martedì 14 febbraio 2017

.03 Filtri



DISCLAIMER: Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti storici, personaggi o luoghi reali è completamente casuale. Altri nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il frutto dell’immaginazione dell’autore, e qualunque somiglianza con fatti, luoghi o persone reali, viventi o defunte, è anch'essa casuale.


Vorrei andare al bar a prendere il caffè, ma la sensazione di prurito alla bocca dello stomaco mi suggerisce di fare altrimenti. Tornare al mio appartamento in autobus mi sembra una pessima idea, dopotutto prima di stasera non avrò nulla da fare e tutti i miei contatti sono sul cellulare, nell'assurdo caso che qualcuno mi cerchi.
Ancora non riesco a capacitarmi di come mia sorella possa stare con una persona come Gabriele. Lei merita di meglio. Merita qualcuno che la tratti come lei tratta me. Spesso sento di esserle di peso, so che è così, ma ne ho bisogno. È la corda che mi permette di non affogare in questo pozzo maleodorante che è la vita. Non me ne ero mai reso conto prima della morte di Lucia, perché mia moglie mi sorreggeva nei momenti in cui avevo bisogno, ma poi lei è scomparsa. Strappata all'esistenza da una complicanza. Dire che non ho mai pensato il chirurgo fosse colpevole sarebbe una stupida bugia, ma circa un anno e mezzo dopo sono riuscito a mettermi il cuore in pace. La medicina procede per tentativi e casi fortuiti, sarebbe potuto capitare a chiunque. Ho anche progettato una vendetta, per un po'. Mi vedevo già in uno scantinato, con lui imbavagliato e legato ad una sediaccia sotto l'impietosa luce di una lampada a LED, mentre gli davo una coltellata nello stomaco e poi suturavo la ferita. Non l'avrei mai lasciato morire dissanguato, no. L'avrei guardato negli occhi, mentre i succhi gastrici sarebbero fuoriusciti dalla ferita allo stomaco, divorandolo dall'interno. L'avrei visto dimenarsi e piangere, tendere i muscoli e sudare copiosamente dal dolore. Avrei visto i suoi occhi spalancarsi fino ad uscire quasi dalle orbite e le vene gonfiarsi fino a che, sfinito, non avrebbe iniziato a piangere.
E avrei assaporato ogni singola lacrima.
Iniziai a bere per scacciare quella voce nella testa che cercava di convincermi della validità di quell'idea e le voci fuori dalla mia testa che non facevano altro che schernirmi. Il quinto giorno Martino, il barista, mi cacciò in malo modo dal bar. Non ricordo il motivo contingente, forse si sentiva una merda a dare da bere ad una creatura che d'umano aveva solo la forma: il sesto andai a fare incetta d'alcolici per poter zittire le voci mentre stavo comodamente disteso sul divano; il settimo giorno iniziai a bere per trovare il coraggio di compiere la mia vendetta. Ingurgitai una tale quantità d'alcool in così poco tempo da andare in coma etilico. Mi risvegliai in una stanza d'ospedale ed ebbi conati di vomito per un minuto. Quando riuscii a rimettere a fuoco la stanza vidi mia sorella avvicinarmisi e abbracciarmi.
Piansi. Non so per quanto tempo. Piansi per il dolore, per il senso d'abbandono ma soprattutto piansi per la vergogna. Come poteva una forma di vita spregevole come me meritare così tanto affetto? Le raccontai della vendetta che avevo pianificato e, ancora una volta, mi abbracciò. Senza dire una parola.
Non mi sono mai sentito uno schifo come quando mi ha abbracciato quella volta.


