DISCLAIMER:
Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti storici,
personaggi o luoghi reali è completamente casuale. Altri nomi,
personaggi, luoghi e avvenimenti sono il frutto dell’immaginazione
dell’autore, e qualunque somiglianza con fatti, luoghi o persone
reali, viventi o defunte, è anch'essa casuale.
Parte 03e
Spalanco gli occhi e provo a mettermi seduto ma qualcosa mi trattiene, inizio a dimenarmi fino a che non sento più il materasso sotto di me e il mio corpo prima e la mia testa poi sbattono contro il pavimento freddo.
Parte 03e
Spalanco gli occhi e provo a mettermi seduto ma qualcosa mi trattiene, inizio a dimenarmi fino a che non sento più il materasso sotto di me e il mio corpo prima e la mia testa poi sbattono contro il pavimento freddo.
Eravamo
noi.
Le
lenzuola. Ora mi parlano anche loro. Mi alzerò. Alzerò prima il
braccio destro e, ruotando il busto, porterò la mano accanto
all'altra. Con le braccia alzerò il busto mentre la contrazione
degli addominali farà sì che io possa mettermi carponi. Poi
piegherò un'anca e mi spingerò per guadagnare, esattamente come
qualche mio antenato da qualche parte deve aver già fatto, la
stazione eretta. Poi andrò in cucina...
Le
cotolette di pesce. Maledizione. Si saranno scongelate e avranno
bagnato tutto il pavimento. Devo andare a pulire.
Ma
non ci riesco.
Plick.
Plick.
Plick..
Al
di sotto degli acufeni, appena percettibile, il ticchettio lento
delle gocce d'acqua che cadono dalla battuta del mobile sul
pavimento.
Non
riesci neanche ad alzarti.
La
coppa del lampadario mi guarda sorridente.
Quale
acuta osservazione, complimenti.
Mh.
Con
uno sforzo immane mi alzo in piedi e mi districo dal groviglio di
stoffa che sembrava volermi soffocare. Sento le gambe farsi gelatina
e riuscire a malapena a sostenere il mio peso. Sospiro mentre sento
gli indumenti iniziare a formicolarmi addosso.
Sospiro.
Rimango
immobile, in piedi, al centro della stanza, con le braccia
abbandonate lungo i fianchi per quelli che sembrano dieci minuti, ma
non ho idea di quanto tempo sia passato realmente.
Devo
sapere che ore sono.
La
sveglia. Sono le cinque e trentacinque. Ho ancora tre ore e
venticinque minuti prima dell'appuntamento con il cliente.
Mi
sento un automa: il mio corpo continua a funzionare ma io non
sono davvero qui, il che non sarebbe un problema se
potessi stabilire con precisione dove io sia. Ma non posso. È come
se il mio cervello ed il mio io più profondi stessero producendo
rumore bianco con i massimi impegno e dedizione possibili. Mi sento
un guscio vuoto e vuoto è il mio sguardo mentre cammino verso la
cucina con le spalle curve strisciando i piedi a terra.
Stupido.
Sospiro
e cerco di ignorarla.
Pensi
davvero che gli automi abbiano autocoscienza?
Un
altro sospiro. Non so da dove la voce provenga e stavolta non mi
interessa. Nulla mi interessa.
I
surgelati emettono un suono umido e appiccicoso quando li afferro con
le mani nude e il mio cervello inizia a cullarsi nell'idea di farmi
vomitare.
Faccio
per mettere i surgelati in una padella quando mi accorgo di non
averla presa, né unta con dell'olio d'oliva, né messa sui fornelli.
Sospiro
e chiudo gli occhi per qualche secondo mentre la mano che stringe il
mio pranzo molliccio si alza di un centimetro verso i miei occhi
prima di ricordarsi che non può salire a pinzarmi la radice del
naso.
Mi
chino e prendo un tegame dallo sportello sotto il piano cottura e ci
lancio dentro il pesce.
Non
lo so, magari pensi addirittura che gli automi possano sognare, eh?
È
l'orologio da parete. Solo ora mi accorgo che in cinque anni non l'ho
ancora buttato nell'immondizia.
Sospiro,
apro il cassetto delle posate, prendo il batticarne e lo lancio quasi
senza guardare.
Il
rumore dei vetri infranti è quasi contemporaneo al tonfo
dell'impatto contro il quadrante. Un altro piccolo rumore mi avverte
che il batticarne ha sbattuto contro la cornice dell'orologio e ora
sta roteando nella sua caduta verso il pavimento. Un tonfo, forte
persino nel rumore della vita di condominio di metà pomeriggio. Per
la seconda volta oggi le vite di tutti sembrano fermarsi per qualche
secondo.
Sorrido.
Prendo
l'olio, lo verso nella padella e accendo il gas mentre mi godo il
breve momento di silenzio senza voci.
Inspiro
a pieni polmoni come se l'improvviso silenzio fosse una fragranza
deliziosa.
Lo
sai che non funziona così.
Lo
so. Voi siete me.
E
allora perché sorridi? Io sono un batticarne e tu non hai vinto.
È
vero, ma se non la smetti ti butto fuori dalla finestra.
E
con ciò? Qualcuno prenderà il mio posto, come io ho preso quello
dell'orologio.
Già.
Il volo di due piani lo fai tu, però.
Di
nuovo silenzio.
il
mio sorriso si allarga.
Accendo
i fornelli e mi siedo al tavolo della cucina mentre aspetto che il
mio pranzo diventi mangiabile. Sono così abituato ad avere quelle
voci assillanti che mi rendono la vita impossibile che ora, in
compagnia di null'altro che vuoto, silenzio ed il sibilo sommesso dei
fornelli a metano, la mia solitudine risulta quasi amplificata dalla
loro assenza, come se avessero lasciato improvvisamente uno spazio
vuoto la cui prepotenza occupa tutti i miei spirito, corpo, e mente.
Cerco di pensare ad una soluzione, ma fallisco continuamente: ogni
volta che ho l'impressione che un'idea si stia affacciando alla mia
coscienza il vuoto del silenzio la aspira via lasciandomi inerme e
solo di fronte alla desolazione.
La
musica! Sublime compagna di vita, sollevatrice di fardelli,
portatrice di energia, maga delle emozioni!
Seleziono
la modalità di riproduzione casuale sul telefono e lascio che il
processore scelga al posto mio.
Riconosco
immediatamente "Hurt", di Johnny Cash. e non appena la sua
voce si espande nell'aria un sorriso mi spunta sul volto: mi viene da
ridere al pensiero che persino il mio cellulare stia complottando per
farmi uscire di testa. Ciononostante, non cambio canzone. In primo
luogo per continuare con caparbietà ad utilizzare la riproduzione
casuale, la quale perderebbe completamente di significato se saltassi
anche una singola canzone; in secondo luogo perché nella sua puerile
assurdità pensare che il telefono abbia scelto una traccia così in
tema con il mio umore mi fa sentire meno solo.
Sei
patetico.
Oggi
mi avete stancato.
Senza
noi sei così solo che finisci per commuoverti perché il tuo
telefono ha casualmente assegnato degli indici numerici in un modo
che ti compiace.
Non
saprei, magari telefono ne ha un'opinione diversa. Che ne dici,
telefono?
A
me "Hurt" piace.
Visto?
Bicchiere pensa che tu non abbia intelletto.
Non
ho detto questo!
Non
pensavo che un pezzo di diossido di silicio potesse essere così
pretenzioso!
Ehi,
ma che...
Afferro
il bicchiere e lo lancio contro il muro mandandolo in frantumi.
Mi.
Avete. Stancato.
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