La cosa bella, quando hai a che fare con la consapevolezza è che, da un punto meramente pratico, non serve a nulla.
Sicuramente non ti rende la vita migliore.
Essere consapevole (non del tutto, altrimenti non sarei qui a scrivere, ma quasi) di ciò che ti circonda ti fa vedere il lato inconscio del mondo, non come fanno gli psicologi, ma ad un livello più istintivo, più animale depaupera l'esistenza di ogni prospettiva spirituale e religiosa e, improvvisamente, ti rendi conto che, che Dio esista o meno, la cosa non è di alcuna importanza.
Ma alla consapevolezza non si arriva così, con un'epifania fulminante che ti distrugge il cervello come un "bad trip" da cui non riesci a fare ritorno, no. La consapevolezza ti striscia su per la schiena.
Io, personalmente, ricordo il momento in cui è arrivata sotto la cassa toracica: ricordo che volevo cambiare il mondo, pensavo fosse possibile; poi mi sono reso conto che l'unica cosa che le persone (me in primis) possono cambiare, è il loro microcosmo.
E dalla cassa toracica è salita su, su, fino alla base della nuca. Al cervello non ci è ancora arrivata, altrimenti non sarei qui a scrivere.
Comunque, dicevamo: che Dio esista o meno, ciò non riveste neanche la benché minima importanza.
Se Dio esistesse, il mondo starebbe andando in merda allegramente mentre qualcuno sniffa coca dal culo di trans venezuelani, se Dio non esistesse il mondo starebbe andando in merda allegramente mentre qualcuno sniffa coca dal culo di trans venezuelani. E questo è un dato di fatto, immagino.
Ma uscendo di metafora porto un esempio più vicino a me, terribilmente più vicino: mio zio paterno scampò, oramai qualche anno fa, alla quarta resezione di una parte di rene a causa del cancro (che grazie alle precedenti tre resezioni non avrebbe dovuto espandersi *occhiolino, occhiolino*). In pratica mio padre aveva pregato molto, prima dell'operazione, ed i medici, chissà perché o percome, decisero di sottoporlo ad un esame (credo fosse una TAC ma avevo otto anni quindi boh) aggiuntivo, poche ore prima dell'intervento. E niente. Nada. Puff. I polipi renali avevano per qualche motivo deciso di migrare in acque più consone a quello che immaginavano essere il loro habitat ideale e mio zio non dovette più operarsi. Questi sono i fatti, che voi ci crediate o meno (e che a me freghi o meno, cosa che tende inevitabilmente al "meno" *occhiolino, occhiolino* ).
La mia riflessione dopo le ultime, sudate e centellinate rivelazioni è stata questa: mio zio si è forse, nell'arco della sua vita, dimostrato meritevole? Non mi pare, credo che saprei qualcosa del genere.
Mio padre che ha pregato molto ha forse spinto una entità onnipotente ed onnipresente la cui logica per forza di cose sfugge all'animo umano a salvare suo fratello? Oh, potrebbe anche esserlo, ma che cosa tremendamente antiestetica sarebbe? Che poi un'eventualità del genere darebbe origine ad altre perplessità del tipo: ma cosa viene ritenuto "molto"? E questo "molto" è sempre sufficiente perché Dio faccia qualcosa in questa o quella direzione? E se uno prega, per esempio, quaranta secondi in meno del necessario? Merita di morire come un cane solo perché non ha raggiunto la quota minima di preghiera considerata sufficiente? Insomma, stiam mica parlando di un esattore delle tasse, capiamoci.
E non fraintendetemi, per Diana, con questo non voglio dire che Dio o la vita dopo la morte non esistano, non sono abbastanza arrogante da fare un'affermazione del genere credendoci fino in fondo. Dico che, ammesso che lo facciano, non stanno cambiando le cose.
In breve sto dicendo che sono inutili.
Esattamente come la consapevolezza, argomento dal quale mi sono allontanato nella foga, ma concedetemi altri due minuti.
Wow, ho dato dell'inutile ad una divinità, sono un edonista senza Dio che annusa cocaina dal culo di trans venezuelani (sì, oggi sono in fissa con questi, domani sarà con i bambini focomelici. Ad ognuno le sue ossessioni, non scassatemi la minchia).
Comunque, no.
Soltanto credo fermamente che se le persone pensassero in maniera anche vagamente logica non si avrebbe bisogno di motivazioni ultraterrene per comportarsi come Dio comanda.
