mercoledì 30 novembre 2016

02a. Presentazioni 1

DISCLAIMER: Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti storici, personaggi o luoghi reali è completamente casuale. Altri nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il frutto dell’immaginazione dell’autore, e qualunque somiglianza con fatti, luoghi o persone reali, viventi o defunte, è anch'essa casuale.


TUUT.
TUUT.
TUUT.
"Pronto?"
"Sono Roberto Albanesi."
"Ah, signor Albanesi! Le passo subito il commissario!"
TUUT, TUUT, TUUT, TUUT.
"Pronto?"
Il timbro di un caucasico, la voce di un uomo di mezz'età che fuma tra le trenta e le quaranta sigarette al giorno arrochita da strati di nicotina, cenere e catrame.
"Sono Roberto Albanesi."
"Albanesi! L'avrò cercata dieci volte!"
L'inflessione non lascia dubbi: è abituato a comandare e a veder eseguiti i suoi ordini.
"In realtà sei. Non sono sicuro se ha tentato una settima."
Una pausa. Riesco a sentire il respiro affannoso di un uomo eccessivamente sovrappeso. Mh.
"Deve vedere un ragazzo."
Devo proprio?
"Mi racconti."
"Ieri sera alle ventuno e tre minuti una stanza piena di metano è esplosa ed ha scagliato il ragazzo attraverso i doppi vetri della finestra facendogli fare un tuffo di cinque piani esattamente sopra la macchina dell'Assessore alle Politiche Giovanili."
"Quindi?"
Fa una pausa. Non ho mai lavorato con lui. Si starà chiedendo quanto il consiglio del suo contatto sia opportuno?
"Quindi non vedo che bisogno ci sia di riempire un'appartamento di metano quando si può fare un salto di venti metri nel vuoto e morire lo stesso." dice infine.
"Beh, in un salto nel vuoto ci sono milioni di cose che possono andare storte: puoi atterrare sulle gambe e fratturarti tutto senza morire, puoi fartela sotto all'ultimo momento e pentirti o magari qualcuno ti salva e rimani paralizzato a vita..."
"Sì, va bene. Ho capito. Venga immediatamente."
Quanta fretta.
"Perché?"
Altra pausa. Sorrido alla parete della cucina. Riesco ad immaginarlo socchiudere gli occhi, lo sento trarre un sospiro, lo vedo pinzarsi la radice del naso tra pollice e indice della mano destra.
"Ho bisogno delle sue capacità. Venga in centrale. Ora."
"Mh. Arrivo. Arrivederci."
 Vado all'ingresso, prendo il montgomery nero e la sciarpa di lana bianca dall'attaccapanni, le chiavi di casa dal mobiletto dell'ingresso. Esco e chiudo a doppia mandata, faccio cinque rampe di scale e premo il pulsante del portone. L'hanno installato da poco. Prima c'era la normalissima maniglia di tutte le porte del mondo, poi un ragazzo del primo piano ha avuto dei problemi con un'immersione in Sudafrica e ora è bloccato su una carrozzina. Ha venticinque anni.
Il vento gelido morde ogni centimetro di pelle libera facendomi arrossare pelle ed occhi. Rincalzo la testa tra le spalle e la sciarpa, alzo il bavero, infilo i guanti di pelle nera.
La mia schiena si curva come se il vento potesse farsi meno forte e, camminando, mi dirigo alla fermata dell'autobus.
Non prendo un'automobile da cinque anni. Non è consigliabile farlo, quando ogni tanto gli oggetti inanimati provano a parlarti. Lo fanno da cinque anni.
