domenica 24 aprile 2022

Vomitoria Ultima 2 - Di come non mi sta mai bene un cazzo

 HABEMUS DIE!

Nello scorso post avevo detto che, a causa del cambiamento di turno, non avrei potuto giocare di ruolo. Invece l’ultimo tassello è tornato a posto, uno dei ragazzi si è tolto un impegno e possiamo giocare il giovedì (ogni due). “E allora dov’è il problema?”

Allora, in breve il problema è che pensavo che avrei avuto almeno un’altra settimana per scrivere, invece non la ho. Devo scrivere mentre Lisa sta qui, domani è il 25 Aprile, martedì mattina devo sistemare Leia (il mio coniglietto nano olandese), fare spesa e poi andare a lavoro. Quando tornerò riuscirò a scrivere? Ottima domanda! Risponderò con un eloquente silenzio mentre la mia mente corre alla “Guida del Dungeon Master Pigro”. Dopodiché mercoledì si lavora dodici ore, quindi OTTIMO! Sono in hype, ma anche in ansia. Perché mi manca una parte molto molto precisa da scrivere, e sono abbastanza sicuro che i giocatori andranno esattamente lì. 

Buona serata, comunque.

sabato 9 aprile 2022

Vomitoria Ultima 1 - uno spazio di riflessione

Allora, ho deciso di aprire questo spazio per riversarci dentro le mie paturnie. I vomitoria, nell’antica Roma, erano le gigantesche porte degli anfiteatri in cui e da cui si riversavano gli spettatori. Un nome piuttosto evocativo. E un gioco di parole scadente: massimo sforzo, minima resa.

I vomitoria ultima saranno gli spazi che mi prenderò senza alcuna pretesa poetica, sono gli spazi della vostra quotidianità in cui mi permettete di invadere la vostra mente come un virus, lasciandovi soltanto la domanda: perché ho deciso di seguire questo pomposo coglione?

Non avrete mai risposta.

PER CUI, oggi a lavoro mi hanno cambiato un’altra volta orario. Non un dramma, assolutamente non un dramma, MA. Il venerdì pomeriggio mi serviva. Mi serviva per giocare di ruolo. Ho ricominciato a fatica dopo nove anni di pausa, pensando che non fosse una cosa per me E INVECE LO È. Unisce la mia sempiterna passione alla scrittura alla necessità di stare al centro dell’attenzione alla socialità (seppur protetta dal regolamento di gioco). Nel diagramma di Venn che unisce bisogni primari (gli umani hanno bisogno di altri esseri umani per ricordarsi di essere umani) a quelli individuati da Maslow, la minuscola intersezione —almeno per quanto mi riguarda— sono i giochi di ruolo.

Con la compagnia che ho trovato, il venerdì (ogni due) sarebbe stato il giorno perfetto. Invece no. Il mio datore di lavoro mi ha cambiato orario per la terza volta in due settimane e non giocherò. Dopo nove anni ritrovo una mia passione e mi viene strappata via. 

Ok. Sono un po’ demoralizzato. Tutto qui. Scrivere le cose a sangue freddo fa cacare. A sangue freddo sembra sempre che nulla abbia importanza e che sei un coglione ad avere a cuore LE COSE. Però non mi sento coglione. Mi sento proprio come se mi fosse stato tolto qualcosa. Non so. Forse sono esagerato io.

Chissà.

sabato 26 giugno 2021

Melancholia (non il film)

 Quanto si può vivere con la melanconia?

Almeno ventisette anni, credo.

And counting, come dicono gli inglesi.

Mi sento sempre in colpa per sentirmi così,

Tutto il tempo.

Non posso dire di aver avuto un’infanzia infelice.

A stento posso dire di averne avuta una, ad essere onesti.

Eppure ricordo dei pomeriggi al parco con mio padre, a giocare a pallone.

Eppure ricordo pomeriggi interminabili a giocare a calcetto con gli amici.

E mi sento un ingrato anche verso persone che non vedo da una vita.

“Allora non è valso nulla?”

Non riesco a spiegarlo, evidentemente.

Non riesco a spiegare alla mia futura moglie che nonostante ogni giorno che mi sveglio al suo fianco

Valga la pena

Di essere vissuto,

Tutti gli altri no.

Nonostante ogni secondo che passo in sua compagnia sia lieve e leggero,

Anche i più difficili.

Anche quando non sapevo come sarei arrivato alla settimana seguente,

Figuriamoci il mese successivo.

