domenica 24 dicembre 2017

Parte .03g: Filtri 7

DISCLAIMER: Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti storici, personaggi o luoghi reali è completamente casuale. Altri nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il frutto dell’immaginazione dell’autore, e qualunque somiglianza con fatti, luoghi o persone reali, viventi o defunte, è anch'essa casuale.

L'olio inizia a sfrigolare.

Dopo poco più di un secondo inizia un'altra canzone, stavolta più allegra. Non riesco a ricordarne il titolo.
Chiudo gli occhi ed inizio a respirare profondamente, concentrandomi sulla sensazione dell'aria che scorre in me, prima in senso e poi nell'altro.
Ascolto e sento lo sfrigolio dell'olio e più lontani il rumore delle auto sulla strada e, sotto la finestra alle mie spalle, il vociare delle persone che si incontrano e tessono i fili della ragnatela delle relazioni, li intrecciano, li separano e poi li intrecciano di nuovo con qualcun altro, o forse sempre con le stesse persone.
Poi, più vicini, sento i passi della famiglia che abita sotto di me. Affrettati, a intervalli brevi, nella cucina identica alla mia posta esattamente sotto la mia.
I coniugi Mameli hanno una trentina d'anni e due figli piccoli, forse il più grande ha iniziato quest'anno le elementari. Forse Cinzia sta preparando loro la merenda.
Chissà invece la ragazza con il pigiama cosa sta facendo...
Dai. Lo so.
Sei ridicolo.
Bentornati.
Mi alzo e controllo che le cotolette di pesce non si stiano bruciando. Lo stanno facendo, prendo una forchetta e le giro sull'altro lato.
Cosa speravi che ti dicessimo?
Null'altro. Voi siete me.
E tu non sei affatto originale.
No, immagino di no.
Forse dovresti davvero provare a conoscerla.
No, immagino di no.
La tua vita è una vergogna, le tue giornate sono una vergogna. Cos'hai da perdere?
E cosa ho da offrire? Sono mesi che la cosa che desidero di più non è neanche riabbracciare mia moglie ma desiderare di avere abbastanza coraggio e forza da trattenere il fiato abbastanza a lungo.
Lascialo decidere a lei.
Decidere cosa? Di scappare? Certo!
Sei stupido.
LO SO!
I passi affrettati si bloccano un attimo. Devo averlo urlato sul serio. Perdonami, Cinzia.
Magari non scapperebbe.
E così l'avrei condannata alla mia compagnia. Ottima mossa.
Ma magari è molto peggio di quanto pensi.
Sicuramente lo è. Non è Valeria.
Di nuovo silenzio.
È come se fossi sprofondato in una cella scavata nel terreno a profondità indicibili. È un silenzio denso di minaccia, quello di quando le voci mi abbandonano, un silenzio pieno di sottintesi il cui più ingombrante è la consapevolezza che se mi mettessi ad urlare nessuno accorrerebbe in mio aiuto.
Quindi sto in silenzio.
Apro la cassettiera sotto i fornelli, prendo un piatto e lo poggio sul tavolo. Spengo i fornelli.
La terapista mi diceva di tenere un diario: così facendo mi sarei reso conto di quanto di bello ci fosse in realtà nelle mie giornate, o qualche stronzata di questo tipo.
Le ho dato retta, per un paio di settimane.
Ho smesso quando una mattina, aprendolo, ho letto come unico resoconto della giornata prima:"Volevo bermi un tè davanti alla televisione ma qualche tipo di volatile ha fatto il nido sopra l'antenna e a quest'ora fa un freddo maledetto. Sono le dieci e quaranta, ho bevuto tre whisky lisci a stomaco vuoto e sono ubriaco."
Mi ricordo ancora fin troppo bene la sensazione che provai quella sera. In un attimo è stato come se qualcosa mi avesse risucchiato via tutte le forze. Mi ero addormentato sulla scrivania e la mattina dopo mi sono svegliato con la testa che scoppiava e tutto ciò che stava al di sotto del collo ridotto ad un marasma dolorante.
Mi ricordo ancora fin troppo bene il giorno in cui la mia terapista mi propose quest'idea.
Mi ricordo la sala d'aspetto con soltanto due poltroncine in similpelle nera ed il telaio in acciaio cromato. Ancora prima di quella volta chiesi alla mia terapista come mai nella sala d'aspetto ci fossero così pochi posti e lei mi chiese sorridendo se sarei tornato nel suo studio sapendo di dover aspettare il mio turno per mezz'ora in compagnia di sei o sette nevrotici.
Aprii la porta senza bussare, quel giorno in cui mi propose di tenere il diario, come se fosse la porta della mia camera. Lei era ancora una volta seduta su una poltroncina ad aspettarmi. Aveva dei capelli neri lisci e lucentissimi che le ricadevano morbidi sulle spalle, due occhi verdi grandi e leggermente a mandorla, da cerbiatto, gli zigomi pronunciati ma morbidi e le labbra rosse e piene.
"Buongiorno." le dissi.
"Buongiorno a te, Roberto" mi rispose sorridendo "siediti pure.