Il vento si è calmato e finalmente il sole sta iniziando a scaldare la città. Infilo la mano nella tasca interna del giubbotto e inforco gli occhiali da sole. Subito tutto assume una sfumatura appena più cupa, ma almeno riesco ad andare in giro senza strizzare gli occhi come una talpa.
Con il calore le vite si sono riaccese, ed ora si vede gente in tuta che esce per andare a correre, che stende i vestiti bagnati sul balcone o che approfitta della mattinata per far fare un fuori programma al barboncino bianco agghindato come un bambino freddoloso ipertricotico. I miei occhi vagano su mura grigie, lilla, gialle, beige, finché un movimento non cattura il mio sguardo: vedo una ragazza affacciarsi al balcone del quarto piano vestita solo di un paio di leggins grigi e una maglietta blu notte a maniche corte, appoggiarsi alla ringhiera ed inspirare profondamente e mentre il suo petto si espande e preme i capezzoli contro il cotone, sorridere al cielo e spalancare le braccia. Immobile, così, a occhi chiusi, per una decina di secondi. Espira, apre gli occhi e si sfrega le braccia, improvvisamente consapevole della stagione e della temperatura. Si gira per rientrare in casa e si ferma a metà strada per salutarmi agitando la mano. Mi accorgo solo ora di aver smesso di camminare e del sorriso che mi sta appiccicato al volto. Faccio il gesto di togliermi il cappello, ride coprendosi la bocca con una mano, mi fa l'occhiolino e rientra in casa.
Basta davvero poco per stupirci, in quest'epoca di grigiore. Abbiamo talmente poco spazio per la felicità che una qualsiasi persona che se ne faccia manifesto finisce per influenzarci in bene se ci contagia con la sua positività, in male se il suo stato d'animo ci infastidisce. La vita reale è un eterno meccanismo che funziona da milioni di anni, e noi siamo soltanto l'ultima versione di ingranaggi che continua a farlo girare e qualsiasi cosa vada contro il funzionamento viene schiacciata tra gli ingranaggi fino a che non smette di esistere.
Nasci, cresci, procrea, muori. Le cose si sono fatte complicate da quando una mutazione genetica ci ha consegnato l'autocoscienza, il più grande dono e la più grande condanna che l'evoluzione abbia mai consegnato ad una specie.
Possiamo fare i bulli quanto vogliamo, ma siamo tutt'altro che isole. Ci siamo indispensabili l'un l'altro, anche solo per ricordarci a vicenda che siamo tutti esseri umani. Intessiamo una vera e propria ragnatela con le nostre relazioni dove i fili rimangono in contatto forse per una sola frazione di secondo oppure rimangono saldamente intrecciati per anni, decenni, per poi separarsi, ma non esiste un singolo filamento di quella ragnatela che non sia intrecciato ad altri.
Come sempre i miei piedi mi hanno guidato dove avevo bisogno senza che io lo facessi in maniera cosciente: sono di fronte ad un supermercato, e devo comprarmi il pranzo.

mercoledì 8 febbraio 2017

.02d: Presentazioni 4


DISCLAIMER: Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti storici, personaggi o luoghi reali è completamente casuale. Altri nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il frutto dell’immaginazione dell’autore, e qualunque somiglianza con fatti, luoghi o persone reali, viventi o defunte, è anch'essa casuale.

DISCLAIMER 2: Noto ora che potrebbero sorgere domande sulla numerazione di questa serie di post. Semplicemente il primo numero è quello che sarebbe un "capitolo" se la serie fosse impaginata, solo che una tale suddivisione dilungherebbe di molto i tempi di pubblicazione E i tempi di lettura.




