sabato 2 dicembre 2017

Parte 03f: Filtri 6

DISCLAIMER: Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti storici, personaggi o luoghi reali è completamente casuale. Altri nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il frutto dell’immaginazione dell’autore, e qualunque somiglianza con fatti, luoghi o persone reali, viventi o defunte, è anch'essa casuale.

Parte 03e

Spalanco gli occhi e provo a mettermi seduto ma qualcosa mi trattiene, inizio a dimenarmi fino a che non sento più il materasso sotto di me e il mio corpo prima e la mia testa poi sbattono contro il pavimento freddo.

Eravamo noi.
Le lenzuola. Ora mi parlano anche loro. Mi alzerò. Alzerò prima il braccio destro e, ruotando il busto, porterò la mano accanto all'altra. Con le braccia alzerò il busto mentre la contrazione degli addominali farà sì che io possa mettermi carponi. Poi piegherò un'anca e mi spingerò per guadagnare, esattamente come qualche mio antenato da qualche parte deve aver già fatto, la stazione eretta. Poi andrò in cucina...
Le cotolette di pesce. Maledizione. Si saranno scongelate e avranno bagnato tutto il pavimento. Devo andare a pulire.
Ma non ci riesco.
Plick.
Plick.
Plick..
Al di sotto degli acufeni, appena percettibile, il ticchettio lento delle gocce d'acqua che cadono dalla battuta del mobile sul pavimento.
Non riesci neanche ad alzarti.
La coppa del lampadario mi guarda sorridente.
Quale acuta osservazione, complimenti.
Mh.
Con uno sforzo immane mi alzo in piedi e mi districo dal groviglio di stoffa che sembrava volermi soffocare. Sento le gambe farsi gelatina e riuscire a malapena a sostenere il mio peso. Sospiro mentre sento gli indumenti iniziare a formicolarmi addosso.
Sospiro.

Rimango immobile, in piedi, al centro della stanza, con le braccia abbandonate lungo i fianchi per quelli che sembrano dieci minuti, ma non ho idea di quanto tempo sia passato realmente.
Devo sapere che ore sono.
La sveglia. Sono le cinque e trentacinque. Ho ancora tre ore e venticinque minuti prima dell'appuntamento con il cliente.
Mi sento un automa: il mio corpo continua a funzionare ma io non sono davvero qui, il che non sarebbe un problema se potessi stabilire con precisione dove io sia. Ma non posso. È come se il mio cervello ed il mio io più profondi stessero producendo rumore bianco con i massimi impegno e dedizione possibili. Mi sento un guscio vuoto e vuoto è il mio sguardo mentre cammino verso la cucina con le spalle curve strisciando i piedi a terra.
Stupido.
Sospiro e cerco di ignorarla.
 Pensi davvero che gli automi abbiano autocoscienza?
Un altro sospiro. Non so da dove la voce provenga e stavolta non mi interessa. Nulla mi interessa.
I surgelati emettono un suono umido e appiccicoso quando li afferro con le mani nude e il mio cervello inizia a cullarsi nell'idea di farmi vomitare.
Faccio per mettere i surgelati in una padella quando mi accorgo di non averla presa, né unta con dell'olio d'oliva, né messa sui fornelli.
Sospiro e chiudo gli occhi per qualche secondo mentre la mano che stringe il mio pranzo molliccio si alza di un centimetro verso i miei occhi prima di ricordarsi che non può salire a pinzarmi la radice del naso.
Mi chino e prendo un tegame dallo sportello sotto il piano cottura e ci lancio dentro il pesce.
Non lo so, magari pensi addirittura che gli automi possano sognare, eh?
È l'orologio da parete. Solo ora mi accorgo che in cinque anni non l'ho ancora buttato nell'immondizia.
Sospiro, apro il cassetto delle posate, prendo il batticarne e lo lancio quasi senza guardare.
Il rumore dei vetri infranti è quasi contemporaneo al tonfo dell'impatto contro il quadrante. Un altro piccolo rumore mi avverte che il batticarne ha sbattuto contro la cornice dell'orologio e ora sta roteando nella sua caduta verso il pavimento. Un tonfo, forte persino nel rumore della vita di condominio di metà pomeriggio. Per la seconda volta oggi le vite di tutti sembrano fermarsi per qualche secondo.
Sorrido.
Prendo l'olio, lo verso nella padella e accendo il gas mentre mi godo il breve momento di silenzio senza voci.
Inspiro a pieni polmoni come se l'improvviso silenzio fosse una fragranza deliziosa.
Lo sai che non funziona così.
Lo so. Voi siete me.
E allora perché sorridi? Io sono un batticarne e tu non hai vinto.
È vero, ma se non la smetti ti butto fuori dalla finestra.
E con ciò? Qualcuno prenderà il mio posto, come io ho preso quello dell'orologio.
Già. Il volo di due piani lo fai tu, però.
Di nuovo silenzio.
il mio sorriso si allarga.
Accendo i fornelli e mi siedo al tavolo della cucina mentre aspetto che il mio pranzo diventi mangiabile. Sono così abituato ad avere quelle voci assillanti che mi rendono la vita impossibile che ora, in compagnia di null'altro che vuoto, silenzio ed il sibilo sommesso dei fornelli a metano, la mia solitudine risulta quasi amplificata dalla loro assenza, come se avessero lasciato improvvisamente uno spazio vuoto la cui prepotenza occupa tutti i miei spirito, corpo, e mente. Cerco di pensare ad una soluzione, ma fallisco continuamente: ogni volta che ho l'impressione che un'idea si stia affacciando alla mia coscienza il vuoto del silenzio la aspira via lasciandomi inerme e solo di fronte alla desolazione.
La musica! Sublime compagna di vita, sollevatrice di fardelli, portatrice di energia, maga delle emozioni!
Seleziono la modalità di riproduzione casuale sul telefono e lascio che il processore scelga al posto mio.
Riconosco immediatamente "Hurt", di Johnny Cash. e non appena la sua voce si espande nell'aria un sorriso mi spunta sul volto: mi viene da ridere al pensiero che persino il mio cellulare stia complottando per farmi uscire di testa. Ciononostante, non cambio canzone. In primo luogo per continuare con caparbietà ad utilizzare la riproduzione casuale, la quale perderebbe completamente di significato se saltassi anche una singola canzone; in secondo luogo perché nella sua puerile assurdità pensare che il telefono abbia scelto una traccia così in tema con il mio umore mi fa sentire meno solo.
Sei patetico.
Oggi mi avete stancato.
Senza noi sei così solo che finisci per commuoverti perché il tuo telefono ha casualmente assegnato degli indici numerici in un modo che ti compiace.
Non saprei, magari telefono ne ha un'opinione diversa. Che ne dici, telefono?
A me "Hurt" piace.
Visto? Bicchiere pensa che tu non abbia intelletto.
Non ho detto questo!
Non pensavo che un pezzo di diossido di silicio potesse essere così pretenzioso!
Ehi, ma che...
Afferro il bicchiere e lo lancio contro il muro mandandolo in frantumi.
Mi. Avete. Stancato.


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