Quando ho trovato mia moglie riversa a terra ho sentito una voce uscire dall'orologio sulla parete della cucina:"Sembra che la tua Audi non vada poi così veloce, eh?". Sono crollato in ginocchio, con gli occhi sbarrati. Memore delle lezioni di primo soccorso l'ho girata su un fianco, ed un fiotto di sangue le è schizzato dalle labbra sul pavimento. Sono rimasto paralizzato per quella che mi è sembrata un'eternità, fissando le labbra vermiglie sulla carnagione pallida. Quando sono riemerso dallo stordimento l'ho chiamata per nome, dapprima dolcemente, come a non volerla svegliare, poi sempre più forte, fino a scorticarmi la gola. Ho iniziato a farle la respirazione bocca a bocca, ricordo ancora il sapore salato del suo sangue sulle mie labbra, l'odore ferroso nelle narici, il modo in cui il suo petto cedeva morbido al massaggio cardiaco, il rumore colloso dell'aria che attraversava la sua trachea. Non so per quanto tempo sono andato avanti così.
Sono arrivato alla fermata dell'autobus.
Sono le sette ed un quarto della mattina, fa un freddo maledetto, il vento sembra convinto nel volermi strappare gli occhi dalle orbite, una persona che non conosco mi ha intimato di recarmi in un posto in cui non sono mai stato e la fermata è piena di adolescenti in crisi ormonale che devono salire sull'autobus per andare a scuola. Chi urla, chi parla, chi gesticola, chi corre, chi fa la ruota per esser notato dagli esponenti dell'altro sesso.
Sono così giovani, e già fanno parte dell'eterno meccanismo: nasci, cresci, sposati, figlia, segui la moda, comportati normalmente, stai con i piedi per terra, metti da parte i soldi per la vecchiaia e muori senza aver vissuto un singolo giorno della tua intera esistenza. Una volta ne facevo parte anche io. Poi gli oggetti hanno iniziato a parlarmi. Lo so che non lo fanno davvero ma è come se una parte di me cercasse al di fuori quello che è già dentro. Il primo periodo è stato duro, le voci mi assordavano, facevo fatica a seguire un ragionamento, figuriamoci avere una conversazione. Finché non ho imparato a domarle non ho avuto tempo per molto altro e quando finalmente ce l'ho fatta ho scoperto che tutte le persone che conoscevo avevano fatto in tempo a prendere le distanze. Ero diventato scostante e inaffidabile, persi il mio lavoro all'Ospedale Regionale. In poco più di una settimana spesi tutto ciò che avevo in alcool. Mia sorella, Agata, chiamò i soccorsi quando, chiamandomi ripetutamente al telefono, non rispondevo. Ha tentato quasi ininterrottamente per tre ore. L'unica cosa che ricordo è di essermi svegliato nudo in una stanza d'ospedale attaccato ad una flebo con la testa che sembrava scoppiare. Mi sono girato oltre il bordo del letto ed ho avuto conati di vomito per uno dei minuti più lunghi della mia vita.
L'autobus sbuca dalla curva alla mia destra, le porte si aprono, salgo e mostro l'abbonamento al conducente. L'uomo grasso e brizzolato mi guarda e sorride stolidamente di rimando, convinto che io abbia usato chissà quale cortesia quando il regolamento appeso proprio dietro al suo cabinotto ricorda a tutti i passeggeri il dovere di esibire il proprio titolo di viaggio.
Trovo due posti liberi a metà corriera, mi siedo su quello al lato del finestrino ed appoggio la testa sul vetro freddo. Una bolla di gas mi risale dallo stomaco ed erompe nella bocca, mentre mantengo le labbra serrate per evitare che tutto l'autobus sappia della gastrite che mi sferza.
Oh, salute!
Il mio sguardo viene catturato da un ragnetto scuro ai limiti del mio campo visivo, vicino alla guarnizione del finestrino. Mi tolgo un guanto, lo afferro tra le dita.
AAAAAAaaaah... fa la voce, mentre stritolo il ragno tra i polpastrelli.