"Che è successo?"
"Come dicevo, buongiorno" sorrido. "Posso entrare?"
"Sì, certo, scusa" dice. Vedendola arrossire appena il mio sorriso si fa ancora più ampio.
Mi accompagna in cucina, dove mi comporto come se fossi in casa mia. In un certo senso, comunque, lo è: quando lei mi ha aiutato a venir fuori dalla merda in cui mi ero tuffato ho vissuto qua, per un po'.
"Vuoi qualcosa da bere?"
"Agata, sono tuo fratello. Non c'è bisogno che tu me lo chieda, no?"
"Scusa" dice mentre un nuovo lieve rossore le imporpora le guance ed un sorriso le si apre sul volto.
La mia sorellina.
Sorrido di rimando.
"Mi hanno fatto una, mh, una proposta di lavoro, mh, come dire. Particolare."
"Roberto, la smetti di fare il misterioso?"
"Sì, giusto. Vero. In pratica la polizia mi ha chiesto di indagare sull'esplosione dell'appartamento di ieri sera"
"Ma tu non sei un investigatore, Roberto."
"No, infatti, è quello che ho detto anche io al Questore."
"Ah, hai parlato con il Questore?" fischia ammirata.
"Sì, no, cioè, è una persona normale, solo che comanda questo Distretto. Comunque niente, abbiamo quasi litigato quando ho rifiutato il lavoro."
"Immagino tu gli abbia detto che sei un fotografo e ti sia messo in merda da solo."
"No, in realtà no. Gli ho detto di essere un guardone."
"Certo, certo, quindi la decisione era tra essere sbattuto in prigione ed esser preso come un pervertito? Ottima mossa, Roberto. Non lo so, già che c'eri non potevi dirgli che guardi le donne in lingerie usando un binocolo." dice alzando la voce "Non lo so Roberto, ma che cazzo di idee ti vengono in mente?! Non so proprio cosa ti prenda, alle volte, ma non pensi prima di parlare? Ma che cazzo!"
"Punto primo: non è così grave, guardare la gente non costituisce reato fino a che non apri le finestre per guardarla o non entri nella loro proprietà; punto secondo: non urlare; punto terzo: Gabriele desideri qualcosa in particolare?"
Alto, longilineo, magro come un'aringa, con la faccia triangolare da mantide religiosa e quel maledetto paio di occhialini da professorino si affaccia alla porta della cucina in blue jeans e camicia bianca.
"No, Roberto. Solo ho sentito Agata gridare e..."
"E hai deciso di venire qua perché dall'altra parte del muro l'acustica non era poi così bella, eh?"
Mia sorella si mette tra noi due.