E ogni volta che alzavo la testa dal blocchetto degli appunti

Dove stavo scrivendo i calcoli, vedevo i suoi occhi e pensavo

“Ce la farò. Se lo merita. Non so come ma ce la farò.”

Anche i più difficili.

Nonostante lei, nonostante tutto questo,

Rimango convinto che la vita sia un posto terribile

In cui vivere.

Rimango convinto che sia un giro su una giostra rotta

In un parco di divertimenti

Dove un clown suona una triste ballata di tromba scordata

E animali deformi e scrostati e luci fulminate e vetri rotti

Girano e vorticano lasciando scie frastagliate nell’aria,

Rimango convinto che la vita sia un incubo da cui ci si può svegliare

Soltanto andando a dormire per sempre,

Rimango convinto di essere fortunato,

Perché per un po’ del mio tempo ho al mio fianco una persona

Che lo rende un sogno.

E ho paura. 

Perché la sua luce nasconde tutto.

E ho paura e mi sento in colpa.

Perché so.

So che è tutto lì, in agguato.

Ad aspettare che se ne vada.

Quanto a lungo si può vivere con la melanconia?

Ventisette anni.

And counting.

martedì 31 marzo 2020

Parte .03j: Filtri

Valeria non c'entra nulla.
Quindi la morte di tua moglie non è attinente a qualcosa? Questa sì che è una novità.
Sospiro. Provavo questa sensazione anche prima di incontrarla.
Un vedovo è ciò che sei per tua stessa volontà.
Sospiro. Ancora trenta metri e sarò arrivato, vedo già la luce dei neon illuminare fredda il marciapiede.
Hai deciso scientemente di non rifarti una vita e ripeti la tua scelta ogni giorno. La cosa pià coerente che tu possa fare è accettare che ti venga fatto notare.
Vedo un po' di gente seduta la bancone, altri ai tavoli che parlottano. Dovrei essere arrivato con un buon anticipo, chissà se il mio uomo è già arrivato.
Sapevo chee avrebbero dovuto rinnovare il locale: il pavimento rivestito di mattonelle nere tirate a lucido fino a sembrare specchi e poi rovinate da anni di usura, il bancone color vinaccia con il piano in granito, gli sgabelli in acciaiocon un cusicno nero per seduta, la luce soffusa nonostante le luci a LED abbiano da tempo preso il dominio sulle vecchie lampadine ad incandescenza e i tavoli addossati alle pareti e alla vetrata della sala principale.
Mi siedo al tavolo più lontano dall'ingresso in modo da vedere tutta la sala. Devo attendere soltanto pochi minuti perchè Anna, la barista bionda, mi si avvicini.
“Ciao Roberto, posso fare qualcosa per te?”
“Buonasera Anna. Il solito grazie.”
Il caso vuole cheio conosca il figlio del proprietario, Luca, che lavora dietro al balcone, e col quale ho frequentato la scuola media. Luca, a differenza del padre, ha un'idea meno datata del “bar”, e leggermente più americana, con camerieri o cameriere sorridenti che vengono a chiederti le ordinazioni se ti siedi al tavolo.
Spesso incotro i miei clineti qui, è il bar più facile da trovare e quello più frequentato. Vedo un uomo di mezz'età, i capelli corti e ricci con delle sottili ciocche bianche. Indossa un giaccone impermeabile da outlet verde mimetico con delle toppe finte sul braccio sinistro e un paio di jeans dei quali nella penombra non riesco a stabilire il colore.
Arriccio la lingua tra le labbra socchiuse e mi esibisco nella mia migliore versione del fischio da pastore.
Tutti, incluso il nuovo arrivato, si voltano a guardarmi.
Inizio a sbracciare sorridente nella sua direzione. A giudicare dal suo inidirizzo di posta elettronica risponde al nome di Massimo.
Massimo mi guarda confuso e poi si volta, cercando qualcuno alle sue spalle. Il suo volto si indurisce e la folla ha già perso qualsiasi interesse per entrambi.
Le braccia sono tese lungo i fianchi, i pugni serrati e le spalle spostate in avanti mentre cammina verso di me con ampie e rapide falcate.
“Ma come ti permetti?”
Gli sorrido.
“Perdonami, Massimo, pensavo ti avessero detto di rivolgerti a me in funzione delle mia professionalità e discrezione.” gli dico sorridendo tranquillo.
“E questo cosa c'entra?”
“C'entra che quella che per te è una pruriginosa curiosità circa tua moglie per me è lavoro. E si dà il caso che ci tenga a continuare a lavorare.” continuo a sorridere.
“Ma che cazzo ti ridi?”
“Stai calmo, respira e guardati intorno. Nessuno ti nota e nessuno si ricorderà che tu sia mai stato qui. A meno che tu non gli rinfreschi la memoria agitandoti e prendendoti un infarto.”

