Credo
che la terapista intendesse esattamente questo.
Potresti
dar voce a qualcosa che posso uccidere?
Puoi
dar voce solo a ciò che ne è privo.
Lo
so.
Credevo
volesse far sì che iniziassi a guardare il lato bello delle cose.
Ed
ha fallito miseramente.
Secondo
lei è colpa tua dice una voce
alla mia sinistra. Mi giro e incrocio lo sguardo di un pincher che
inizia immediatamente ad abbaiare rabbioso.
Un
pincher? Andiamo, puoi fare di meglio.
No.
Non puoi.
No.
Non posso. Però neanche il pincher posso ucciderlo.
La
bocca dello stomaco inizia a bruciarmi.
Niente
caffè per te stasera.
Infilo
una mano nella tasca esterna del cappotto e ne estraggo il blister di
antiacido che mia porto sempre dietro.
Ho
detto niente caffè.
Continua
a parlare, te ne prego.
Lo
sai che le pasticche non bastano, i bruciari torneranno semp...
Trovata!
Prendo la pastiglia e me la infilo in bocca, masticandola.
AAAaaaaa...
Il
bruciore inizia rapidamente a scemare.
Ti
ricordi la prima volta che si è messa il rossetto?
No.
Non
è vero!
No!
Ti
tornerà sempre in mente!
Inizio
a correre. Le mie scarpe non sono adatte a correre e i miei passi
rimbombano sul selciato del marciapiede attraverso il silenzio della
città, riverberando contro i muri delle case.
Tump,
tump, tump, tump.
Il
naso sembra prossimo al congelamento e il riverbero fa sembrare che
qualcuno mi stia seguendo.
Tump,
tump, tump, tump.
Le
gambe sono un bruciore indistinto fino a metà coscia.
Tump,
tump, tump, tump.
Il
ginocchio sinistro inizia a pulsare e l'aria sembra non bastare più.
Tump,
tump.
Combatto
contro l'istinto di poggiare le mani sulle ginocchia mentre il mio
torace si alza e si abbassa come un mantice raggiungendo un volume
che non pensavo possibile. Mi fa male il diaframma e le gambe mi
tremano.
Non
puoi scappare.
“Fai
silenzio!” urlo.
Dei
cani iniziano ad abbaiare, forse il pincher di prima e tra loro. Sono
quasi arrivato al Bar Centrale e una nausea improvvisa mi serra la
glottide mentre un prurito familiare mi titilla un punto familiare
dietro lo sterno.
Tornerà,
esattamente come torniamo noi ogni volta.
Lo
so.
Mirandola
è molto diversa da Castel Bastiani: è una città molto più grande,
ha un corso, percorribile a piedi, intitolato a qualcuno di
tremendamente importante e costellato di negozime di abbigliamento
dai nomi altrettanto altisonanti.
A
quest'ora sembra già una città fantasma. In tutti i giorni feriali
è così: queste cittadine di dimensioni medio-piccole, tipiche del
centro Italia, sembrano sempre abbandonate quando la mattina seguente
si deve lavorare.
Ecco,
arriva un'automobile color antracite, solitaria.
È
sempre strano per me vagare per la città da solo, di notte. Finché
si sta in campagna è diverso, è ovvio, ma in città diventa quasi
inquietante.
Quando
frequentavo l'ultimo anno di Liceo avevo la patente e facevo sempre
in modo di arrivare alle sette e mezza, assieme con i bidelli, solo
per avere il privilegio di godere della pace disabitata della classe
vuota, ogni singolo rumore a rimbombare contro le pareti e contro il
soffitto altissimo, amplificato dal silenzio e dall'aria immota. Mi
sedevo al mio banco e con gli occhi chiusi inspiravo profondamente il
silenzio, cercando di fare mia la pace di quel luogo. In città,
invece, mi ha sempre dato l'impressione di essere un sopravvissuto. A
che cosa poi, non l'ho mai capito.
Certo
che lo hai capito.
Valeria
non c'entra nulla.
Quindi
la morte di tua moglie non è attinente a qualcosa? Questa sì che è
una novità.
Sospiro.
Provavo questa sensazione anche prima di incontrarla.
Un
vedovo è ciò che sei per tua stessa volontà.
Sospiro.
Ancora trenta metri e sarò arrivato, vedo già la luce dei neon
illuminare fredda il marciapiede.
Hai
deciso scientemente di non rifarti una vita e ripeti la tua scelta
ogni giorno. La cosa pià coerente che tu possa fare è accettare che
ti venga fatto notare.