"Roberto, avresti pure rotto il cazzo con questa storia."
Le voglio un bene dell'anima, e il fatto che quando si agiti inizi ad esprimersi come uno scaricatore di porto a mezzogiorno di un assolata domenica di metà luglio non fa che rendermela ancora più adorabile.
"Roberto, sono a casa mia. Penso di poter andare dove mi pare, almeno a casa mia."
Mia sorella si volta verso di me e mi fulmina con lo sguardo.
Mi mordo la lingua ma non riesco a non sorridere sardonico mentre giro gli occhi come per abbracciare tutto il trilocale.
Non lo vedo arrivare.
Ciaff.
Il mio collo scatta verso destra, sento prima il dolore e appena l'afflusso di sangue aumenta, il bruciore ed il calore dello schiaffo che mi ha appena investito.
"Ma sei scema?!"
"Hai. Rotto. Il. Cazzo. Gabriele, aria. Per cortesia, almeno tu cerca di comportarti come se il tuo cervello fosse tra le tue spalle e non tra le tue cosce."
Gabriele si volta e se ne va, con quella maledetta postura ingobbita tipica degli adolescenti che sono cresciuti troppo in fretta.
"Permettiti un'altra volta un comportamento del genere ed 'entri in una valle di lacrime'"
So che non è arrabbiata. Se lo fosse davvero non avrebbe mai citato il mio film preferito. Sa che la cosa mi strapperà un sorriso e che il marito penserà che io sia stato debitamente punito per il mio comportamento insolente. Non è poi così distante dalla realtà, visto che la guancia mi brucia ancora.
"Scusa Agata, hai ragione. È solo che lo sai che non lo sopporto proprio."
"Non mi interessa Roberto, e lo sai. Ne abbiamo già parlato. Non sei tu che ci devi vivere, non l'hai sposato e sopratutto, Roberto, potevi andartene a casa e non l'avresti visto. Solo che ti piace maltrattarlo, ti piace perché è una persona molto più timida di te e ti diverti a maltrattarla."
Non so che dire. Come sempre, ha ragione. Ha ragione, come sempre. Aveva ragione anche quando diceva che Lucia non avrebbe voluto vedermi in coma etilico. Aveva ragione quando diceva che avrei dovuto rifarmi una vita, che non potevo trascorrere tutta l'esistenza a piangermi addosso. Ogni volta. Per questo vengo spesso a parlarle. Per questo e perché non ho altri amici.
"Non lo so Ga, non capisco. Loro hanno gente che fa l'investigatore per lavoro, capisci? Cosa c'entro io? Cosa dovrei fare? Non siamo in un film americano, non siamo in "Io vi troverò"."
"Ma quindi hai rifiutato senza sapere cosa volesse di preciso da te?"
"Eh sì Ga, il Questore mi ha chiesto se ci stavo o no senza darmi dettagli dicendomi solo "ci servono le tue capacità" e niente, non me la sono sentita."
"Ma chiedere? Avresti potuto dirgli "Sa signor Questore non è che posso accettare una cosa così senza neanche sapere cosa si pretenda di preciso da me, signor Questore. Non è per sfiducia, si figuri, solo non so se sono l'uomo che fa per voi, signor Questore" come farebbe una qualsiasi persona normale."
"Lo sai."
"Hai ragione, scusa."
Lo sa. Da quando la Polizia mi ha interrogato per quattro ore cercando di capire se c'entrassi qualcosa con la morte di Valeria non riesco più a essere lucido quando ho a che fare con loro. Non lo faccio apposta, lei lo sa, io lo so, loro non lo sanno. Così il Questore ora pensa che io sia una impudente testa di merda, ho quasi visto le parole materializzarsi sopra la sua testa quando mi sono girato per andarmene.
"È solo che potresti aver perso una bella occasione."
"Una bella occasione? Andare in giro a fare il giornalista che cerca di carpire informazioni da chi vorrebbe solo esser lasciato solo? Io so cosa di prova, Agata. Non andrò a disturbare i conoscenti di un ragazzo che è stato espulso da un appartamento attraverso i doppi vetri della finestra da una colonna di fuoco e vapore incandescente, maledizione."
"Hai ragione di nuovo, scusa, il turno è stato particolarmente pesante oggi." dice sospirando.
"Come, quale turno? Hai fatto il turno di notte, Ga?"
"Sì, sono arrivata a casa quando mi hai scritto"
"Ma dirlo, come fanno le persone normali? "No, adorato fratello lavatico. Starei qui a parlare con te per intere ere geologiche, ma sono appena tornata dal turno di notte, grazie, arrivederci, buonanotte.". Me ne vado immediatamente, scusa per il disturbo".
Mi alzo dalla sedia mentre mia sorella prova ad accennare una debole protesta. Le sorrido dolcemente e l'abbraccio.
"Grazie Ga. Di tutto."
La sento mormorare qualcosa sul mio petto.
Infilo la porta, scendo le scale e sono di nuovo fuori.
Ora anche il vento si è calmato.

Parte 3

martedì 7 febbraio 2017

.02c: Presentazioni 3

Parte 2b

DISCLAIMER: Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti storici, personaggi o luoghi reali è completamente casuale. Altri nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il frutto dell’immaginazione dell’autore, e qualunque somiglianza con fatti, luoghi o persone reali, viventi o defunte, è anch'essa casuale.

DISCLAIMER 2: Noto ora che potrebbero sorgere domande sulla numerazione di questa serie di post. Semplicemente il primo numero è quello che sarebbe un "capitolo" se la serie fosse impaginata, solo che una tale suddivisione dilungherebbe di molto i tempi di pubblicazione E i tempi di lettura.