Siamo qua, tutti, chi più chi meno ad affannarci giorno per giorno per rendere la nostra vita migliore (e poterci permettere soldi per fare indovinate un po' cosa) e quindi a che pro infilarci con incredibili malignità e perizia i bastoni tra le ruote?
Siamo qui, tutti, e quando uno di noi si spegnerà persino il suo ricordo sfumerà via dal mondo e l'universo continuerà a fare quello che ha sempre fatto: esistere.
Leopardi era ateo, e 150 anni fa aveva già capito tutto.
È morto tra malattie e dolori tra le braccia di un suo amico.
Da solo.
Tutti moriamo da soli, non esiste amicizia che ci accompagni mentre il corpo si intorpidisce ed il campo visivo si oscura, mentre il respiro si fa faticoso e la stanchezza mortale ha il sopravvento.
La consapevolezza non ha tenuto Leopardi per mano come ha fatto invece la grigia signora.
Non ha neanche reso la sua vita migliore, in fin dei conti, e non lo farà con gli altri.
Certo, almeno la sua consapevolezza aveva un valore commerciale, ma di Leopardi ce n'è stato uno ed uno soltanto.
Non si può vendere né scambiare, la consapevolezza, nessuno né è attratto.
In molti credono di esserne attratti, ma viaggiano in superficie con la consapevolezza che accarezza loro il coccige; chi ne ha non la vuole, e chi la vuole non ne ha abbastanza per rendersi conto che si sta fottendo con le sue stesse mani.
Una volta che ti sei accorto di esser fregato è già troppo tardi, non si può tornare indietro.
La consapevolezza non ti rende Beaudelaire o una merda di blogger, non quella vera.
Chi ha la consapevolezza che gli punzona la nuca può ancora voltarsi dall'altra parte, far finta che la sua vita, le sue azioni compiute qui su di un sasso nero in mezzo ad altri sassi neri e palle di fuoco sparse in giro per il nulla, ed ora in un tempo che ha significato soltanto fino a che esiste qualcuno che lo conti, abbiano un senso.
Ma non ce l'hanno.
E se non potessimo girarci dall'altra parte staremmo tutti quanti con i volti cianotici a penzolare da una corda saponata appesa al soffitto.
giovedì 26 novembre 2015
mercoledì 16 settembre 2015
"Ci vuole tanto, troppo coraggio" [Cit.]
Sono vestito di nero, ed il sole splendente nel cielo terso sta già ad una buona metà della sua parabola discendente.
Sono in un cimitero, vicino alla tomba del mio ultimo amico, vicino ai suoi familiari (la moglie, ed i figli) che piangono disperati. Li capisco. Dopotutto, io ho perso tutti.
Lui, l'ultimo, se n'è andato per cancro ai polmoni. Sì, era un fumatore.
Quello prima se l'è divorato l'inattività. Fumatore anche lui.
Quello prima ancora è morto di polmonite ma non ha mai sfiorato una singola sigaretta in vita sua.
Certo, mangiava come un bufalo e certo, aveva le arterie che scoppiavano di colesterolo; cionostante la polmonite l'ha strappato alla tortura quale è l'esistenza.
Ho ottantanove anni, ed il mio ultimo amico si è spento l'altroieri, i suoi parenti piangono, io mi sento vuoto come la bottiglia di whiskey che mi sono scolato alla sua salute e che, giusto per essere precisi, era perfettamente vuota, ed il sole splende nel cielo. Ancora per poco, giusto un paio d'ore, ma tornerà. Gli anni passeranno, il sole splenderà e verrà oscurato decine di migliaia di volte, e poi la Nera Signora verrà a trovare anche me e sarà il nulla eterno.
La statistica è una grande invenzione, ma nel descrivere le situazioni particolari pecca terribilmente di superficialità. Un uomo sicuramente più autorevole di me disse qualcosa che suona come:"La statistica è quella bellissima scienza per cui se io ho due galline e tu nessuna allora ne abbiamo una a testa e nessuno dei due muore di fame."
Risi molto, la prima volta che lessi questa massima.
Ora non rido più.
Il prete dice che ora è in mani migliori, ma non so quanto gli possa stare bene, al morto.
Nessuno ha chiesto la sua opinione, per dire.
Bene, il sacerdote ha finito di dire quelle bellissime cose che si dicono ai funerali e servono a tirar su il morale.