Si guarda intorno e lo vedo tirare un sospiro di sollievo. Ora riesco a vedere quanto i suoi occhi siano piccoli e vicini.
Sembra un maiale. E anche stupido.
“Mi parli del suo problema. Vuole qualcosa da bere? Chiunque noterebbe un avventore che non ordina nulla.”
“Uno spritz, grazie.”
Anna intercetta il mio sguardo e mi si avvicina.
“Anna ci porteresti uno Spritz per cortesia?”
“Certo Roberto, arriva subito.” mi risponde, sempre sorridendo.
“Bene, Massimo. Ora: qual è il problema?”
“Penso che mia moglie abbia iniziato a tradirmi.”
Puoi scommetterci il grugno stupido suino.
“E cosa te lo fa credere?”
“Noi non...”
“Sì immagino. Ma deve esserci anche dell'altro no? Oppure si è preoccupato solo per questo? Il mondo è pieno di coppie che non hanno rapporti sessuali.”
“Sì, ecco, ha iniziato a stare molto a lavoro, esce di continuo con i suoi colleghi, non sta mai a casa”, la sua voce si fa via via più alta e una vena alla base del collo si gonfia visibilmente “e quando ci sta passa la maggior parte del tempo a dormire.” conclude urlando mentre il suo viso vira sul rosso.
“Capisco.” attendo un paio di secondi fino a che lui non sposta appena il peso in avanti, le spalle protese verso di me. “Abbassa la voce, comunque e mantieni la calma. Se segui le mie istruzioni nessuno si ricorderò mai che tu sia stato qui. Quando ha iniziato a comportarsi così?”
“Sì, mi scusi. Circa sei mesi fa.”
“Deduco dal tuo stato d'animo che, diciamo fino ad un anno fa, tua moglie si comportava in modo sostanzialmente differente.”
Spalanca appena gli occhi.
Bravo, adesso sembri ancora più stupido.
Le sue braccia non sono più conserte e si appoggia sui gomiti sul tavolo.
Ora vuole anche dirti qualcosa, Porky Holmes.
Se lo interrompessi ora con un'osservazione che potrebbe considerare geniale potrei farlo mio oppure inimicarmelo. Aspettando, invece, posso vedere se è davvero lo stupido mediocre ed egocentrico che io penso che sia.
Non perde tempo prima di esprimere il suo assenso.
“Esatto! Un anno fa mi ha cucinato un pranzo con”
Non sto già più ascoltando.
Ma perché ti preoccupi di questo inetto?
Perché ho quasi finito i soldi, chissà perché.
E a cosa ti servono se puoi sfruttare tua sorella?
Mi servono che voglio evitarlo, ecco a cosa.
Continuo a non capire.
Questo perché il mio inconscio ha dato la parola ad un fazzoletto.
“...cioè, capito?” conclude Massimo.
“E immagino che tutto questo, dai estiti al trucco, sia cambiato repentinamente, da un giorno all'altro.”