Vedo
un po' di gente seduta la bancone, altri ai tavoli che parlottano.
Dovrei essere arrivato con un buon anticipo, chissà se il mio uomo è
già arrivato.
Sapevo
chee avrebbero dovuto rinnovare il locale: il pavimento rivestito di
mattonelle nere tirate a lucido fino a sembrare specchi e poi
rovinate da anni di usura, il bancone color vinaccia con il piano in
granito, gli sgabelli in acciaiocon un cusicno nero per seduta, la
luce soffusa nonostante le luci a LED abbiano da tempo preso il
dominio sulle vecchie lampadine ad incandescenza ed i tavoli
aaddossati alle pareti ed alla vetrata della sala principale.
Mi
siedo al tavolo più lontano dall'ingresso in modo da vedere tutta la
sala. Devo attendere soltanto pochi minuti perchè Anna, la barista
bionda, mi si avvicini.
“Ciao
Roberto, posso fare qualcosa per te?”
“Buonasera
Anna. Il solito grazie.”
Il
caso vuole cheio conosca il figlio del proprietario, Luca, che lavora
dietro al balcone, e col quale ho frequentato la scuola media. Luca,
a differenza del padre, ha un'idea meno datata del “bar”, e
leggermente più americana, con camerieri o cameriere sorridenti che
vengono a chiederti le ordinazioni se ti siedi al tavolo.
Spesso
incotro i miei clineti qui, è il bar più facile da trovare e quello
più frequentato. Vedo un uomo di mezz'età, i capelli corti e ricci
con delle sottili ciocche bianche. Indossa un giaccone impermeabile
da outlet verde mimetico con delle toppe finte sul braccio sinistro
ed un paio di jeans dei quali nella penombra non riesco a stabilire
il colore.
Arriccio
la lingua tra le labbra socchiuse e mi esibisco nella mia migliore
versione del fischio da pastore.
Tutti,
incluso il nuovo arrivato, si voltano a guardarmi.
Inizio
a sbracciare sorridente nella sua direzione. A giudicare dal suo
inidirizzo di posta elettronica risponde al nome di Massimo.
Massimo
mi guarda confuso e poi si volta, cercando qualcuno alle sue spalle.
Il suo volto si indurisce e la folla ha già perso qualsiasi
interesse per entrambi.
Le
braccia sono tese lungo i fianchi, i pugni serrati e le spalle
spostate in avanti mentre cammina verso di me con ampie e rapide
falcate.
“Ma
come ti permetti?”
Gli
sorrido.
“Perdonami,
Massimo, pensavo ti avessero detto di rivolgerti a me in funzione
delle mia professionalità e discrezione.” gli dico sorridendo
tranquillo.
“E
questo cosa c'entra?”
“C'entra
che quella che per te è una pruriginosa curiosità circa tua moglie
per me è lavoro. E si dà il caso che ci tenga a continuare a
lavorare.” continuo a sorridere.
“Ma
che cazzo ti ridi?”
“Stai
calmo, respira e guardati intorno. Nessuno ti nota e nessuno si
ricorderà che tu sia mai stato qui. A meno che tu non gli rinfreschi
la memoria agitandoti e prendendoti un infarto.”
Si
guarda intorno e lo vedo tirare un sospiro di sollievo. Ora riesco a
vedere quanto i suoi occhi siano piccoli e vicini.
Sembra
un maiale stupido.
“Mi
parli del suo problema. Vuole qualcosa da bere? Chiunque noterebbe un
avventore che non ordina nulla.”
“Uno
spritz, grazie.”
Anna
intercetta il mio sguardo e mi si avvicina.
“Anna
ci porteresti uno Spritz per cortesia?”
“Certo
Roberto, arriva subito.” mi risponde, sempre sorridendo.
“Bene,
Massimo. Ora: qual è il problema?”
“Penso
che mia moglie abbia iniziato a tradirmi.”
Puoi
scommetterci il grugno stupido suino.
“E
cosa te lo fa credere?”
“Noi
non...”
“Sì
immagino. Ma deve esserci anche dell'altro no? Oppure si è
preoccupato solo per questo? Il mondo è pieno di coppie che non
hanno rapporti sessuali.”
“Sì,
ecco, ha iniziato a stare molto a lavoro, esce di continuo con i suoi
colleghi, non sta mai a casa”, la sua voce si fa via via più alta
e una vena alla base del collo si gonfia visibilmente “e quando ci
sta passa la maggior parte del tempo a dormire.” conclude urlando
mentre il suo viso vira sul rosso.