Che poi mica funzionano. Quei poveretti si stanno piangendo anche l'anima.
Facciamo la fila per consolare i familiari e dare l'ultimo saluto al defunto, io sono uno dei primi.
Non credo che in queste situazioni si debba dire granché. A me, quando morì mia moglie, dette sui nervi "condoglianze".
Sei qui, sei stato mio amico, non credo tu stia esattamente festeggiando, no?
Ah, sua moglie. Anziana anche lei. Chissà se resisterà allo shock. La abbraccio, forse più calorosamente del dovuto, ma tanto a chi importa? A me no, e a lei non sembra.
Abbraccio anche i figli, li ho visti poco e sono molto più formale, ma mi sento meglio.
Io.
Loro stanno male, e sicuramente non è una serie infinita di abbracci e parole mormorate a mezza voce che li tirerà su.
Ma gli passerà. Passerà a loro come è passato a me e a lui ogni volta.
E tra un mese saremo ancora qui, o forse no.
Forse ci saranno i nostri familiari, ma non importa. Il mondo continua, e le nostre ridicole esistenze governate dal caso un giorno avranno termine e qualcuno ci piangerà per poi scordarsi di noi. Forse ci farà visita, forse no, non è importante (non per me, almeno).
La cosa importante, la cosa che non dobbiamo mai dimenticare per un solo secondo è che oggi è morto il mio ultimo amico per colpa della statistica, ed i suoi familiari piangono, mentre il sole, solitario, risplende nel cielo.
Sono in un cimitero, vicino alla tomba del mio ultimo amico, vicino ai suoi familiari (la moglie, ed i figli) che piangono disperati. Li capisco. Dopotutto, io ho perso tutti.
Lui, l'ultimo, se n'è andato per cancro ai polmoni. Sì, era un fumatore.
Quello prima se l'è divorato l'inattività. Fumatore anche lui.
Quello prima ancora è morto di polmonite ma non ha mai sfiorato una singola sigaretta in vita sua.
Certo, mangiava come un bufalo e certo, aveva le arterie che scoppiavano di colesterolo; cionostante la polmonite l'ha strappato alla tortura quale è l'esistenza.
Ho ottantanove anni, ed il mio ultimo amico si è spento l'altroieri, i suoi parenti piangono, io mi sento vuoto come la bottiglia di whiskey che mi sono scolato alla sua salute e che, giusto per essere precisi, era perfettamente vuota, ed il sole splende nel cielo. Ancora per poco, giusto un paio d'ore, ma tornerà. Gli anni passeranno, il sole splenderà e verrà oscurato decine di migliaia di volte, e poi la Nera Signora verrà a trovare anche me e sarà il nulla eterno.
La statistica è una grande invenzione, ma nel descrivere le situazioni particolari pecca terribilmente di superficialità. Un uomo sicuramente più autorevole di me disse qualcosa che suona come:"La statistica è quella bellissima scienza per cui se io ho due galline e tu nessuna allora ne abbiamo una a testa e nessuno dei due muore di fame."
Risi molto, la prima volta che lessi questa massima.
Ora non rido più.
Il prete dice che ora è in mani migliori, ma non so quanto gli possa stare bene, al morto.
Nessuno ha chiesto la sua opinione, per dire.
Bene, il sacerdote ha finito di dire quelle bellissime cose che si dicono ai funerali e servono a tirar su il morale.
Che poi mica funzionano. Quei poveretti si stanno piangendo anche l'anima.
Facciamo la fila per consolare i familiari e dare l'ultimo saluto al defunto, io sono uno dei primi.
Non credo che in queste situazioni si debba dire granché. A me, quando morì mia moglie, dette sui nervi "condoglianze".
Sei qui, sei stato mio amico, non credo tu stia esattamente festeggiando, no?
Ah, sua moglie. Anziana anche lei. Chissà se resisterà allo shock. La abbraccio, forse più calorosamente del dovuto, ma tanto a chi importa? A me no, e a lei non sembra.
Abbraccio anche i figli, li ho visti poco e sono molto più formale, ma mi sento meglio.
Io.
Loro stanno male, e sicuramente non è una serie infinita di abbracci e parole mormorate a mezza voce che li tirerà su.
Ma gli passerà. Passerà a loro come è passato a me e a lui ogni volta.
E tra un mese saremo ancora qui, o forse no.
