Erano le sette e quaranta. Ero davanti al bar ad aspettare che la mia dose di caffeina e di carboidrati diventasse disponibile per mezzo di una forma di vita conosciuta con il nome di tipadelbar.
Tipadelbar stava mettendo in ordine il bancone, disponendo i vassoi di cornetti con la nutella, la crema, la crema chantilly, la pasta di mandorle, vuote, sandwich con il prosciutto crudo, il cotto, il salame, tonno e maionese, pomodori, pizzette bianche, pizzette rosse, pizzette margherita (che suona malissimo) e nel farlo, ogni volta passava davanti alla macchinetta del caffè senza degnarla di uno sguardo, come se dal funzionamento della macchinetta non dipendessero affatto la corsa agli armamenti, la politica estera delle potenze mondiali, il destino dell’umanità e altre bazzecole di questo tipo.
Tipadelbar ha alzato lo sguardo per un attimo, distogliendosi dal suo lavoro per fissarmi. Le sue pupille si sono fissate con militare e cecchinica precisione dentro le mie, il suo sguardo era nei miei occhi e mi frugava nel cervello, nel cuore, nell’anima, alla ricerca di non so ancora bene cosa. Il mio unico pensiero cosciente, in quel momento, è stato “Ti prego, aprimi.”
Vedo le sue sopracciglia avvicinarsi fino a diventare quasi una linea unica, e la vedo voltarsi per andare nel retro, indifferente -o forse sorda- alla mia muta, eppure disperata, richiesta di aiuto.
Mai avrei pensato di trovarmi, nella vita reale, al cospetto della personificazione stessa del Male, della concubina del Maligno, meretrice di Babilonia, puttana dell’apocalisse, guscio vuoto e senz’anima ricolmo di malvagità brulicante e imperscrutabile.
Sospiro, abbattuto, volto le spalle alla speranza, e me ne vado.