La giornata iniziava con la musica a basso volume che usciva fuori dalla radiosveglia mp3.
In casa non c'era nessuno, mi svegliavo dieci minuti dopo che i miei uscivano per andare a lavoro.
Aprivo la caffettiera e vedevo che dentro c'era ancora del caffè, peccato che il caffè scaldato faccia schifo, così la svuotavo nel lavandino e la riempivo con acqua e caffè, poi la mettevo sul fornello.
Prima che il caffè uscisse aprivo la dispensa, prendevo i biscotti, mi sedevo e poggiavo la fronte sulla superficie fredda del tavolo della cucina. E MI ADDORMENTAVO.
Mi svegliava il gorgoglio del caffè pronto. Mi alzavo dalla sedia in tutta fretta, barcollante come un ubriaco e spegnevo il fornello. Mi versavo il caffè in una tazzina, puntualmente bruciandomi una mano con la bibita bollente.
Un sorso di caffè, un morso di biscotto, un sorso di caffè, un morso di biscotto.
Ma una tazzina non bastava, così ne prendevo un'altra.
Mi alzavo dalla sedia ed andavo a lavarmi e vestirmi. Una volta vestito e pulito, salivo in macchina e partivo per l'università.
Facevo in tempo a "metter piede" in superstrada che mi ritrovavo imbottigliato nell'ennesima coda delle sette e mezza del mattino. La caffeina iniziava a vorticare nelle mie vene e a raggiungermi il cervello TUTTA INSIEME.
Iniziavo ad inveire contro coloro che, presi da un'orgia di fretta ed egoismo, iniziavano a guidare come se ci fossero stati solo loro in strada ma, notizia dell'ultima ora, eravamo altri duecento esattamente affrettati ed egoisti nella stessa identica maniera, ma forse di quei duecento almeno la metà avevano abbastanza coscienza civica da riconoscere che se non si rispettano le regole prima o poi si fa incidente e si pagano multe ed assicurazioni esorbitanti.
Venticinque chilometri, quattro imbottigliamenti.
Vedevo il parcheggio dell'università come i naviganti che perdevano la rotta vedevano le isole.
Parcheggiavo la macchina, uscivo sbattendo la porta e mi dirigevo verso l'aula. Un rapido sguardo per trovare il mio compagno, quello che mi fa compagnia nelle incazzature e nel tenermi i posti dell'uni, un rapido cenno della mano.
Posavo la tracolla, appendevo il cappotto ed andavo a prendermi un tè alle macchinette con la consapevolezza che il terzo caffè dopo neanche un'ora dal momento in cui avevo aperto gli occhi sarebbe stato effettivamente troppo per il quieto vivere e forse anche troppo per il mio cuore.
La bibita calda mi scendeva in gola e riusciva a rilassarmi. TROPPO.
Dopo le prime due ore di lezione l'ossigeno nell'aula iniziava a scarseggiare ed a quanto pare è vietato aprire le f*****e finestre. Senza ossigeno qualsiasi quantità di caffeina è irrisoria.
La seconda lezione la trascorrevo dormendo sul...la superficie fin troppo ristretta per prendere appunti, figuriamoci per dormire.
La terza lezione era pressoché inutile, il professore non era altro che una persona con un microfono che leggeva delle slide che si potevano tranquillamente trovare sul suo sito, per cui me ne andavo a casa prima che iniziasse.
A quanto pare, stavano tutti rientrando a casa dopo una giornata lavorativa di circa quattro ore e mezza, altrimenti non si sarebbero mai spiegati quattro imbottigliamenti anche nei venticinque chilometri di ritorno.
Stavolta non avevo caffè in corpo, ma gli egoisti affrettati sostituivano qualsiasi dose di caffeina dopo l'ennesima giornata identica alle altre ed in cui sembrava troppo chiedere uno scopo.
Ricominciavo ad inveire fino a che non arrivavo a casa, affamato come una iena. Preparavo da mangiare, mangiavo davanti a Simpsons e Futurama, poi mi mettevo sul letto a leggere. Immancabilmente dopo un quarto d'ora i miei occhi erano chiusi, il mio cervello era spento ed il libro chiuso attorno alla mia mano.
Mi svegliavo all'incirca un'ora dopo sopra una macchia di bava, ai limiti del disgusto.
Andavo in cucina e mi preparavo un tè, poi tornavo in camera per cercare di studiare.
Il mio sguardo veniva attratto, come una falena da una fiamma, dal libro che stavo leggendo poc'anzi.
Ritornavo a leggere, poi era ora di cena, così andavo a cenare con i miei.
Tornavo in camera, mi buttavo sul letto e mi astraevo fino a che il sonno non prendeva possesso della mia mente.
Ogni.
Singolo.
Giorno.