Forse ci saranno i nostri familiari, ma non importa. Il mondo continua, e le nostre ridicole esistenze governate dal caso un giorno avranno termine e qualcuno ci piangerà per poi scordarsi di noi. Forse ci farà visita, forse no, non è importante (non per me, almeno).
La cosa importante, la cosa che non dobbiamo mai dimenticare per un solo secondo è che oggi è morto il mio ultimo amico per colpa della statistica, ed i suoi familiari piangono, mentre il sole, solitario, risplende nel cielo.
venerdì 14 agosto 2015
Nere orbite vuote
Cammino, ed ho la sensazione che il marciapiedi diventi un po' più consumato sotto i miei piedi.
A volte ho l'impulso di sfiorare una delle macchine parcheggiate lungo la strada, ed ho la sensazione che il metallo si ossidi sotto le mie dita. Niente di eclatante: non diventa color del sangue rappreso, né inizia a sembrare una piaga purulenta; solamente ho l'impressione che si faccia più consumato, e che la vernice scolorisca.
È giorno di festa, questa sera, per tutti ma non per me.
Il mio lavoro, macché, la mia natura non conosce festa né ferie né riposo di alcun tipo.
Questa sera è sera di festa, e passo davanti ad un parco.
Lì, palesemente ubriachi, giocano a passarsi una bottiglia di acqua piena come se fosse una palla da rugby.
Evidentemente è molto divertente, io non lo so. Il mio essere non conosce divertimento.
Festeggiano. Festeggiano e non sanno che io sono ovunque ed anche ora, in questo momento, l'erba che viene sfiorata dal mio sudario e calpestata dalle piante dei miei piedi, anche ora si fa lievemente più sbiadita, a tratti giallognola e secca.
Festeggiano, e credono che questo serva a sublimare giorni e settimane e mesi di strisciante servilismo verso i loro capi, genitori, coinquilini, partner, obblighi universitari, ma non serve: domani non è festa, e lo strisciante servilismo ricomincerà come da principio fino alla prossima sera di festeggiamenti.
I bagordi, ah, i bagordi. Dimenticare per qualche ora che io sia qui con voi sempre, in ogni momento, anche quando vi toccate sotto la doccia, anche quando siete al bagno; raggiungo qualcuno mentre dorme, altri mentre si infilano i pantaloni.
Ma i bagordi vi fanno dimenticare me, i vostri capi, i vostri genitori, i vostri coinquilini, partner, obblighi universitari.
Cosa voglio dire?
Non lo so. Io sono qui, e l'erba ingiallisce un poco.
Io sono qui, e lavoro, mentre voi festeggiate, ovunque stiate festeggiando.
Credo che la consapevolezza di essere dei granelli di polvere in un complicato orologio come la vita migliorerebbe la vostra esistenza: prendere la vita così, come viene.
Credo, ma non so.
Non io, che di fatto non sono mai stato vivo.
Non io, che del prendere la vita così come viene ho fatto la mia stessa essenza.
Non io, che per occhi ho solo nere orbite vuote.
A volte ho l'impulso di sfiorare una delle macchine parcheggiate lungo la strada, ed ho la sensazione che il metallo si ossidi sotto le mie dita. Niente di eclatante: non diventa color del sangue rappreso, né inizia a sembrare una piaga purulenta; solamente ho l'impressione che si faccia più consumato, e che la vernice scolorisca.
È giorno di festa, questa sera, per tutti ma non per me.
Il mio lavoro, macché, la mia natura non conosce festa né ferie né riposo di alcun tipo.
Questa sera è sera di festa, e passo davanti ad un parco.
Lì, palesemente ubriachi, giocano a passarsi una bottiglia di acqua piena come se fosse una palla da rugby.
Evidentemente è molto divertente, io non lo so. Il mio essere non conosce divertimento.
Festeggiano. Festeggiano e non sanno che io sono ovunque ed anche ora, in questo momento, l'erba che viene sfiorata dal mio sudario e calpestata dalle piante dei miei piedi, anche ora si fa lievemente più sbiadita, a tratti giallognola e secca.
Festeggiano, e credono che questo serva a sublimare giorni e settimane e mesi di strisciante servilismo verso i loro capi, genitori, coinquilini, partner, obblighi universitari, ma non serve: domani non è festa, e lo strisciante servilismo ricomincerà come da principio fino alla prossima sera di festeggiamenti.