Mentre eseguivo il suo ordine cortese non potei fare a meno di chiedermi come una qualsiasi persona sana di mente potesse sorridere ai pazienti facendo un lavoro del genere. Magari, pensavo, c'è una specie di scala di follia e magari, pensavo, io non sono abbastanza in alto da meritarmi di essere rinchiuso in qualche struttura ma neanche abbastanza in basso da poter essere liquidato con una pacca sulla spalla ed un "passerà".
Aveva le mani incrociate delicatamente sul grembo e indossava una camicetta bianca che metteva in evidenza le forme morbide senza lasciar intravedere nulla, un paio di jeans blu scuro e un paio di scarpe da ginnastica basse nere o blu scuro.
"Raccontami." disse.
Diceva sempre così per sapere come fossero andati gli ultimi sette giorni.
"Ho voglia di bere. La maggior parte delle volte riesco a resistere ma a volte, a volte, a volte le voci si fanno così assordanti, e non riesco, non riesco, non riesco a pensare e a fare nulla e non ho scelta."
"Roberto, dovresti andare da uno psichiatra."
"No."
"Ma..."
"Senti, Arianna. Non sono mai stato bravo in un cazzo, ok? Per vent'anni sono sempre stato l'ultimo ad essere scelto per le partite di calcetto o di basket o di pallavolo, la mia testa era l'unica cosa che avevo e l'unica cosa che ancora ho. Non la getterò nel cesso prendendo un qualche tipo di pastiglia che mi trasformi in una rosea pianta d'appartamento farfugliante soltanto perché tu o qualcun altro con "dottore" davanti al nome si preoccupa perché un giorno le voci potrebbero consigliarmi di prendere un coltello e affondarlo nella gola di qualcuno."
Il suo sguardo si appannò appena, le palpebre si abbassarono e il suo corpo sembrò chiudersi in avanti e su sé stesso mentre il sorriso si incrinava in una smorfia di stanchezza.
Sei riuscito a stancare anche la tua terapista. Complimenti.
Si ricompose immediatamente.
"La stai facendo più drammatica di quanto non sia, Roberto."
"No, no, ehi, no. Quando avevo vent'anni ho presi degli antiepilettici per mesi per farmi passare l'emicrania. So esattamente di cosa parlo."
"Non sarebbero così terribili."
"Davvero? Non saprei. Se ad una persona togliessi l'unica cosa che ha, cosa le rimarrebbe?"
"Non è l'unica cosa che hai..."
"Non prenderò nessun farmaco."
La vedo farsi pensierosa. Forse è convinta di nascondere i suoi pensieri, e forse gli altri suoi pazienti hanno di meglio da fare invece di osservare ogni cosa che accade loro intorno.
Sei senza speranza, non sa cosa fare con te.
Non lo so neanche io, immagino sia un problema diffuso non saper cosa fare con me.
Le sue palpebre si alzano in maniera impercettibile, le spalle si alzano e si raddrizzano per poi rilassarsi.
"Potresti tenere un diario."
"Un diario."
"Sì."
"E cosa dovrei scriverci? Che il mio ignaro principe azzurro oggi mi ha guardato negli occhi per tre Garibaldi?"
"Tre Garibaldi?"
"Un Garibaldi, due Garibaldi, tre Garibaldi. Lo usavo da ragazzo per contare i secondi."
"Dovresti scriverci tutto quello che ti succede."
"Tutto."
"E questo servirebbe a...?"
"Nella teoria cognitivo-comportamentale serve a vedere le cose un po' meno negativamente"
Neanche più positivamente Roberto. Meno negativamente. Sei senza speranza.
"Quindi dovrei vedere meno negativamente il fatto che mia moglie sia morta, aver iniziato a sentire delle voci che non esistono e dovermi ridurre ad uno straccio a forza d'alcool per poterle zittire?"
Le sue sopracciglia si avvicinano fin quasi a toccarsi mentre la sua bocca si atteggia ad una smorfia di sufficienza.
"Ad esempio" continuo "se un bicchiere mi dice che sono un fallito, che ho perso l'unico lavoro che abbia mai fatto in vita mia e che sto parassitando mia sorella per pagare una tizia che mi dice che mettere per iscritto la pantomima che è diventata la mia vita dovrebbe effettivamente farmela sembrare migliore?"
La vedo cercare di trattenere un sospiro esasperato.
"Roberto, io sto cercando di aiutarti, ma mi serve la tua partecipazione. Se non mi aiuti i medicinali saranno l'unica soluzione."
"Va bene. Grazie mille, dottoressa. Ci vediamo tra una settimana."
Tenni effettivamente il diario e notai un cambiamento sostanziale: la mia disperazione romantica perdeva immediatamente ogni tipo di velleità patetica per diventare la semplice cronistoria di un automa che non aveva nessuno scopo, un computer senza programmi in esecuzione, ogni volta che passava sotto l'occhio cinico della razionalità per fissarsi sulle pagine di un bloc notes. Avevo, però, smesso di piangermi addosso. Non mi era rimasta abbastanza forza d'animo.

