DISCLAIMER: Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti storici, personaggi o luoghi reali è completamente casuale. Altri nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il frutto dell’immaginazione dell’autore, e qualunque somiglianza con fatti, luoghi o persone reali, viventi o defunte, è anch'essa casuale.
TUUT.
TUUT.
TUUT.
"Pronto?"
"Sono Roberto Albanesi."
"Ah, signor Albanesi! Le passo subito il commissario!"
TUUT, TUUT, TUUT, TUUT.
"Pronto?"
Il timbro di un caucasico, la voce di un uomo di mezz'età che fuma tra le trenta e le quaranta sigarette al giorno arrochita da strati di nicotina, cenere e catrame.
"Sono Roberto Albanesi."
"Albanesi! L'avrò cercata dieci volte!"
L'inflessione non lascia dubbi: è abituato a comandare e a veder eseguiti i suoi ordini.
"In realtà sei. Non sono sicuro se ha tentato una settima."
Una pausa. Riesco a sentire il respiro affannoso di un uomo eccessivamente sovrappeso. Mh.
"Deve vedere un ragazzo."
Devo proprio?
"Mi racconti."
"Ieri sera alle ventuno e tre minuti una stanza piena di metano è esplosa ed ha scagliato il ragazzo attraverso i doppi vetri della finestra facendogli fare un tuffo di cinque piani esattamente sopra la macchina dell'Assessore alle Politiche Giovanili."
"Quindi?"
Fa una pausa. Non ho mai lavorato con lui. Si starà chiedendo quanto il consiglio del suo contatto sia opportuno?
"Quindi non vedo che bisogno ci sia di riempire un'appartamento di metano quando si può fare un salto di venti metri nel vuoto e morire lo stesso." dice infine.
"Beh, in un salto nel vuoto ci sono milioni di cose che possono andare storte: puoi atterrare sulle gambe e fratturarti tutto senza morire, puoi fartela sotto all'ultimo momento e pentirti o magari qualcuno ti salva e rimani paralizzato a vita..."
"Sì, va bene. Ho capito. Venga immediatamente."
Quanta fretta.
"Perché?"
Altra pausa. Sorrido alla parete della cucina. Riesco ad immaginarlo socchiudere gli occhi, lo sento trarre un sospiro, lo vedo pinzarsi la radice del naso tra pollice e indice della mano destra.
"Ho bisogno delle sue capacità. Venga in centrale. Ora."
"Mh. Arrivo. Arrivederci."
Vado all'ingresso, prendo il montgomery nero e la sciarpa di lana bianca dall'attaccapanni, le chiavi di casa dal mobiletto dell'ingresso. Esco e chiudo a doppia mandata, faccio cinque rampe di scale e premo il pulsante del portone. L'hanno installato da poco. Prima c'era la normalissima maniglia di tutte le porte del mondo, poi un ragazzo del primo piano ha avuto dei problemi con un'immersione in Sudafrica e ora è bloccato su una carrozzina. Ha venticinque anni.
Il vento gelido morde ogni centimetro di pelle libera facendomi arrossare pelle ed occhi. Rincalzo la testa tra le spalle e la sciarpa, alzo il bavero, infilo i guanti di pelle nera.
La mia schiena si curva come se il vento potesse farsi meno forte e, camminando, mi dirigo alla fermata dell'autobus.
Non prendo un'automobile da cinque anni. Non è consigliabile farlo, quando ogni tanto gli oggetti inanimati provano a parlarti. Lo fanno da cinque anni.
Quando ho trovato mia moglie riversa a terra ho sentito una voce uscire dall'orologio sulla parete della cucina:"Sembra che la tua Audi non vada poi così veloce, eh?". Sono crollato in ginocchio, con gli occhi sbarrati. Memore delle lezioni di primo soccorso l'ho girata su un fianco, ed un fiotto di sangue le è schizzato dalle labbra sul pavimento. Sono rimasto paralizzato per quella che mi è sembrata un'eternità, fissando le labbra vermiglie sulla carnagione pallida. Quando sono riemerso dallo stordimento l'ho chiamata per nome, dapprima dolcemente, come a non volerla svegliare, poi sempre più forte, fino a scorticarmi la gola. Ho iniziato a farle la respirazione bocca a bocca, ricordo ancora il sapore salato del suo sangue sulle mie labbra, l'odore ferroso nelle narici, il modo in cui il suo petto cedeva morbido al massaggio cardiaco, il rumore colloso dell'aria che attraversava la sua trachea. Non so per quanto tempo sono andato avanti così.
Sono arrivato alla fermata dell'autobus.
Sono le sette ed un quarto della mattina, fa un freddo maledetto, il vento sembra convinto nel volermi strappare gli occhi dalle orbite, una persona che non conosco mi ha intimato di recarmi in un posto in cui non sono mai stato e la fermata è piena di adolescenti in crisi ormonale che devono salire sull'autobus per andare a scuola. Chi urla, chi parla, chi gesticola, chi corre, chi fa la ruota per esser notato dagli esponenti dell'altro sesso.
Sono così giovani, e già fanno parte dell'eterno meccanismo: nasci, cresci, sposati, figlia, segui la moda, comportati normalmente, stai con i piedi per terra, metti da parte i soldi per la vecchiaia e muori senza aver vissuto un singolo giorno della tua intera esistenza. Una volta ne facevo parte anche io. Poi gli oggetti hanno iniziato a parlarmi. Lo so che non lo fanno davvero ma è come se una parte di me cercasse al di fuori quello che è già dentro. Il primo periodo è stato duro, le voci mi assordavano, facevo fatica a seguire un ragionamento, figuriamoci avere una conversazione. Finché non ho imparato a domarle non ho avuto tempo per molto altro e quando finalmente ce l'ho fatta ho scoperto che tutte le persone che conoscevo avevano fatto in tempo a prendere le distanze. Ero diventato scostante e inaffidabile, persi il mio lavoro all'Ospedale Regionale. In poco più di una settimana spesi tutto ciò che avevo in alcool. Mia sorella, Agata, chiamò i soccorsi quando, chiamandomi ripetutamente al telefono, non rispondevo. Ha tentato quasi ininterrottamente per tre ore. L'unica cosa che ricordo è di essermi svegliato nudo in una stanza d'ospedale attaccato ad una flebo con la testa che sembrava scoppiare. Mi sono girato oltre il bordo del letto ed ho avuto conati di vomito per uno dei minuti più lunghi della mia vita.
L'autobus sbuca dalla curva alla mia destra, le porte si aprono, salgo e mostro l'abbonamento al conducente. L'uomo grasso e brizzolato mi guarda e sorride stolidamente di rimando, convinto che io abbia usato chissà quale cortesia quando il regolamento appeso proprio dietro al suo cabinotto ricorda a tutti i passeggeri il dovere di esibire il proprio titolo di viaggio.
Trovo due posti liberi a metà corriera, mi siedo su quello al lato del finestrino ed appoggio la testa sul vetro freddo. Una bolla di gas mi risale dallo stomaco ed erompe nella bocca, mentre mantengo le labbra serrate per evitare che tutto l'autobus sappia della gastrite che mi sferza.
Oh, salute!
Il mio sguardo viene catturato da un ragnetto scuro ai limiti del mio campo visivo, vicino alla guarnizione del finestrino. Mi tolgo un guanto, lo afferro tra le dita.
AAAAAAaaaah... fa la voce, mentre stritolo il ragno tra i polpastrelli.