalmente vedo Fracesca avvicinarsi all'entrata. Mi sposto di lato per darle modo di aprire la porta.
«Non posso crederci! Eri qui accanto e non mi hai aperto la porta?!»
Sta ancora sorridendo.
«Non volevo sembrare uno che se la tira comportandosi da proprietario del locale e ho finito per offendere l'intero genere maschile comportandomi da prova che la cavalleria appartiene omai soltanto a vassalli, valvassori e valvassini. Spero il movimento maschilista abbia la pietà di perdonarmi.»
Riesco ad intravedere, appena ai limiti del mio campo visivo, Anna diventare tre centimetri più alta ed esibire uno dei sorrisi più larghi che abbia mai visto mentre porta un vassoio verso il bancone. Ho appena il tempo di girarmi verso la sala e me la trovo davanti, sempre

sorridente.
«Si è appena liberato un tavolo da due, se volete sedervi seguitemi pure.»
Lo so che è difficile ma cerca di non metterti a ridere.
Scosto la sedia dal tavolo e guardo velocemente Francesca chee sorride di nuovo.
«Immagino che sia un tentativo di farti perdonare per la porta.»
«Agli occhi del genere maschile tutto, precisamente.»
Si toglie la borsetta a tracolla e la appoggia sul tavolo, il cappotto -un parka verde militare-, la sciarpa bianca ed i guanti grigio chiaro.
Non guardare come è vestita. Non stavolta.
Ha gli occhi nocciola. Una linea di highliner sopra le ciglia e un ombretto celeste chiaro con dei brillantini.
Non ti sei ancora meritato il diritto di scannerizzarla.
Non voglio farlo. Mi sto concentrando sul volto proprio per questo.
Ci sediamo.
«Allora, Franscesca, posso chiederti come mai ti sei convinta che bere qualcosa con uno sconosciuto senza rapinarlo sia una buona idea?»
«Sono convinta che gli esseri umani, per rimanere tali, debbano stare immersi nella società, ricordandosi l'un l'altro che esiste un'intera umanità, estremamente sfaccettata e variegata, di cui non è possibile comprendere tutte le differenze.»
«E questo cosa c'entra con me?»
«Sei sempre così diffidente?»
«Non stai rispondendo.»
«Perché non sembrava un interrogatorio.»
Anna arriva a toglierci dall'imbarazzo chiedendoci le ordinazioni, sempre sorridendo. Riesco, chissà come, a trattenermi dal volgere gli occhi al soffitto.
Franscesca prende un Cosmopolitan, io una Coca.
«Davvero. Una Coca? La globalizzazione ha davvero rovinato tutto.»
«Lo ha fatto davvero. È molto difficile pretendere di essere la razza migliore quando vedi che sostanzialmente il mondo è popolato di sette miliardi di cloni.»
«E questo ci riporta a quello che dicevo prima, no? Se parli con chiunque, anche con un barbone, scoprirai che la distanza, anche intellettuale, che vi divide non è maggiore dei tuoi pregiudizi.»
«E la distanza che separa me e te da che tipo di pregiudizi è determinata?»
Per la prima volta da quando l'ho vista oggi, la sua espressione si rabbuia. La voce è poco più di un sussurro e sembra arrivare direttamente dallo stomaco.
«Non è un buon periodo, Roberto. Avevo bisogno di parlare con qualcuno. Magari qualcuno di cui non riuscissi a prevedere le risposte con svariati minuti di differenza.»
«Perdonami. Sono stato indelicato.»
«Sì, ma non fa niente. Mi sono presa il rischio quando mi sono fermata con la macchina a fianco a te. Va bene così.»
«Un altro affronto all'intero genere maschile. Se continuo così tra meno di mezz'ora mi toccherà cambiare sesso.»
«Ma raccontami qualcosa di te.»
«Cosa vuoi sapere?»
«Raccontami qualcosa. Un aneddoto. Hai qualche anno più di me, avrai pure qualcosa da raccontare.»