Il sole mi assale e mi ferisce gli occhi. È buffo quanto ci stupiamo ogni volta che ritorniamo all'aperto. Bastano pochi minuti all'interno di un edificio per illuderci che l'esterno si sia fermato. Quando poi usciamo viviamo quella brevissima sensazione di disagio, quel mezzo secondo come quando devi sollevare uno zaino che sembra pieno e ci metti troppa forza.
Sorpresa, disagio, necessità di adattamento.
Il cielo si è visto strappare di dosso il vello di nuvole che lo ricopriva, ed i colori delle case ristrutturate sono ora rivelati: lavanda, azzurro, giallo canarino, sono lì a testimoniare un'amministrazione comunale fin troppo permissiva quando si tratta di controllare il Piano Regolatore.
Aspetto.
Certo che il comportamento del Questore Giuliani è a dir poco peculiare. Con tutti i mezzi che hanno debbono chiedere aiuto ad un fotografo?
Ha! Questa è bella, raccontamente un'altra purché sia altrettanto buona!
Questo autobus lo aspetterò da solo: chi deve andare a lavoro è già seduto sulla sua sedia, chi doveva tornare a casa dopo il turno di notte sta già dormendo.
O almeno è ciò che spero per lui.
Ascolto la città.
Si è calmata, dopo l'ora di punta, ma oramai è sveglia: non tornerà più in quello stato di calma soporosa che precede l'apertura degli uffici. Ora in giro ci sono soltanto coloro che lavorano sulla strada -camionisti, postini, portantini vari- e chi deve andare a fare qualche commissione: ritirare i soldi alle poste, depositarne altri, comprare il pane o il pranzo, pagare le bollette...
Tutti cercano di stare in strada il meno possibile, confidando che quel sorpasso azzardato non verrà nuclearizzato dal prossimo semaforo.
Attendo.
È incredibile quanto sia snervante l'attesa quando dipende da fattori che non puoi controllare. Il bisogno di controllare qualsiasi aspetto del mondo che ci circonda ha qui la sua massima espressione. Guidare, e sapere che manca mezz'ora a destinazione va benissimo. Aspettare l'autobus per mezz'ora, d'altro canto, è una delle cose più noiose che si possa fare a prescindere dall'avere o meno altri impegni.
Sento il rumore di un grosso mezzo alimentato a diesel. Qualcuno direbbe ridendo che allora dovrei avvertirne la puzza, invece, ma quel qualcuno è morto cinque anni fa e inoltre credo che il naso di chi vive in città si impermeabilizzi ad alcune fragranze. Come quella delle polveri sottili e del carburante incombusto.
Gira l'angolo e finalmente vedo il foriero di polveri e rumore: un camion. Aspetto che si avvicini per vedere cosa trasporta e lo capisco soltanto quando mi passa di fronte: terriccio.
Una bella delusione, eh? Ma poi cosa diavolo ci fa una persona normale con del terriccio?
Non so rispondere alla tanto cortese domanda del mio cellulare e neanche mi interessa poterlo fare.
Attendo.
No, dico. Non siamo mica in uno di quegli orribili Hard-Boiled americani dove un poliziotto -cosa che io non sono- agisce al di sopra della legge per arrivare dove la normale polizia non può arrivare.
Neanche so di preciso dove possa arrivare, la polizia. E comunque hanno i tizi in borghese, no? Cioè, se io fossi un corpo di forze dell'ordine avrei un gruppo ristretto di persone che lavora in anonimato a girare per bar e luoghi di aggregazione. Sarebbe una cosa intelligente, no?
Eccolo che arriva, stavolta sul serio.
"Buongiorno" dico mentre mostro l'abbonamento.
"Buongiorno"
Un'altra bolla di acido.
Agata dice che è colpa dei quattro caffè fuori pasto che bevo ogni giorno da anni.
Potrebbe avere ragione, anzi, con tutta probabilità ne ha da vendere.