I bagordi, ah, i bagordi. Dimenticare per qualche ora che io sia qui con voi sempre, in ogni momento, anche quando vi toccate sotto la doccia, anche quando siete al bagno; raggiungo qualcuno mentre dorme, altri mentre si infilano i pantaloni.
Ma i bagordi vi fanno dimenticare me, i vostri capi, i vostri genitori, i vostri coinquilini, partner, obblighi universitari.
Cosa voglio dire?
Non lo so. Io sono qui, e l'erba ingiallisce un poco.
Io sono qui, e lavoro, mentre voi festeggiate, ovunque stiate festeggiando.
Credo che la consapevolezza di essere dei granelli di polvere in un complicato orologio come la vita migliorerebbe la vostra esistenza: prendere la vita così, come viene.
Credo, ma non so.
Non io, che di fatto non sono mai stato vivo.
Non io, che del prendere la vita così come viene ho fatto la mia stessa essenza.
Non io, che per occhi ho solo nere orbite vuote.
martedì 12 maggio 2015
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Mi sveglio ogni mattina alla solita ora.
Vado a dormire ogni sera alla solita ora.
Tra lo svegliarmi e l'andare a dormire faccio sempre le solite cose.
Certo, i dettagli cambiano, lo fanno in continuazione, ma il succo è sempre lo stesso, sempre più rancido.
E allora guardo il mio riflesso sul fondo di una bottiglia di birra, come faccio sempre dopo essermene bevute un paio, e chiedo al mio enorme e tondo naso perché.
Ci ho provato a dirmi che è per il mio futuro, ma in questi momenti, mentre fisso la punta sferica del naso del mio doppio, mi ricordo (non serve capirlo) che so già che è una menzogna delle più ridicole.
La verità è che sono rannicchiato sul fondo di una prigione che non esiste, che ha sbarre invisibili, e che è sepolta talmente in profondità che potrei urlare se lo volessi, ma nessuno mi sentirebbe.
E poi non lo voglio.
Non lo voglio perché come potrei farlo quando in me c'è, sempre più opprimente, la consapevolezza che non cambierebbe nulla?
Passerei da questa cella fredda e umida ma oramai in qualche modo familiare, ad un'altra.
Sempre inesistente, sempre con sbarre invisibili e sempre sepolta a profondità indicibili.
E il mio futuro è questo, passare da una cella ad un'altra, da una prigione ad un'altra, fino alla fine dei miei giorni, e vorrei spezzare il ciclo, anzi LO VOGLIO, ma non so cosa fare.
Dopotutto sono solo, in una cella inesistente, umida e fredda, con sbarre invisibili e sepolta ad un'indicibile profondità.
Però so di esserlo.
Ora so, e non posso tornare.
Vado a dormire ogni sera alla solita ora.
Tra lo svegliarmi e l'andare a dormire faccio sempre le solite cose.
Certo, i dettagli cambiano, lo fanno in continuazione, ma il succo è sempre lo stesso, sempre più rancido.
E allora guardo il mio riflesso sul fondo di una bottiglia di birra, come faccio sempre dopo essermene bevute un paio, e chiedo al mio enorme e tondo naso perché.
Ci ho provato a dirmi che è per il mio futuro, ma in questi momenti, mentre fisso la punta sferica del naso del mio doppio, mi ricordo (non serve capirlo) che so già che è una menzogna delle più ridicole.
La verità è che sono rannicchiato sul fondo di una prigione che non esiste, che ha sbarre invisibili, e che è sepolta talmente in profondità che potrei urlare se lo volessi, ma nessuno mi sentirebbe.
E poi non lo voglio.
Non lo voglio perché come potrei farlo quando in me c'è, sempre più opprimente, la consapevolezza che non cambierebbe nulla?
Passerei da questa cella fredda e umida ma oramai in qualche modo familiare, ad un'altra.
Sempre inesistente, sempre con sbarre invisibili e sempre sepolta a profondità indicibili.
E il mio futuro è questo, passare da una cella ad un'altra, da una prigione ad un'altra, fino alla fine dei miei giorni, e vorrei spezzare il ciclo, anzi LO VOGLIO, ma non so cosa fare.
Dopotutto sono solo, in una cella inesistente, umida e fredda, con sbarre invisibili e sepolta ad un'indicibile profondità.
Però so di esserlo.
Ora so, e non posso tornare.
venerdì 13 marzo 2015
Il deserto nero e la notte eterna
"È successo, infine."