“Esatto!”
È incredibile.
Cosa? Quanto sia identico a tutti i suoi simili? A dir poco.
Per non parlare di come sia totalmente cieco di fronte al fatto di essere il problema.
Proprio per non parlarne, eh.
Insomma, ha attaccato tutti il discorso e non si è neanche accorto che non lo stavi più ascoltando.
Ma infatti, qualcuno vuole approfondire la conoscenza di questo individuo la cui intettitudine è così profonda da impedirgli persoino di capire quanto sia miserabile la sua vita?
...
Appunto, quindi non parliamone.
Forse non sei nella posizione migliore per giudicare la miserabile esistenza di qualcun altro.
Io sono nella posizione di fare ciò che preferisco.
Certo, nessuno deve sopportare più la tua presenza.
“Ma mi stai ascoltando?”
Se solo sapessi quante storie identiche a questa mi hanno portato a rannicchiari in mezzo a cassonetti puzzolenti di urina e merda di cane passeresti ogni ora del giorno abbracciato al gabinetto chiedendoti quale sia il motivo per cui non ti sei ancora tolto la vita.
“Perdonami.” rispondo “Ma non ti permetto di mettere in dubbio la serietà con cui seguo i miei incarichi. Se qualunque cosa, nel mio modus operandi, ti disturba, non solo ti faccio notare che sei libero di andartene, ma te lo consiglio.”
Quando ero più giovane ho avuto modo di scoprire come un certo grado di formalità e un'impostazione appena più controllata della voce risultassero implicitamente minacciosi. Non ho mai capito perché né se funzionasse qualora ci provasse qualcun altro. Ho soltanto notato che quando ero arrabbiato e usavo cercare di rimanere cortese, in molti si prodigavano per esaudire i miei desideri, a patto che ne fossero in grado, chiaramente. Questo noiosissimo aspirante borghese non fa chiaramente eccezione.
“No, figurati.” dice fissando un punto intorno al mio sterno.
“Benissimo” dico sorridendo “Ora parliamo di cose serie. Il compenso: cento euro al giorno. Se per lei è eccessivo lo capisco ma le consiglio di rivolgersi a qualcun altro.” dico mentre tiro fuori il biglietto da visita di un barbiere facendo attenzione a mostrargli soltanto il dorso.
“No, va benissimo, figurati.”
Usando indicie e medio ripongo il biglietto nel palmo della mano e poi nella tasca interna del cappotto.
Che grandissimo coglione che sei.
Ripetilo e ti strappo. È un brutto lavoro quello di passare le notti tra i rifiuti.
“Ottimo. Iniziamo da domani. A che ora inizi il turno in ufficio?”
“Alle sedici.”
“Domani assolutamente entro le diciotto mandami una tabella con gli orari di lavoro di tua moglie, compresi l'indirizzo della vostra casa e del lavoro e tutto il resto, ok?”
“Va bene”
“Sai compilare una tabella excel?”
“No...”
“Imparalo e compilala. Oppure falla a mano ma mi ci vorrà molto più tempo per elaborare un piano.”

“V-va bene.”
“Benissimo, buonanotte” concludo tendendogli la mano.
“Buonanotte.” e allunga la mano, lievemente tremante, per poi esibirsi in una stretta molle. Aspetto seduto mentre l'omino esce dal locale, accende la macchina -una berlina che alla luce arancione dei lampioni sembra grigio metalizzato- fa manovra e se ne va.
Sei contento? Ora puoi continuare a fare questo lavoro.
Sprizzo gioia da ogni poro.
C'è aria di neve.
Sì.
I giorni della merla.
Già.
Inizio a camminare verso casa. La temperatura è calata ulteriormente, e continuerà a farlo fino a quando il sole non sarà sorto.
Alzo il bavero, mi infilo i guanti e rincalzo le mani nelle tasche del cappotto.
Forse mi prenderà meno tempo di quanto non abbia fatto all'andata.
È passata soltanto un'ora da quando sono entrato eppure la sensazione di essre l'ultimo abitante di una città fantasma si è acuita: non ci sono neanche più le luci nelle case o automobili in movimento.
Guardo la mia ombra allungarsi e sparirmi sotto i piedi mentre cammino illuminato dai lampioni arancioni. Il soffio di una brezza leggera, quasi un brivido, mi riempie le orecchie. Non ci credo.
Sospiro.
Non puoi sentirti solo!
Stavo soltanto per addeentrarmi nel bellissimo mondo delle acufeni.
Una Opel Corsa nera mi passa ad un soffio facendomi schizzare il cuore in gola e svolta rapidamente a destra per bloccarmi la strada a quattro metri da me.
Ora ti metteranno un sacchetto in testa e ti porteranno ad Alcatraz dove il questore Giuliani ti torturerà.
Questo sì che sarebbe un incrscioso contrattempo.
Cammino senza modificare la mia andatura, fingendo una calma che non ho mentre l'adrenalina non sa se rimanere in circolo o meno.
Fiancheggio la macchina, determinato a vedere in viso il guidatore e mentre arrivo di fronte al finestrino lato passeggero, il vetro di abbassa con un ronzio.
«Professor Humbert!» dice una voce femminile da dentro l'abitacolo.
Beh, questo mi sembra eccessivo.
Ciononostante.
«Mi scusi, temo abbia sbagliato persona.»
Mi abbasso, sporgendomi oltre il finestrino e vedo, nella penombra, una ragazza con i capelli scuri e la frangetta, occhi grandi su di un viso tondeggiante.
«Vuoi dirmi che non sei il guardone di questa mattina?»
Mi blocco, mentre un brivido gelido scorre come acqua lungo la mia spina dorsale, trasformandomi le gambe in gelatina. Il mio cervello ha già iniziato a correre ma le mie gambe tremolanti sono inchiodate all'asfalto. Non penso di essre riuscito a mascherare l'espressione di terrore e sorpresa che deve essermi apparsa in volto.
«Quello di stamattina a Castel Bastiani?» continua la ragazza.
Mi accorgo soltanto ora di aver trattenuto il fiato, mentre le spalle si rilassano e la schiena di