martedì 29 novembre 2016

01. Risveglio

DISCLAIMER: Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti storici, personaggi o luoghi reali è completamente casuale. Altri nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il frutto dell’immaginazione dell’autore, e qualunque somiglianza con fatti, luoghi o persone reali, viventi o defunte, è anch'essa casuale.


Le note distorte di una sveglia economica da negozio di cianfrusaglie maltrattano Für Elise, strappandomi al sogno con un grugnito.
Apro gli occhi nell'oscurità mutilata da lame di luce che irrompono attraverso le imposte delle finestre alla mia sinistra. Mi dirigo alla cieca verso la porta, la apro e la luce ed il freddo mi investono come un TIR in autostrada togliendomi il fiato.
Infilo la porta del bagno e mi alleggerisco la vescica, mi lavo le mani e, tremante mi sciacquo la faccia. Il mio riflesso mi guarda stanco negli occhi cisposi. Abbasso lo sguardo.
Torno in camera da letto e prendo qualcosa con cui coprirmi poi vado in cucina, riempo la moka e preparò il caffè.
Stanotte ha piovuto.
Ho sentito il lugubre ticchettio della pioggia sulla copertura in tegole del tetto di legno. Le mattine sono diverse, quando piove di notte: sembra sempre che i colori siano stati lavati via dall'impietoso battere dell'acqua e tutto assume una sfumatura grigio pallido, anche la luce del sole; tutto sembra abbandonato e decadente sotto questa luce. I colori vivaci delle case sembrano ingrigiti dal passare degli anni e le case di coloro che hanno finito i soldi prima di potersi permettere un imbianchino sono ancora più lugubri. In pochi camminano per le strade dando vita ad un panorama da città fantasma.
La caffettiera inizia a gorgogliare. Spengo il gas, verso il caffè in un bicchiere, mi siedo al tavolo e fisso le nere profondità della mia bevanda.
Il caffè in vetro fa tanto chic.
Il tuo animale spirito guida è uno di quei cagnetti col muso schiacciato per metà scorregge con fodera di pelliccia e per metà decibel.
Fisso il bicchiere e mi chiedo cosa mi faccia svegliare tutte le mattine, cosa mi costringa a controllare tutti i giorni le mail, i servizi di messaggistica istantanea e la casella postale in attesa di un incarico.
Dai, come si chiamano?
Ormai il mio lavoro consiste nel seguire persone in vicoli sudici e far loro foto che chi ha commissionato non vuole vedere ma conosce prima ancora di chiedere. E allora scopro uomini che hanno affittato interi appartamenti per vivere con la segretaria, la tirocinante, la nuova collega; donne che adibiscono a postriboli le proprie abitazioni quando i mariti sono fuori casa ed accolgono gente di ogni risma vendendo un po' della propria dignità per pochi spiccioli o ancora che chiedono soldi per far vedere le tette a qualcuno che si masturba seduto dall'altra parte di una webcam.
Dai, lo so che hanno provato a morderti almeno una volta e poi non ci sono riusciti perché sono forme di vita troppo fottutamente patetiche.
Chi mi commissiona questi lavori sa già quale sarà il risultato, solo che vuole della documentazione che lo provi. Voi non li avete mai visti negli occhi quando gli passate una busta sigillata con dentro la vostra settimana di lavoro sviluppata in uno studio fotografico che avete strapagato per non far cantare come un cardellino alla prima cena di famiglia.
I pincher! Il tuo animale spirito guida è il pincher!
Bevo il caffè in due lunghissimi sorsi.
Torno in camera da letto, l'odore di chiuso mi invade le narici e mi arriva fino allo stomaco e cercando di strapparne il caffè. Resisto.
Mi avvicino alla finestra e la apro per poi spalancare le imposte e guardare fuori.
Come ogni mattina la finestra della mia camera da letto dà sulla strada ed al di là della strada c'è il muro in mattoni che funge da memento mori: i necrologi.
L'uomo dei necrologi ne sta appiccicando di nuovi, con le galosce di gomma immerse quasi del tutto nello scolo al lato della strada e la scopa che si muove forsennata per distribuire la colla e far aderire la carta agli innumerevoli strati induriti che ci sono al di sotto. Credo che lo vestano di catarifrangenti per rendere più accettabile il suo mestiere di foriero di cattive notizie.
Sospiro.
Nomi sconosciuti di persone che non hanno lasciato la loro traccia nel mondo.
Finirò anche io così ma mi va bene. Lavoro nell'ombra, vivo nel buio, guadagno soldi che mi servono solo per vivere e pagarmi le mie cene ormai da troppo tempo solitarie.
Quando il freddo si fa insopportabile chiudo la finestra ma lascio che la pallida luce solare illumini la camera.
La temperatura è precipitata e io tremo come una foglia al vento.
Il letto matrimoniale, come sempre, è sfatto solo per metà.
Mia moglie è morta cinque anni fa in seguito ad una emorragia per la rimozione delle tonsille: i punti si sono aperti mentre era da sola a casa. Quando sono tornato l'ho trovata riversa a terra, affogata nel suo stesso sangue.
Corro verso il bagno per accendere la caldaia e cercare di smussare il freddo. La fiamma si accende immediatamente mentre un bruciore acutissimo mi accende la bocca dello stomaco. Capisco troppo tardi ciò che sta succedendo: i succhi gastrici risalgono su per l'esofago fino alla faringe. Crollo in ginocchio, tossendo come un vecchio catarroso nel tentativo di alleviare il fuoco e l'aridità che mi attanagliano gola e petto.
Come sempre passa da solo. Mi alzo con gli occhi coperti da un velo di lacrime ed un dolore sordo agli addominali ed al diaframma. Mi infilo nella doccia ed apro l'acqua calda. Aspetto qualche secondo poi mi spoglio e mi tuffo sotto la doccia bollente. La muscolatura si rilassa, il respiro si fa più lento e meno doloroso, i pensieri rallentano e diventano pigre ondate di melassa. Alzo la testa ed ingoio l'acqua che lava via i residui di succo gastrico, stemperando il bruciore. Mi insapono, mi risciacquo ed esco. Il freddo mi fa drizzare ogni singolo pelo del corpo. Mi avvolgo nell'accappatoio e corro fino in camera.
Mutande, calzini, jeans neri, maglione grigio fumo.
Prendo il telefono e controllo le notifiche: una mail. Un messaggio sul cellulare, uno sul provider di messaggistica istantanea, quattro chiamate perse.
Tutte della stessa persona.

