Ci sono libri che ti accompagnano per fasi estese della tua vita, come può testimoniare qualunque “Potterhead” sulla Terra. Io, di mio, a furia di rileggere i romanzi della Rowling ho rotto la copertina cartonata. E sono uno che ai libri ci tiene eh, solo che li ho riletti davvero troppe volte. Poi c’è “Uomini d’Arme” di Terry Pratchett, innegabilmente uno dei miei libri preferiti. Lo lessi per la prima volta a circa dieci anni, non capendoci quasi nulla. Capii la storia, non ero un piccolo idiota, ma tutte le piccole sfumature di umore dei personaggi, il grande amore di Pratchett per la razza umana, la sottile morale che permea almeno il “Ciclo della Guardia”, l’ironia, quasi sempre sottilissima, mi sfuggirono. Perché avevo dieci anni. Mi dimenticai quel libro nella nostra casa al mare, un rudere a settecento chilometri da dove abito, ma non me ne preoccupai, confidando che l’avrei trovato lì al mio ritorno l’anno seguente. Non c’era. Con ogni probabilità mia nonna, che andò nella stessa casa qualche tempo dopo, lo aveva buttato via. Così rilegai il libro non compreso ma pure avvincente al fondo della mia memoria fino a quando, dopo dieci anni (cioè cinque anni fa), non mi sono trovato “A me le guardie!” dello stesso autore tra i consigliati di Amazon. Lo presi senza pensarci due volte e mi apparve un’opera ben più profonda della sua sorella. Certo, la storia, un giallo ambientato in una città fantasy, è abbastanza superficiale ma i personaggi che si muovono sotto la penna dello scrittore londinese sono tratteggiati in modo che sia impossibile non amarli alla follia. Da Carota, un uomo di oltre un metro e novanta che viene adottato da una famiglia di nani ancora in fasce e convinto di essere un nano a tutti gli effetti, Vimes, il burbero capitano alcolista della guardia cittadina (in realtà se gli darete la possibilità scoprirete quanto è incantevole sotto lo strato di cliché), Colon, suo sottoposto, immagine stessa dell’impiegato d’ufficio e ancora il Patrizio, i draghi di palude e via dicendo. Ogni singolo personaggio ha la sua specifica ragion d’essere nel sistema estremamente complesso della società di Ankh-Morpork. Come ogni fantasy è il contesto (personaggi, ambientazione, tutto ciò che sta intorno alla trama) a rendere profondo il lavoro di Terry Pratchett. Dopo aver letto questa nuova avventura della guardia cittadina, con una breve ricerca su internet, ho ritrovato (e immediatamente comprato) il libro che avevo smarrito.
Non ci sono parole per descrivere la sorpresa che ho provato, dieci anni dopo, nel rileggere un libro che pensavo di ricordarmi. Anche solo il monologo finale (che non vi anticipo qui se non l’avete letto) è di una bellezza struggente.
Ho riletto quel libro a periodi alterni, come se fosse il porto natìo, allontanandomi per leggere altro e poi ritornare lì ancora una volta, e ogni volta ho scoperto un dettaglio differente, che le volte precedenti non avevo carpito. Ecco, leggere Terry Pratchett per me è esattamente come tornare a casa dopo una lunga giornata, togliersi le scarpe, mettersi il pigiama e stravaccarsi sul divano, senza accendere televisione né Spotify né niente, ma magari con una cioccolata calda tra le mani.
Quel libro mi ha accompagnato per altri quattro anni della mia vita, anche se in realtà non smette mai.
Veniamo poi a “La Cospirazione Contro la Razza Umana” di Thomas Ligotti. Ho comprato questo libro per sbaglio, quattro anni fa. Avevo letto una recensione sul fu “Prismo”, un sito la cui redazione è poi parzialmente confluita in quella de “Il Tascabile”, in cui Ligotti veniva definito il maestro “dell’horror filosofico” e che il suddetto libro aveva ispirato “True Detective”. Horror, True Detective (che all’epoca non avevo ancora visto), mi aspettavo una specie di Dylan Dog in bad trip da LSD mentre Lovecraft gli sussurra lingue gutturali sconosciute nell’orecchio. Come è facile immaginare l’ho comprato a scatola chiusa, e mi sono ritrovato a leggere un saggio filosofico sul pessimismo come metodo di interpretare l’esistenza. Ho così scoperto, in una cinquantina di pagine, di non essere un realista come credevo, ma un pessimista. E mentre leggevo le parole del Ligotti (che per tutta la vita sono state, e sono ancora, le mie) iniziavo a sentirmi a casa. Questa casa, però, a differenza di quella di Pratchett, è una casa con le pareti stranamente angolate, suoni imperscrutabili che provengono dalle pareti e un senso di inquietudine indecifrabile.
Ho smesso di leggerlo, complice anche l’aspettativa tradita che mi ha fatto bollare l’acquisto come erroneo. Dopo un anno l’ho ripreso in mano, oramai sapendo cosa mi aspettava, e ho potuto apprezzare la capacità espositiva di Thomas Ligotti. Nonostante questo la materia trattata è di difficile digestione, “La Cospirazione Contro la Razza Umana” non è un libro semplice, non è uno di quelli che si possono leggere prima di andare a dormire. Deve essere accettato e poi compreso, lasciandosi trasportare dallo scrittore esattamente dove vuole che andiamo. “La Cospirazione Contro la Razza Umana” è il libro che mi ha accompagnato in tutti i viaggi da e per Roma, dove potendo soltanto leggere (sulla tratta il telefono non prende quasi mai in modo accettabile) è stato più facile approcciarsi al testo con la giusta disposizione d’animo. Ieri, dopo quattro anni, finalmente sono riuscito a finirlo, e mi ha lasciato quella sensazione di vuoto mista a soddisfazione che mi lasciano tutti i bei libri. Non so se lo rileggerò mai, come ho detto è una lettura difficile, ma sicuramente se vi piace la saggistica filosofica ve lo consiglio.
Ogni libro che leggiamo ci ha accompagnato per un periodo più o meno lungo della nostra vita, specialmente se siamo adulti e abbiamo smesso di leggere come bulimici a causa della vita reale (leggevo un libro e mezzo a settimana fino a che non sono entrato all’università). E ogni libro porta con sé una marea di ricordi, anche solo l’ultima volta che lo abbiamo stretto tra le mani.