scioglie. Il mio cervello torna indietro, sopra le gambe che tremano al punto da convincermi a non muovere nemmeno un passo. Per paura di perdere l'equilibrio appoggio spavaldamente i gomiti al finestrino.
Te la sei fatta sotto, eh?
«Colpevole. Quindi tu sei...»
«Francesca, la ragazza in pigiama. Piacere.»
È molto gentile a non dire “la ragazza a cui stavi avidamente guardando le tette”.
«In tal caso, Franscesca, ti chiedo scusa. Non intendevo metterti in imbarazzo in alcun modo, questa mattina.»
«Amici come prima. Ti bevi qualcosa?»
HA! Adesso cosa pensi di dirle?
«Come avessi accettato, ma ho smesso.»
La verità. Dovrei forse aver paura dei giudizi di una sconosciuta?
«Oh mamma! Mi perdoni, professor Humbert!»
«Roberto, scusami. Il piacere è mio. Non c'è nulla da perdonare, comunque, non potevi saperlo.»
«Ma sicuro di non volere nulla? Un caffè, una tisana...»
Insistente, la ragazza...
«Come faccio a sapere che non vuoi rapinarmi, Valeria?»
«Non puoi, è parte del gioco. Prometto che non è mia intenzione farlo, però.»
«In tal caso qualcosa da bere lo troverei pure.»
Sorride.
Pare che qualcuno sia felice di passare del tempo con te.
Pare.
Non ci resta che aspettare che cambi idea.
«Allora, Roberto» dice continuando a sorridere «se togliessi i gomiti da finestrino sarei ben felice di chiuderlo, impedendo al freddo di farmi venire una paresi facciale, e parcheggiare. Tu puoi aspettarmi dentro.»
«Agli ordini.» dico, trovandomi a sorridere a mia volta.
Tira più di un carro di buoi.
Non essere coglione. Sai che non è per quello.
Torno dentro il bar. Anna mi viene subito accanto «devo sparecchiare lo stesso tavolo?» «Solo se ne hai il tempo. Posso tranquillamente prenderne un altro, questa volta.»
«Nessun problema.»
Guardo fuori dalla porta. Con la coda dell'occhio vedo Anna guardarmi incuriosita. La ignoro. Finalmente vedo Fracesca avvicinarsi all'entrata. Mi sposto di lato per darle modo di aprire la porta.
«Non posso crederci! Eri qui accanto e non mi hai aperto la porta?!»
Sta ancora sorridendo.
«Non volevo sembrare uno che se la tira comportandosi da proprietario del locale e ho finito per offendere l'intero genere maschile comportandomi da prova che la cavalleria appartiene omai soltanto a vassalli, valvassori e valvassini. Spero il movimento maschilista abbia la pietà di perdonarmi.»
Riesco ad intravedere, appena ai limiti del mio campo visivo, Anna diventare tre centimetri più alta ed esibire uno dei sorrisi più larghi che abbia mai visto mentre porta un vassoio verso il bancone. Ho appena il tempo di girarmi verso la sala e me la trovo davanti, sempre