Il problema è che se smetto di berne mi viene un'emicrania pazzesca, e se provo a berne anche soltanto tre in una giornata non arrivo sveglio alle dieci di sera. Condizione, questa, non ideale per chi lavora principalmente di notte, principalmente nascosto in macchina o dietro cassonetti o siepi.
Lavoro che, ora che ci penso, in quattro anni e mezzo non hai mai coinvolto, direttamente o meno, dei cadaveri.
Sento il telefono vibrare e un trillo mi notifica l'arrivo di una e-mail.
Ma chi sarà mai, Rrrrroberto? Ma cosa vorrà mai, Rrrrroberto?
"Mi hanno detto di rivolgermi a lei" dice l'e-mail "Vorrei discutere un problema di coppia appena possibile"
Guardo l'indirizzo di posta del mittente. È del tipo iniziale-punto-cognome-chiocciola-provider.
Apro il browser e cerco sui social network persone con lo stesso cognome e la stessa iniziale, che vivano a meno di venti minuti d'auto, con un matrimonio in corso, di mezz'età (l'utilizzo del lei tradisce un'educazione che non vedo da un po' nei giovani d'oggi) e riduco il campo a sette individui. Quindici se considero anche i giovani. Venti se amplio la distanza a trenta minuti.
Trentacinque persone in tutto e nessuna sembra lavorare per le forze dell'ordine.
Certo, potrebbe essere una mail costruita appositamente, e certo, potrebbe essere qualcuno di ancora più distante di mezz'ora di auto, ma c'è un morto in giro e non credo di essere diventato così famoso, per cui mi sento abbastanza sicuro nell'escludere un tranello per arrestarmi per violazione della privacy.
Anche se mi sbagliassi, comunque, c'è molto poco che io possa fare.
"Stasera, ore 21.00, Bar Centrale."
Dalla sua risposta posso capire se viene o meno da fuori. Di "Bar Centrale" è pieno il mondo.
"Ok"
Vive nei dintorni, quindi. Peccato, sarebbe stato un futile quanto divertente passatempo.
L'autobus vuoto è molto più tranquillo. L'autista non parla ed io raramente sono stato così lungi dal farlo e tutto questo silenzio interrotto soltanto dai gemiti di una carrozzeria fin troppo vecchia su strade a cui è stata riservata la stessa attenzione che è toccata al Piano Regolatore instilla un velato senso di solitudine.
Apro il provider di messaggistica istantanea.
"Ti senti solo, eh?"
Metto il telefono in modalità silenzioso, poi sorrido sardonico.
"Agata, sei a casa?"
Giusto lo spazio di alcuni secondi.
"Sì, vieni pure. C'è anche Gabriele"
Storco il naso. Non l'ho mai potuto soffrire, suo marito, con il suo lavoro da impiegato ed i suoi modi da self-made man, neanche fosse diventato plurimilionario.
"Bene. Devo raccontarti una cosa che è successa stamattina"
"Devo preoccuparmi?"
"No, è tutto apposto. Solo è...strano. Ha a che fare con il mio lavoro, in un certo senso"
"Va bene, a dopo."
Suono il campanello. L'autobus si ferma vicino a Corso Matteotti. Mia sorella è riuscita ad accaparrarsi un trilocale vicino al centro. È sterile e a Gabriele questo va bene, per cui non hanno bisogno di troppo spazio.
Lei ha sempre amato la vita di città.
Suono il campanello e il portone si apre dopo una trentina di secondi.
Scale in marmo bianco del milleottocento e corrimano in ferro battuto e legno laccato noce del milleottocento per sei piani. Chiaramente neanche l'intenzione di un ascensore.
Trovo la porta aperta e la mia castana sorella ad attendermi: alta un metro e settanta, capelli mossi, pelle leggermente più chiara della mia e due bellissimi occhi verdi screziati di marrone che le invidierò per forse tutta la vita. La vita con quel finto damerino e l'età hanno infiacchito la sua forma, ma dopo la morte di Valeria è la donna più bella che conosca.
Ci abbracciamo.
Non so dove sarei ora, se non avessi mia sorella. O meglio, lo so fin troppo bene, e per questo le sono riconoscente.
"Raccontami tutto"
"Beh, ciao Agata"