lunedì 28 novembre 2016

Sugli spoiler, la scrittura e l'insonnia.

Come sempre, quando non si sa che cazzo dire, parlare a sproposito è davvero wow.
Questo per dire che ho terminato or ora (cinque minuti fa, in realtà) la quinta visione (stavolta in lingua originale con sottotitoli in lingua originale) di Watchmen, film tratto dalla graphic novel scritta da Alan Moore e disegnata da Dave Gibbons, diretto da Zack Snyder (no. Lo odio, ma questo film. QUESTO FILM) e scritto da David Hayter e Alex Tse.

Forse un paio di domande vi sono balzate in mente, permettetemi di chiarirvi un paio di cose: ho guardato Watchmen da solo, poi con la mia (ormai) ex-ragazza, poi da solo di nuovo, poi ho letto la graphic novel, poi ho rivisto il film insieme ad un mio amico ed, infine, da solo in lingua originale con sottotitoli in lingua originale. Per dire che NON SONO ASSOLUTAMENTE un fan del prodotto. Ma proprio no.

Ho visto lo stesso film per la quinta volta ed ho vissuto la stessa storia (quasi, ma ok) per la sesta. E, nonostante tutto, arrivato al culmine della narrazione (a dieci minuti dalla fine) quando tutte le carte vengono scoperte, ho provato le stesse emozioni della prima volta: sconforto, abbandono, tristezza, commozione (nel senso che mi sono commosso, non che ho avuto un trauma cranico).
Eppure sapevo già come sarebbe finito. Sapevo già, scena per scena, tutto quello che sarebbe successo. Conosco i personaggi, conosco i fatti, conosco gli svolgimenti, gli stratagemmi narrativi, i colpi di scena, i misteri, le gag. TUTTO. Eppure nulla mi ha impedito di ridere quando si supponeva si dovesse ridere, meravigliarmi quando si supponeva dovessi meravigliarmi (robe di vetro wow), emozionarmi quando si supponeva dovessi emozionarmi. Giuro che non mi succede con tutti i film.
Perché?
Zack Snyder è un così sublime regista? No.
David Hayter e Alex Tse sono dei così sublimi sceneggiatori? Non particolarmente.
Alan Moore è un così sublime scrittore? Eccoci. CAZZOSÌ.
La vicenda, una volta che si aderisce al mutuo accordo che è il patto narrativo, è incredibilmente VIVA, incredibilmente VERA, così come lo sono i personaggi. E un'opera scritta in questo modo, anche senza apprezzarne gli infiniti virtuosismi (nella graphic novel, poi), non può non emozionare.
QUINDI
stringendo.
Se mi avessero spoilerato il film, me lo sarei goduto meno? No. Perché un'opera eccellente rimane capace e potente a prescindere dalla quantità di roba che già conosci. Oppure sei una persona talmente arida che per provare delle emozioni deve subire i più turpi stratagemmi narrativi (cliff-hanger a cazzo di cane, Stephen. Parlo di quelli. E anche dei finali a sorpresa improbabili, Dan.) e allora ti meriti, bontà divina, tutti gli spoiler di questo mondo. TUTTI. Se sei così incommensurabilmente inetto che uno spoiler è capace di rovinarti un'opera, allora ti meriti di non goderti più nessuna opera "whatsoever". Per tutta la tua miserabile vita.
E lo dice uno che ritiene che "le nozze rosse" siano uno dei momenti più alti della letteratura odierna (e mi furono spoilerate), per dire.
Magari sono io, but still.