SÌ
"È così scontato e banale che non posso fare a meno di credere che sia reale"
SÌ
"Ehm...Morte?"
SÌ?
"Ehm...un po' di vita, su!"
È UNA BATTUTA?
"Lo è."
MH.
"Sì, lo so. Beh, dove si va?"
DIPENDE DA CIÒ IN CUI CREDI
"Credo in molte cose. In altre no."
INTENDO DIRE DA CIÒ CHE CREDI ACCADA NELL'ETERNITÀ CHE SEGUIRÀ
"Ma non credo in niente. Non credevo neanche che sarei finito qui, ovunque "qui" sia."
...
"È un problema, Morte?"
LO È. LE ANIME NON POSSO FERMARSI A LUNGO NEL LIMBO
"E perché no?"
PERCHÉ NON POSSONO. LO SANNO TUTTI.
"Io non lo sapevo."
MA QUESTO NON HA IMPORTANZA. LO SANNO COLORO CHE CONTANO.
"E chi sarebbero, gli déi?"
POTREI IMPIEGARE MIGLIAIA DI ANNI A SPIEGARTELO EPPURE NON CAPIRESTI
"...ma tu l'hai capito?"
IO LI HO INCONTRATI
"Mh, sì. Suppongo tu l'abbia fatto. Comunque, che si fa?"
NON LO SO.
"Come non lo sai? È il tuo lavoro!"
SEI SICURO DI NON CREDERE IN NULLA?
"Abbastanza, sì."
IN CHE PERCENTUALE?
"Mh. Non saprei. 97 percento?"
QUINDI FORSE CREDI IN QUALCOSA.
"No, non credo di farlo."
MA C'È UN 3% DI POSSIBILITÀ CHE TU LO FACCIA.
"Ok, ne sono sicuro al 100%"
HAI CAMBIATO IDEA?
"Sì."
PERCHÉ?
"Sei sempre così socievole?"
NO.
"Ottimo. Ma mi dici una cosa?"
SE CONOSCO LA RISPOSTA.
"Come fai a parlare senza virgolette?"
(In memoria di Sir Terence John Pratchett, scrittore, 28.04.1948 - 12.03.2015)
SÌ
"È così scontato e banale che non posso fare a meno di credere che sia reale"
SÌ
"Ehm...Morte?"
SÌ?
"Ehm...un po' di vita, su!"
È UNA BATTUTA?
"Lo è."
MH.
"Sì, lo so. Beh, dove si va?"
DIPENDE DA CIÒ IN CUI CREDI
"Credo in molte cose. In altre no."
INTENDO DIRE DA CIÒ CHE CREDI ACCADA NELL'ETERNITÀ CHE SEGUIRÀ
"Ma non credo in niente. Non credevo neanche che sarei finito qui, ovunque "qui" sia."
...
"È un problema, Morte?"
LO È. LE ANIME NON POSSO FERMARSI A LUNGO NEL LIMBO
"E perché no?"
PERCHÉ NON POSSONO. LO SANNO TUTTI.
"Io non lo sapevo."
MA QUESTO NON HA IMPORTANZA. LO SANNO COLORO CHE CONTANO.
"E chi sarebbero, gli déi?"
POTREI IMPIEGARE MIGLIAIA DI ANNI A SPIEGARTELO EPPURE NON CAPIRESTI
"...ma tu l'hai capito?"
IO LI HO INCONTRATI
"Mh, sì. Suppongo tu l'abbia fatto. Comunque, che si fa?"
NON LO SO.
"Come non lo sai? È il tuo lavoro!"
SEI SICURO DI NON CREDERE IN NULLA?
"Abbastanza, sì."
IN CHE PERCENTUALE?
"Mh. Non saprei. 97 percento?"
QUINDI FORSE CREDI IN QUALCOSA.
"No, non credo di farlo."
MA C'È UN 3% DI POSSIBILITÀ CHE TU LO FACCIA.
"Ok, ne sono sicuro al 100%"
HAI CAMBIATO IDEA?
"Sì."
PERCHÉ?
"Sei sempre così socievole?"
NO.
"Ottimo. Ma mi dici una cosa?"
SE CONOSCO LA RISPOSTA.
"Come fai a parlare senza virgolette?"