Parte 2d

sabato 4 febbraio 2017

Giorno 4: 3/2/2017

Ore 14.03: Torniamo ora dal Metropolitan Museum. Per arrivarci abbiamo fatto la 5th Avenue e, tra un palazzo e l'altro, questo:






Questa città non ha senso. Sei circondato da palazzi in vetro, acciaio e cemento e improvvisamente ti ritrovi dentro un parco sterminato. Cammini ancora un po' e vedi che dentro la parco ci passano delle strade. Con automobili, taxi e tutto il resto. Prendi una strada diversa e in mezzo ai grattacieli trovi una cattedrale gotica. Ah, abbiamo fatto una foto con Super Mario, solo che Gianluca non me l'ha ancora passata.
Siamo stati al Metropolitan Museum. Bello, ma non ho capito se si potessero o meno far foto, così non ne ho fatte per non rischiare. La parte greco-romana non mi è piaciuta molto. Quelle medievale, moderna e australiana molto di più. Confermo la mia idea che andare per musei senza guida sia fortemente meh.


Ore 19.01: siamo stati al MoMA. Il museo è molto bello, ma l'ingresso gratis del venerdì pomeriggio ha chiamato tutti i turisti di NYC. Mi sono trovato in un edificio che rappresenta alla perfezione la natura molteplice della città: in un piano trovi "La notte stellata" di Van Gogh, installazioni conturbanti senza titolo ispirate a lavatrici delle lavanderie, e versioni alternative del Trono di Spade.










giovedì 2 febbraio 2017

Giorno 3: 02/02/2017

Ora locale 09.19: ci siamo svegliati due ore fa. Lavati, vestiti e poi tuffati nella metropoli. La temperatura è simile a quella italiana ma c'è un vento che taglia le orecchie. Giriamo in tondo cercando un Dunkin' Donuts per poi accorgerci che ci siamo passati davanti. Caffè e donut per entrambi, poi di nuovo fuori. La sensazione di camminare per le strade di New York è semplicemente indescrivibile. C'è traffico persino sui marciapiedi, mentre dei tizi di colore ti chiedono ogni venti metri se vuoi prendere l'autobus per fare il giro turistico della città. Una tizia è stata quasi investita da una bicicletta al soave suono di "are you fucking kidding me?" causandomi delle genuine risate. Ad un ambulantr abbiamo preso una specie di panino con uova, bacon e cheddar, il tutto con abbondanti sale e pepe. Inizio a capire perché vedo così tanti ventri prominenti.
Ah, ho bevuto il caffè americano. Se fai finta che non sia caffè non è neanche COSÌ male. E poi ha un sacco di caffeina, e se me ne accorgo io con il mio rigidissimo regime alimentare da quattro espressi al giorno, qualcosa significa. Ha un buon sapore e scalda da morire, che è un importantissimo punto a favore, oggi.
Nota: "The city that never sleeps" non dorme mai. Abbiamo sentito rumore di cantieri, voci e sirene della polizia per tutta la notte.





Ora locale 13.08: alle 09.45 siamo usciti di nuovo per andare da Macy's e comprare del dentifricio (che l'hotel a quanto pare non passa) ed eventualmente uno zainetto in cui mettere bottiglie d'acqua etc. Lo zainetto più economico che abbiamo trovato costava 50$, mentre di dentifrici neanche l'ombra. Credo che oltre ai buchi neri gli americani non siano avvezzi neanche al lavaggio dei denti. Abbiamo trovato un alimentari, che deve essere l'equivalente americano dell'Eurospin, e comprato il dentifricio. Poi abbiamo pranzato da KFC alla Pennsylvania Station e fatto un bellissimo selphie con l'omino mascotte di Dunkin' Donuts. Non credo che questa vacanza possa avere dei momenti migliori della foto con l'uomo tazza.