Note (ovvero: cose di cui nessuno si interessa):
- Ho visto per quattro volte tutta la trilogia de "Il Signore degli Anelli";
- Ho letto per cinque volte "Uomini d'Arme" di Terry Pratchett;
- Ho letto per tre volte tutti gli altri libri di Terry Pratchett che ho a casa, compreso "Good Omens";
- Ho letto per tre volte anche "American Gods" (e non vedo l'ora che esca la serie tv);
- Ho finito per ben dodici volte "Devil May Cry 3";
- Ho visto per NOVE volte "Slevin, Patto Criminale";
- Ho letto per due volte la saga della "Torre Nera" fino al quinto volume. Il sesto ed il settimo li ho letti una volta sola, ed è anche il motivo per cui odio visceralmente Stephen King;
- Ho letto molti altri libri e visto molti altri film. NESSUNO mi è stato rovinato da uno spoiler.
Questo solo per dire che non c'è spoiler che equivalga ad una lettura/visione integrale e non c'è stata lettura/visione integrale che mi abbia rovinato la fruizione di un'opera.

mercoledì 9 novembre 2016

Notturno destriero dagl'occhi di bragia

È notte, i coni arancioni dei lampioni illuminano le gocce di pioggia che sembrano scintille, mentre cammino ed attraverso luce ed ombra, il mio grigio doppio si allunga sul marciapiede e poi ritorna sotto le suole delle mie scarpe fradicie come un elastico per poi allungarsi di nuovo, in un rimbalzo che segue il ritmo dei miei passi.
Il cappotto è diventato freddo e pesante, il mio respiro di condensa in nuvolette di vapore, i pantaloni grigi sono diventati neri e gelidi e la strada di fronte a me, dritta come un fuso, sembra non finire mai. Continuo a camminare perché ormai lo faccio da tanto tempo che non può mancare molto, no?, e intanto il cappotto si fa più freddo e più pesante ed i capelli mi si attaccano alla fronte come tentacoli ed il suono umido dei miei passi riecheggia contro le pareti delle case alla mia destra ed alla mia sinistra.
Un suono più rapido, come di qualcosa che abbia più di due gambe, si unisce ad un tratto, e faccio appena in tempo a voltarmi e ad alzare istintivamente un braccio che un cane, nero come la pece, tenta di azzannare la pelle morbida del mio collo e trova invece quella del mio braccio.
Il dolore esplode bruciante e sembra che il braccio debba staccarsi da un momento all'altro, mentre non riesco ad oppormi alla forza che mi trascina da una parte.
Improvvisamente non sento più freddo, non sento più il cappotto gelido e pesante, non sento più i pantaloni congelati ed i capelli sulla fronte, ma inizio a vedere tutto come al rallentatore, mentre inizio ad urlare: il pelo fradicio del cane, le grinze sulla pelle del naso, la cicatrice sull'occhio cieco (il destro), l'altro occhio iniettato di sangue, una macchia scura ed appiccicosa che si allarga sul mio cappotto mentre altre gocce dello stesso colore cadono sull'asfalto, le perle d'acqua che schizzano dalla pelliccia della bestia ogniqualvolta si scuote per cercare di farmi cedere, la pozzanghera di acqua sporca alla mia sinistra, le crepe sull'asfalto, le pieghe del tessuto dove i denti lo hanno perforato per entrarmi nella carne, le gocce di bava che inzaccherano tutto.
Mentre smetto di urlare per prendere fiato sento il suono umido di qualcuno che cammina dietro di me, riesco a girare la testa e vedo un uomo in gessato grigio e camicia blu notte, nero di capelli e occhi e perfettamente sbarbato, che sorride e mi tende una mano.
Disperato l'afferro, ed egli inizia a sua volta a tirarmi dalla sua parte, facendo affondare, se possibile, ancora di più i canini della belva nella mia carne e mentre sento le articolazioni delle spalle che si allentano ricomincio ad urlare con quanto fiato ho in corpo per quella che sembra un'eternità, poi la stretta dell'uomo, gradualmente, cede.
Crollo a terra privo di forze, mentre il cane nero cerca ancora di trascinarmi chissà dove. Sento alcuni passi, un tonfo, sento il guaito di una bestia ferita, sento i canini uscire dal mio braccio. Mi rannicchio a terra ed inizio a piangere mentre tonfi e guaiti si susseguono a intervalli quasi regolari. Sento qualcuno che parla, con voce calma e tono regolare, a qualcun altro.
Sento dei passi velocissimi e leggeri, poi di nuovo la bestia mi morde il braccio, di nuovo l'uomo mi prende l'altro. Di nuovo iniziano a tirare.

Per sempre.