lunedì 16 luglio 2018

L’estate addosso

La mia giornata inizia alle 04.00 di notte. Mi sveglio di soprassalto dopo un incubo in cui un tizio vestito con una camicia a quadri e jeans laceri con la faccia coperta da una maschera da ho key insanguinata mi infila una paglietta d’acciaio in gola. Giusto il tempo di capire che sì, era un sogno, che mi accorgo che la spugna abrasiva era in realtà una manciata di sabbia: ho la gola talmente riarsa da fare male (e abito nella parte di mondo con il “clima temperato”!). Senza accendere la luce cerco di alzarmi dal letto. Qualcosa mi trattiene e se non fosse per i miei riflessi avrei appena fatto incontrare i miei denti ed il caricabatterie del telefono per un focoso quanto breve bacio del buongiorno. Buttando le braccia in avanti ho scansato questa terribile evenienza mentre sgambetto come un forsennato per cercare di sbrogliare le gambe dal groviglio sudato che le attanaglia.
Infine in piedi vengo intercettato dal ventilatore che mi congela addosso il sudore facendomi rabbrividire, mi affretto verso il bagno (sempre senza accendere la luce), apro il rubinetto e bevo famelico ingurgitando aria e acqua tiepidina in egual misura mentre il mio ventre, già abbastanza proteso verso le situazioni sociali, si gonfia come un pallone. Quando sembra non poterne più l’acqua è diventata fredda e pertanto ne ingurgito un altro paio di sorsi.
Mi passo l’avambraccio sulla fronte senza capire quale delle due parti del corpo sia più viscida di sudore. Una goccia mi cola nell’occhio destro e scopro che il sudore è ricco di sale. Faccio l’errore di voler alleviare il bruciore passando sull’occhio il dorso della mano. Sudato pure quello. Mando il mondo intero a quel paese e con un occhio chiuso mi avvio verso la camera. Stavolta accendo la luce e vedo una sagoma scura dalle fattezze vagamente umanoidi dipinta sul copri materasso. Mando a quel paese pure il copri materasso. Sollevo le lenzuola dal pavimento e le butto sul letto, mi butto sul letto pure io e spengo la luce.
La macchia di sudore è gelida, rabbrividisco.
Ogni volta che il ventilatore mi spara l’aria addosso rabbrividisco.
Vrrrrrrrrr.
Vrrrrrrrrr.
Vrrrrrrrrr.
Vrrrrrrrrr.
Spengo il ventilatore e chiudo gli occhi.
Dopo neanche venti secondi il tasso di umidità nell’aria è cresciuto al punto da rendere impossibile la respirazione.
Riaccendo il ventilatore e chiudo gli occhi.
Sono le 04.17 quando LA bolla d’aria madre di tutte le bolle d’aria che si è creata dentro al mio stomaco decide di percorrere l’esofago verso l’alto. Mi sveglio con una sensazione di disagio in gola e mi esibisco NEL rutto padre di tutti i rutti. Complice la finestra aperta i cani del vicino iniziano ad abbaiare.
Sono le 05.00 e mi sveglio perché il materasso è completamente fradicio.
Vrrrrrrrrrr.
Vrrrrrrrrrr.
Vrrrrrrrrrr.
Mi scanso quel tanto che basta a giacere su un angolo asciutto. Chiudo gli occhi.
Sono le 05.30, è l’alba. Lo so perché il sole è sorto esattamente sui miei occhi, svegliandomi. Mi alzo e chiudo leggermente gli scuri. Mi stendo e chiudo di nuovo gli occhi.
Sono le 06.00 e il camion dell’immondizia porta via il vetro. Devo tenere la finestra aperta perché altrimenti non respirerei. Alle 06.03 se ne va il camion e chiudo gli occhi.
Sono le 06.03 e un tipo in moto passa sotto casa mia svegliandomi. Evidentemente ha un sacco di fretta. Mi metto a pensare a tutte le soluzioni che finiscono in -cidio che impedirebbero a lui di correre così con la moto oppure consentirebbero a me di dormire. Auspicabilmente per sempre.
Me ne vengono in mente sei di cui uno potrebbe esser fatto passare per incidente. Sorridendo mi sposto in un angolo asciutto del letto e mi riaddormento.
Sono le 06.30 e suona la sveglia. Mi metto seduto sul letto e un giramento di testa quasi mi rimette a dormire. Aspetto qualche secondo e mi tiro in piedi mentre la vista mi si oscura per una frazione di secondo.
Vado al bagno e vedo, per sbaglio, il mio riflesso. Un tizio completamente lucido di sudore e con due occhiaie talmente profonde da poter essere usate come acquari per rane pescatrici mi scruta attraverso due occhi strizzati in modo da far entrare meno luce possibile. Riesco comunque a vedere la sclera arrossata.
Mando a quel paese pure il mio riflesso, mi lavo la faccia e mi accorgo di avere gli occhi secchi, ma almeno riesco ad aprirli un po’ di più. Vado in cucina, apro il frigorifero e mi bevo un litro d’acqua mentre sento uno stridulo rumore di fondo. Quando ho finito metto a posto la bottiglia, chiudo il frigo e dico: “Eh?”
“Buongiorno!” Dice mia madre.
“Ah, sì. ‘ngiorno.”

mercoledì 11 luglio 2018

Come te nessuno mai (finora)

Ho sonno.
Chiunque mi conosca neanche poi molto sa quanto questa sia una condizione più o meno perenne nell’arco della mia vita. O almeno degli ultimi anni. Quello che magari non sa chi mi conosce neanche poi molto è che soffro d’insonnia. Ho sonno ma non dormo. È divertente.
Sto con gli occhi ancora gonfi della notte passata appoggiato al bancone del bar. Sono le 07.40 della mattina e la barista mi ha già servito “il solito”: un caffè (rigorosamente doppio) e un cornetto. Quanta italianità in questa ordinazione nessuno mai.
Sento una voce arrochita, maschile, probabilmente appartenente ad una persona assonnata quanto me. La curiosità emerge lentamente dalla nebbia e inizio a voltarmi verso il possessore di tale voce: uomo, circa un metro e ottanta e con tutta probabilità con un altro paio di altri -anta, la testa abbattuta atlanticamente in avanti e sorretta da una felpa allacciata intorno al collo “perché la cervicale non si sa mai”, polo bianca (non della Polo né della Fred Perry. Soltanto una polo.) sgualcita, pantaloni appartenuti negli anni -anta ad un completo finlandese, e Crocks (rigidamente tarocche, ci mancherebbe) blu scuro ai piedi.
Sì. È assonnato quanto me. Almeno.
Sì avvicina con passo strascicato al bancone e chiede a mezza voce qualcosa che finisce con -ntino.
La barista allunga una mano sotto al bancone, stappa una bottiglia di frizzantino e del giallo nettare ne riempie generosamente un bicchiere di plastica.
Lui afferra il bicchiere e strascicandamente, se ne va.