(In memoria di Sir Terence John Pratchett, scrittore, 28.04.1948 - 12.03.2015)
venerdì 6 marzo 2015
In vino (et similia) veritas
Ho un mal di testa allucinante, e sono le quattro del pomeriggio.
Ho aperto gli occhi da qualcosa di molto simile a venti secondi, e la luce seppur perennemente fioca della mia camera mi ha fatto esplodere la testa.
Afferro il bordo del letto con una mano e mi giro su un fianco, sporgendo lentamente la testa verso il pavimento.
E vomito anche l'anima per la terza o quarta volta.
Non ricordo a che ora sono tornato né come diavolo abbia fatto ad aprire la serratura di casa e salire le scale fino alla camera da letto. Uno sforzo del genere mi sembra impossibile persino ora.
Finalmente smetto di vomitare.
Cerco di aprire gli occhi, per valutare la dimensione della pozza di materiale espulso e vedo che è facilmente aggirabile. Scendo dal letto con cautela e "faccio il giro lungo" fino a raggiungere la porta della camera prima e quella del bagno poi.
Mi siedo sulla tazza ed espello anche quei pochi liquidi che mi sono rimasti in corpo mentre penso a perché mai una persona debba ridursi in un tale stato di prostrazione.
Mi dico che è lo stress, e mi viene da ridere. Sento la mia voce gracchiare come se avessi una paglietta di metallo infilata per bene in gola, ed è così che mi sento.
La verità, è che è DEBOLEZZA, e questo lo so benissimo, mentre vado verso il lavandino per lavarmi le mani.
Mi sento come se una schiacciasassi mi fosse passata sopra. E poi fosse tornata indietro.
L'acqua gelida sulle mani ha lo stesso effetto che avrebbe un cubetto di ghiaccio sulla schiena: ATROCE.
Apro un po' di più l'acqua calda, per lavarmi la faccia e ci metto deliberatamente un'eternità.
La vista mi si spanna e mi guardo allo specchio.
Le labbra screpolate dal vomito, gli occhi rossi per i conati, la pelle pallida e le occhiaie profonde.
Tutto questo soltanto per non essere presente a me stesso per una sera.
Do un pugno allo specchio, i vetri si infrangono e mi entrano nella carne, la mano va a fuoco dal dolore, ma dentro mi sento meglio.
Questa è la punizione giusta per la mia debolezza.
Ho aperto gli occhi da qualcosa di molto simile a venti secondi, e la luce seppur perennemente fioca della mia camera mi ha fatto esplodere la testa.
Afferro il bordo del letto con una mano e mi giro su un fianco, sporgendo lentamente la testa verso il pavimento.
E vomito anche l'anima per la terza o quarta volta.
Non ricordo a che ora sono tornato né come diavolo abbia fatto ad aprire la serratura di casa e salire le scale fino alla camera da letto. Uno sforzo del genere mi sembra impossibile persino ora.
Finalmente smetto di vomitare.
Cerco di aprire gli occhi, per valutare la dimensione della pozza di materiale espulso e vedo che è facilmente aggirabile. Scendo dal letto con cautela e "faccio il giro lungo" fino a raggiungere la porta della camera prima e quella del bagno poi.
Mi siedo sulla tazza ed espello anche quei pochi liquidi che mi sono rimasti in corpo mentre penso a perché mai una persona debba ridursi in un tale stato di prostrazione.
Mi dico che è lo stress, e mi viene da ridere. Sento la mia voce gracchiare come se avessi una paglietta di metallo infilata per bene in gola, ed è così che mi sento.
La verità, è che è DEBOLEZZA, e questo lo so benissimo, mentre vado verso il lavandino per lavarmi le mani.
Mi sento come se una schiacciasassi mi fosse passata sopra. E poi fosse tornata indietro.
L'acqua gelida sulle mani ha lo stesso effetto che avrebbe un cubetto di ghiaccio sulla schiena: ATROCE.
Apro un po' di più l'acqua calda, per lavarmi la faccia e ci metto deliberatamente un'eternità.
La vista mi si spanna e mi guardo allo specchio.
Le labbra screpolate dal vomito, gli occhi rossi per i conati, la pelle pallida e le occhiaie profonde.
Tutto questo soltanto per non essere presente a me stesso per una sera.
Do un pugno allo specchio, i vetri si infrangono e mi entrano nella carne, la mano va a fuoco dal dolore, ma dentro mi sento meglio.
Questa è la punizione giusta per la mia debolezza.
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