sabato 2 dicembre 2017

Parte 03f: Filtri 6

DISCLAIMER: Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti storici, personaggi o luoghi reali è completamente casuale. Altri nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il frutto dell’immaginazione dell’autore, e qualunque somiglianza con fatti, luoghi o persone reali, viventi o defunte, è anch'essa casuale.

Parte 03e

Spalanco gli occhi e provo a mettermi seduto ma qualcosa mi trattiene, inizio a dimenarmi fino a che non sento più il materasso sotto di me e il mio corpo prima e la mia testa poi sbattono contro il pavimento freddo.

Eravamo noi.
Le lenzuola. Ora mi parlano anche loro. Mi alzerò. Alzerò prima il braccio destro e, ruotando il busto, porterò la mano accanto all'altra. Con le braccia alzerò il busto mentre la contrazione degli addominali farà sì che io possa mettermi carponi. Poi piegherò un'anca e mi spingerò per guadagnare, esattamente come qualche mio antenato da qualche parte deve aver già fatto, la stazione eretta. Poi andrò in cucina...
Le cotolette di pesce. Maledizione. Si saranno scongelate e avranno bagnato tutto il pavimento. Devo andare a pulire.
Ma non ci riesco.
Plick.
Plick.
Plick..
Al di sotto degli acufeni, appena percettibile, il ticchettio lento delle gocce d'acqua che cadono dalla battuta del mobile sul pavimento.
Non riesci neanche ad alzarti.
La coppa del lampadario mi guarda sorridente.
Quale acuta osservazione, complimenti.
Mh.
Con uno sforzo immane mi alzo in piedi e mi districo dal groviglio di stoffa che sembrava volermi soffocare. Sento le gambe farsi gelatina e riuscire a malapena a sostenere il mio peso. Sospiro mentre sento gli indumenti iniziare a formicolarmi addosso.
Sospiro.