Ore 17.51: sono tornato in hotel dopo che siamo arrivati a piedi al Metropolitan Museum passando per Central Park. È un peccato vederlo ora con gli alberi completamente spogli. Un tizio ci si è accollato per convincerci ad andare sul Risciò al modico prezzo di 30$, sostenendo che a piedi fosse proibitivo. Per risparmio e per ripicca ci siamo fatti mezzo Central Park (fino al Metropolitan Museum) a piedi. Ah, un tizio mi ha guardato male perché non ho voluto né zucchero né panna nel caffé americano. C'è anche una pista di pattinaggio sul ghiaccio, in mezzo al parco. Molto bella.








 Ah, e il Trump Palace






Giorno 2: 01/02/2017

Ore 5.34: tra turni di guardia, colpi di sonno e lettura, facciamo il check-in e il controllo sicurezza e arriviamo al duty free. Che ha aperto ora e siamo qua già da venti minuti. Inizio a capire perché alcuni voli costano meno. Stazioni di ricarica per i telefoni \ò/ Ah, mi si è rotta la penna, quindi continuerò a scrivere direttamente qua. Se prima il sonno era una cosa concreta ora è più uno stato costante. Mi sento gli occhi gonfi, la gola secca, faccio fatica a concentrarmi e ho come un vago senso di ebbrezza. Immagino fare tre dormite da un'ora nell'arco di venti ore sia quella quantità di sonno descrivibile con "troppo poco". Il bagno degli uomini è bagnato che lo stanno pulendo, non posso manco fare pipì. Ancora una volta: low cost.
Una bambina che corre in giro dalle 04.00 ha appena scoperto che la corticalizzazione del suo corpo non è ancora completa ed è cascata "a bocca avanti" iniziando a piangere come la sirena di un'ambulanza. Quasi dimenticavo, abbiamo fatto colazione! Caffè, succo d'arancia e pasta a 4.70€. Mh. Roma - Copenaghen dura circa due ore. Spero solo di riuscire a dormire. All'una e mezza circa ho fatto un video in cui facevo il giro del posto in cui ho passato la notte. Quando sarò di nuovo a casa caricherò tutti i video su YouTube e metterò i link qua. Forse.

Ore 07.25:PORCA PUTTANA STO VOLANDO, SONO MEZZO ALLE FOTTUTE NUVOLE!
È una sensazione stupenda, se fai finta di non sentire la pressione che ti violenta le orecchie ed il rumore dei motori e della fusoliera. Ciononostante proverò a dormire un paio d'ore.

Ore 10.10: A parte il decollo e l'atterraggio, ho dormito stoicamente. L'aeroporto di Copenhagen è bello da morire, col pavimento in parquet e tutto quanto, solo che la roba si paga in Corone Danesi e costa uno sfracascio. Il tasso di vichingaggine è talmente alto che mi sento una fighetta, e al ritorno dobbiamo fare tappa a Oslo. Ho paura che arrivi il Ragnarok.



Ore 14.14: Ho dormito per un paio d'ore. Siamo al Gate con tre ore ed un quarto d'anticipo a causa di una fila spaventosa che poi ci hanno fatto saltare in quanto cittadini UE. A Roma non mi ero reso conto di quanto la gente si vestisse male fuori dall'Europa. Fa quasi paura.

Ore 15.13: gli occhi mi si chiudono da soli. Inizio ad avere bisogno di arrivare. Qualsiasi destinazione andrebbe bene, purché il viaggio finisca. Ho bisogno di farmi una doccia, cambiare i vestiti che indosso da ventiquattro ore e fare una dormita come si deve.

Ore 23.59 (fuso orario di New York): siamo saliti su un taxi di un indiano e abbiamo pagato 180 dollari  di taxi. Girare per le strade di New York è come stare in un cazzo di film. Mi sento un campagnolo. Arriviamo in hotel e ci prendono 220 dollari per i danni accidentali. Abbiamo speso 400 dollari per arrivare in camera, in pratica. La camera è piccola, ma confortevole. Il letto non è a due piazze neanche per idea, ma alla fine poco importa (però è sicuramente matrimoniale. Nel senso carnale del termine, almeno)