venerdì 26 gennaio 2018

Antichi

Erano le sette e quaranta. Ero davanti al bar ad aspettare che la mia dose di caffeina e di carboidrati diventasse disponibile per mezzo di una forma di vita conosciuta con il nome di tipadelbar.
Tipadelbar stava mettendo in ordine il bancone, disponendo i vassoi di cornetti con la nutella, la crema, la crema chantilly, la pasta di mandorle, vuote, sandwich con il prosciutto crudo, il cotto, il salame, tonno e maionese, pomodori, pizzette bianche, pizzette rosse, pizzette margherita (che suona malissimo) e nel farlo, ogni volta passava davanti alla macchinetta del caffè senza degnarla di uno sguardo, come se dal funzionamento della macchinetta non dipendessero affatto la corsa agli armamenti, la politica estera delle potenze mondiali, il destino dell’umanità e altre bazzecole di questo tipo.
Tipadelbar ha alzato lo sguardo per un attimo, distogliendosi dal suo lavoro per fissarmi. Le sue pupille si sono fissate con militare e cecchinica precisione dentro le mie, il suo sguardo era nei miei occhi e mi frugava nel cervello, nel cuore, nell’anima, alla ricerca di non so ancora bene cosa. Il mio unico pensiero cosciente, in quel momento, è stato “Ti prego, aprimi.”

Vedo le sue sopracciglia avvicinarsi fino a diventare quasi una linea unica, e la vedo voltarsi per andare nel retro, indifferente -o forse sorda- alla mia muta, eppure disperata, richiesta di aiuto.
Mai avrei pensato di trovarmi, nella vita reale, al cospetto della personificazione stessa del Male, della concubina del Maligno, meretrice di Babilonia, puttana dell’apocalisse, guscio vuoto e senz’anima ricolmo di malvagità brulicante e imperscrutabile.

Sospiro, abbattuto, volto le spalle alla speranza, e me ne vado.

lunedì 22 gennaio 2018

#challenge

È seduta di fronte a me. A separarci solo il corridoio dell metro. Seduta con la schiena dritta, quasi sull’attenti. Il mento tenuto in alto, lo sguardo che scruta l’orizzonte, senza trovarlo.
“Sono destinata a compiere grandi cose”
“Ne sono sicuro, signora.”
“Oltrepasserò le colonne d’Ercole e sfiderò l’ira divina, se sarà necessario.”
“Sicuramente troverà un’avversaria degna di Lui, signora.”
“Sicuramente.”

Fossero stati altri tempi, altri luoghi, sono sicuro che la conversazione sarebbe stata questa. Per un secondo è come se le due epoche si sovrapponessero e vedo un vestito in broccato rosso, al posto dello sgualcito cappotto elegante in lana cotta nera, un paio di scarpette di seta al posto delle scarpe con un tacco 4 ed una corona che cinge una pettinatura spiraliforme, invece dei capelli appena scarmigliati.

C’è una differenza sostanziale tra chi tratta male le persone per sentirsi importante e chi le tratta bene perché sa di esserlo. E sono quegli occhi, e la serenità austera che quegli occhi color del ghiaccio riescono a stento a contenere.

Non me ne accorgo nemmeno ed un sorriso mi affiora tra le labbra. Lei lo vede. Immediatamente la pelle ai lati degli occhi e agli angoli della bocca si invagina in fessure che conosce a memoria, sorridendomi di rimpando.
Poi, un fremito della punta del mento, le labbra si fanno più sottili e si incurvano in senso opposto. La pelle non aa più come piegarsi, non sono curve che è abituata a fare. Solleva una mano ed un guizzo di tessuto colorato le compare tra le dita e guida mosso da forza oscura la mano verso l’occhio sinistro. Appena un secondo indugia accanto al naso, e poi torna delicatamente in grembo.
Soltanto ora noto che ha gli occhi arrossati.