“Capisco.”
attendo un paio di secondi fino a che lui non sposta appena il peso
in avanti, le spalle protese verso di me. “Abbassa la voce,
comunque e mantieni la calma. Se segui le mie istruzioni nessuno si
ricorderò mai che tu sia stato qui. Quando ha iniziato a comportarsi
così?”
“Sì,
mi scusi. Circa sei mesi fa.”
“Deduco
dal tuo stato d'animo che, diciamo fino ad un anno fa, tua moglie si
comportava in modo sostanzialmente
differente.”
Spalanca
appena gli occhi.
Bravo,
adesso sembri ancora più stupido.
Le
sue braccia non sono più conserte e si appoggia sui gomiti sul
tavolo.
Ora
vuole anche dirti qualcosa, Porky Holmes.
Se
lo interrompessi ora con un'osservazione che potrebbe considerare
geniale potrei farlo mio oppure inimicarmelo. Aspettando, invece,
posso vedere se è davvero lo stupido mediocre ed egocentrico che io
penso che sia.
Non
perde tempo prima di esprimere il suo assenso.
“Esatto!
Un anno fa mi ha cucinato un pranzo con”
Non
sto già più ascoltando.
Ma
perché ti preoccupi di questo inetto?
Perché
ho quasi finito i soldi, chissà perché.
E
a cosa ti servono se puoi sfruttare tua sorella?
Mi
servono che voglio evitarlo, ecco a cosa.
Continuo
a non capire.
Questo
perché il mio inconscio ha dato la parola ad un fazzoletto.
“...cioè,
capito?” conclude Massimo.
“E
immagino che tutto questo, dai estiti al trucco, sia cambiato
repentinamente, da un giorno all'altro.”
“Esatto!”
È
incredibile.
Cosa?
Quanto sia identico a tutti i suoi simili? A dir poco.
Per
non parlare di come sia totalmente cieco di fronte al fatto di essere
il problema.
Proprio
per non parlarne, eh.
Insomma,
ha attaccato tutti il discorso e non si è neanche accorto che non lo
stavi più ascoltando.
Ma
infatti, qualcuno vuole approfondire la conoscenza di questo
individuo la cui intettitudine è così profonda da impedirgli
persoino di capire quanto sia miserabile la sua vita?
…
Appunto,
quindi non parliamone.
Forse
non sei nella posizione migliore per giudicare la miserabile
esistenza di qualcun altro.
Io
sono nella posizione di fare ciò che preferisco.
Certo,
nessuno deve sopportare più la tua presenza.
“Ma
mi stai ascoltando?”
Se
solo sapessi quante storie identiche a questa mi hanno portato a
rannicchiari in mezzo a cassonetti puzzolenti di urina e merda di
cane passeresti ogni ora del giorno abbracciato al gabinetto
chiedendoti quale sia il motivo per cui non ti sei ancora tolto la
vita.
“Perdonami.”
rispondo “Ma non ti permetto di mettere in dubbio la serietà con
cui seguo i miei incarichi. Se qualunque cosa, nel mio modus
operandi, ti disturba, non solo ti faccio notare che sei libero di
andartene, ma te lo consiglio.”
Quando
ero più giovane ho avuto modo di scoprire come un certo grado di
formalità e un'impostazione appena più controllata della voce
risultassero implicitamente minacciosi. Non ho mai capito perché né
se funzionasse qualora ci provasse qualcun altro. Ho soltanto notato
che quando ero arrabbiato e usavo cercare di rimanere cortese, in
molti si prodigavano per esaudire i miei desideri, a patto che ne
fossero in grado, chiaramente.
Questo
noiosissimo aspirante borghese non fa chiaramente eccezione.
“No,
figurati.” dice fissando un punto intorno al mio sterno.
“Benissimo”
dico sorridendo “Ora parliamo di cose serie. Il compenso: cento
euro al giorno. Se per lei è eccessivo lo capisco ma le consiglio di
rivolgersi a qualcun altro.” dico mentre tiro fuori il biglietto da
visita di un barbiere facendo attenzione a mostrargli soltanto il
dorso.
“No,
va benissimo, figurati.”
“Ottimo.
Iniziamo da domani. A che ora inizi il turno in ufficio?”
“Alle
sedici.”
“Domani
assolutamente entro le diciotto mandami una tabella con gli orari di
lavoro di tua moglie, compresi l'indirizzo della vostra casa e del
lavoro e tutto il resto, ok?”
“Va
bene”
“Benissimo,
buonanotte” concludo tendendogli la mano.