Rimango immobile, in piedi, al centro della stanza, con le braccia abbandonate lungo i fianchi per quelli che sembrano dieci minuti, ma non ho idea di quanto tempo sia passato realmente.
Devo sapere che ore sono.
La sveglia. Sono le cinque e trentacinque. Ho ancora tre ore e venticinque minuti prima dell'appuntamento con il cliente.
Mi sento un automa: il mio corpo continua a funzionare ma io non sono davvero qui, il che non sarebbe un problema se potessi stabilire con precisione dove io sia. Ma non posso. È come se il mio cervello ed il mio io più profondi stessero producendo rumore bianco con i massimi impegno e dedizione possibili. Mi sento un guscio vuoto e vuoto è il mio sguardo mentre cammino verso la cucina con le spalle curve strisciando i piedi a terra.
Stupido.
Sospiro e cerco di ignorarla.
 Pensi davvero che gli automi abbiano autocoscienza?
Un altro sospiro. Non so da dove la voce provenga e stavolta non mi interessa. Nulla mi interessa.
I surgelati emettono un suono umido e appiccicoso quando li afferro con le mani nude e il mio cervello inizia a cullarsi nell'idea di farmi vomitare.
Faccio per mettere i surgelati in una padella quando mi accorgo di non averla presa, né unta con dell'olio d'oliva, né messa sui fornelli.
Sospiro e chiudo gli occhi per qualche secondo mentre la mano che stringe il mio pranzo molliccio si alza di un centimetro verso i miei occhi prima di ricordarsi che non può salire a pinzarmi la radice del naso.
Mi chino e prendo un tegame dallo sportello sotto il piano cottura e ci lancio dentro il pesce.
Non lo so, magari pensi addirittura che gli automi possano sognare, eh?
È l'orologio da parete. Solo ora mi accorgo che in cinque anni non l'ho ancora buttato nell'immondizia.
Sospiro, apro il cassetto delle posate, prendo il batticarne e lo lancio quasi senza guardare.
Il rumore dei vetri infranti è quasi contemporaneo al tonfo dell'impatto contro il quadrante. Un altro piccolo rumore mi avverte che il batticarne ha sbattuto contro la cornice dell'orologio e ora sta roteando nella sua caduta verso il pavimento. Un tonfo, forte persino nel rumore della vita di condominio di metà pomeriggio. Per la seconda volta oggi le vite di tutti sembrano fermarsi per qualche secondo.
Sorrido.
Prendo l'olio, lo verso nella padella e accendo il gas mentre mi godo il breve momento di silenzio senza voci.
Inspiro a pieni polmoni come se l'improvviso silenzio fosse una fragranza deliziosa.
Lo sai che non funziona così.
Lo so. Voi siete me.
E allora perché sorridi? Io sono un batticarne e tu non hai vinto.
È vero, ma se non la smetti ti butto fuori dalla finestra.
E con ciò? Qualcuno prenderà il mio posto, come io ho preso quello dell'orologio.
Già. Il volo di due piani lo fai tu, però.
Di nuovo silenzio.
il mio sorriso si allarga.
Accendo i fornelli e mi siedo al tavolo della cucina mentre aspetto che il mio pranzo diventi mangiabile. Sono così abituato ad avere quelle voci assillanti che mi rendono la vita impossibile che ora, in compagnia di null'altro che vuoto, silenzio ed il sibilo sommesso dei fornelli a metano, la mia solitudine risulta quasi amplificata dalla loro assenza, come se avessero lasciato improvvisamente uno spazio vuoto la cui prepotenza occupa tutti i miei spirito, corpo, e mente. Cerco di pensare ad una soluzione, ma fallisco continuamente: ogni volta che ho l'impressione che un'idea si stia affacciando alla mia coscienza il vuoto del silenzio la aspira via lasciandomi inerme e solo di fronte alla desolazione.
La musica! Sublime compagna di vita, sollevatrice di fardelli, portatrice di energia, maga delle emozioni!
Seleziono la modalità di riproduzione casuale sul telefono e lascio che il processore scelga al posto mio.
Riconosco immediatamente "Hurt", di Johnny Cash. e non appena la sua voce si espande nell'aria un sorriso mi spunta sul volto: mi viene da ridere al pensiero che persino il mio cellulare stia complottando per farmi uscire di testa. Ciononostante, non cambio canzone. In primo luogo per continuare con caparbietà ad utilizzare la riproduzione casuale, la quale perderebbe completamente di significato se saltassi anche una singola canzone; in secondo luogo perché nella sua puerile assurdità pensare che il telefono abbia scelto una traccia così in tema con il mio umore mi fa sentire meno solo.
Sei patetico.
Oggi mi avete stancato.
Senza noi sei così solo che finisci per commuoverti perché il tuo telefono ha casualmente assegnato degli indici numerici in un modo che ti compiace.
Non saprei, magari telefono ne ha un'opinione diversa. Che ne dici, telefono?
A me "Hurt" piace.
Visto? Bicchiere pensa che tu non abbia intelletto.
Non ho detto questo!
Non pensavo che un pezzo di diossido di silicio potesse essere così pretenzioso!
Ehi, ma che...
Afferro il bicchiere e lo lancio contro il muro mandandolo in frantumi.
Mi. Avete. Stancato.