Eravamo appena andati a vivere insieme, io e Valeria. Avevo lasciato scadere una bolletta dimenticandomela sotto una pila di carte. Non era la prima volta e lei si è infuriata, dicendo che non poteva pensare lei a tutto e che aveva bisogno di potersi fidare di me e del fatto che avrei badato alla nostra casa. Aveva ragione, come sempre. Avevamo una finestra di fronte alle scale che facevano una curva subito prima di arrivare al piano inferiore e stava scendendo per continuare ad inveirmi contro e a dirmi quanto fossi inaffidabile e che non era possibile andare avanti così. Quando è arrivata al punto in cui le scale fanno quella curva il sole ha colpito i suoi capelli castani spettinati dall'ira. Notai, come altre volte, come alla luce diretta del sole nella sua chioma comparissero delle sfumature bionde e come i capelli spettinati le circondassero il capo di una scombinata compagine di sottilissimi fili dorati. Ho pensato, con la violenza di un dejà vù, che fosse bellissima e che volevo passare la mia vita con lei. Non potevo dirglielo, l'avrebbe fatta sentire presa in giro, ma lo pensavo in quel momento. Come l'ho sempre pensato del resto.
Ma non puoi raccontarle questo.
Non posso.
«Roberto?»
«Sì, scusa. Ti racconterò di qualcosa che è successo quando facevo l'università. Mi ricordo che stavo in aula studio e una compagna di corso mi ha raggiunto, forse per caso o forse no, all'epoca nemmeno me lo chiesi, e si sedette vicino a me. Il tavolo era totalmente libero, eppure, ora che ci faccio caso, si mise proprio al mio fianco. Dopo i convenevoli studiammo per una mezz'ora in silenzio, poi mi disse che doveva chiedermi un parere in virtù del fatto che fossi un uomo. Le dissi che l'avrei aiutata come potevo. Mi raccontò di un tizio con cui usciva all'epoca. Lei, essendo siciliana e dovendo ritornare al termine del corso di laurea, non aveva mai avuto intenzione di avere relazioni stabili finché avesse frequentato l'università, eppure questo tizio era arrivato quasi a farle cambiare idea, mentre le diceva che anche lui voleva intraprendere una storia seria. Più seria di un buco da scopare, comunque. Fatto sta che dopo qualche mese smise di rispondere al telefono ed ai messaggi e la mia compagna di corso soffriva molto per il comportamento di quest'uomo. Mi chiese cosa fosse successo, se fosse possibile che fosse un così bravo attore o se magari fosse successo qualcosa che aveva repentinamente cambiato le carte in tavola.
«Le risposi che sicuramente non era successo niente e con ogni probabilità non era nemmeno un così bravo attore, semplicemente aveva seguito la regola più semplice di tutte quando si mente: menti dicendo quello che vogliono sentirsi dire. A lei piaceva credere che lui volesse impegnarsi, le dissi, e quando lui aveva espresso volontà in quel senso lei non si era nemmeno chiesta se fosse vero o meno. Mi chiese perché mai fosse necessario un comportamento del genere e le risposi che era per sicurezza.
«Stavamo in un angolo dell'aula studio, e la tracolla con il mio portatile stava tra il muro e la mia sedia. Praticamente invisibile a chiunque. La tracolla della mia compagna di corso stava a fianco alla mia. Le dissi che se fossimo andati a prendere un caffè lei si sarebbe portata dietro la tracolla con il portatile. Lei mi disse che sì, l'avrebbe fatto senz'altro, per paura che glielo rubassero. Le feci notare che la sua tracolla era molto ben nascosta, praticamente invisibile a meno che qualcuno non si avvicinasse al nostro tavolo con la precisa intenzione di cercare qualcosa da rubare e che, molto probabilmente, nessuno aveva ancora notato le due tracolle appoggiate al muro, quindi prenderle per portarle via sarebbe stato inutile, eppure istintivamente lo avremmo fatto entrambi.»
In quel momento arriva Anna con le nostre bibite. Mentre mi porge la Coca mi guarda e mi

sorride molto più del necessario. Ringraziamo. «E lei?» dice Francesca.
«Beh, lei si rabbuiò un po'.»
«Ci credo, sei stato incredibilmente stronzo.» «Lo so, le chiesi scusa, infatti.»
«E vorrei ben vedere.»
«Le dissi: “Mi dispiace che questo ti faccia sentire peggio ma penso sia la verità. Se avessi voluto essere consolata avresti dovuto avvisarmi.”»
«Ma che stronzo!»
Mette una mano a coppa e prende un lungo sorso del suo drink. Lo poggia sul tavolo e incrocia le braccia davanti al petto. Cerco di reprimere una smorfia di delusione, forse senza riuscirci.
«Non sono più così, comunque. Sono passati dieci anni.»
«Allora perché me lo hai raccontato?»
«Perché mi hai chiesto di raccontarti qualcosa e la mia vita recente è molto povera di avvenimenti.»
«Non ci credo, succede sempre qualcosa che valga la pena di essere raccontato se si fa abbastanza attenzione.»
«Quest'affermazione richiede un esempio, no?»
«Ad esempio» disse sorridendo «questa mattina stavo uscendo dalla corriera e ho premuto il bottone della chiamata pedonale prima di attraversare. Ora, non so se ci hai mai fatto caso ma c'è una pausa tra il semaforo rosso per le macchine e quello verde per i pedoni.»
Non avendo la macchina ho ben presente.
«Sì, certo.»
«Ecco, e io ero lì, a guardare la strada con la musica nelle orecchie che un passerotto si è posato» forse inavvertitamente poggia l'indice, lievissimo, sul tavolo «proprio in mezzo alle strisce pedonali. Scatta il verde e ben presto lo raggiungo, e poi, non appena lo supero» ora stacca lentamente il dito per riappoggiarlo subito «il passerotto comincia a saltellarmi al piede» dice mimando dei lievissimi saltelli con il dito. Deve essersi accorta che stavo guardando il tavolo perché toglie velocemente la mano.
La guardo negli occhi.
«È stato bello.» dice.
«I passerotti lo sono sempre.»
«Sai cosa mi ha turbato, ripensandoci? Che fa un freddo incredibile, i passerotti non dovrebbero esserci.»
«I giorni della merla.»
«Eh?»
«È una vecchia storia che dice che i merli in origine avevano un piumaggio bianco. Beh, due di questi merli vengono ingannati dallo sciogliersi delle nevi e migrano in queste zone ma vengono sorpresi dal freddo di questo periodo. Per non morire si rifugiano nella ciminiera di un treno a carbone e diventano neri.»
«Oh» dice, mentre gli occhi si spengono e gli angoli della bocca si inclinano quasi impercettibilmente verso il basso «Non conoscevo questa storia.»
«Me l'hanno raccontata quando ero piccolo, mi è sempre rimasta impressa.»