sorridente.
«Si è appena liberato un tavolo da due, se volete sedervi seguitemi pure.»
Lo so che è difficile ma cerca di non metterti a ridere.
Scosto la sedia dal tavolo e guardo velocemente Francesca chee sorride di nuovo.
«Immagino che sia un tentativo di farti perdonare per la porta.»
«Agli occhi del genere maschile tutto, precisamente.»
Si toglie la borsetta a tracolla e la appoggia sul tavolo, il cappotto -un parka verde militare-, la sciarpa bianca ed i guanti grigio chiaro.
Non guardare come è vestita. Non stavolta.
Ha gli occhi nocciola. Una linea di highliner sopra le ciglia e un ombretto celeste chiaro con dei brillantini.
Non ti sei ancora meritato il diritto di scannerizzarla.
Non voglio farlo. Mi sto concentrando sul volto proprio per questo.
Ci sediamo.
«Allora, Franscesca, posso chiederti come mai ti sei convinta che bere qualcosa con uno sconosciuto senza rapinarlo sia una buona idea?»
«Sono convinta che gli esseri umani, per rimanere tali, debbano stare immersi nella società, ricordandosi l'un l'altro che esiste un'intera umanità, estremamente sfaccettata e variegata, di cui non è possibile comprendere tutte le differenze.»
«E questo cosa c'entra con me?»
«Sei sempre così diffidente?»
«Non stai rispondendo.»
«Perché non sembrava un interrogatorio.»
Anna arriva a toglierci dall'imbarazzo chiedendoci le ordinazioni, sempre sorridendo. Riesco, chissà come, a trattenermi dal volgere gli occhi al soffitto.
Franscesca prende un Cosmopolitan, io una Coca.
«Davvero. Una Coca? La globalizzazione ha davvero rovinato tutto.»
«Lo ha fatto davvero. È molto difficile pretendere di essere la razza migliore quando vedi che sostanzialmente il mondo è popolato di sette miliardi di cloni.»
«E questo ci riporta a quello che dicevo prima, no? Se parli con chiunque, anche con un barbone, scoprirai che la distanza, anche intellettuale, che vi divide non è maggiore dei tuoi pregiudizi.»
«E la distanza che separa me e te da che tipo di pregiudizi è determinata?»
Per la prima volta da quando l'ho vista oggi, la sua espressione si rabbuia. La voce è poco più di un sussurro e sembra arrivare direttamente dallo stomaco.
«Non è un buon periodo, Roberto. Avevo bisogno di parlare con qualcuno. Magari qualcuno di cui non riuscissi a prevedere le risposte con svariati minuti di differenza.»
«Perdonami. Sono stato indelicato.»
«Sì, ma non fa niente. Mi sono presa il rischio quando mi sono fermata con la macchina a fianco a te. Va bene così.»
«Un altro affronto all'intero genere maschile. Se continuo così tra meno di mezz'ora mi toccherà cambiare sesso.»
«Ma raccontami qualcosa di te.»
«Cosa vuoi sapere?»
«Raccontami qualcosa. Un aneddoto. Hai qualche anno più di me, avrai pure qualcosa da raccontare.»

Eravamo appena andati a vivere insieme, io e Valeria. Avevo lasciato scadere una bolletta dimenticandomela sotto una pila di carte. Non era la prima volta e lei si è infuriata, dicendo che non poteva pensare lei a tutto e che aveva bisogno di potersi fidare di me e del fatto che avrei badato alla nostra casa. Aveva ragione, come sempre. Avevamo una finestra di fronte alle scale che facevano una curva subito prima di arrivare al piano inferiore e stava scendendo per continuare ad inveirmi contro e a dirmi quanto fossi inaffidabile e che non era possibile andare avanti così. Quando è arrivata al punto in cui le scale fanno quella curva il sole ha colpito i suoi capelli castani spettinati dall'ira. Notai, come altre volte, come alla luce diretta del sole nella sua chioma comparissero delle sfumature bionde e come i capelli spettinati le circondassero il capo di una scombinata compagine di sottilissimi fili dorati. Ho pensato, con la violenza di un dejà vù, che fosse bellissima e che volevo passare la mia vita con lei. Non potevo dirglielo, l'avrebbe fatta sentire presa in giro, ma lo pensavo in quel momento. Come l'ho sempre pensato del resto.
Ma non puoi raccontarle questo.
Non posso.
«Roberto?»
«Sì, scusa. Ti racconterò di qualcosa che è successo quando facevo l'università. Mi ricordo che stavo in aula studio e una compagna di corso mi ha raggiunto, forse per caso o forse no, all'epoca nemmeno me lo chiesi, e si sedette vicino a me. Il tavolo era totalmente libero, eppure, ora che ci faccio caso, si mise proprio al mio fianco. Dopo i convenevoli studiammo per una mezz'ora in silenzio, poi mi disse che doveva chiedermi un parere in virtù del fatto che fossi un uomo. Le dissi che l'avrei aiutata come potevo. Mi raccontò di un tizio con cui usciva all'epoca. Lei, essendo siciliana e dovendo ritornare al termine del corso di laurea, non aveva mai avuto intenzione di avere relazioni stabili finché avesse frequentato l'università, eppure questo tizio era arrivato quasi a farle cambiare idea, mentre le diceva che anche lui voleva intraprendere una storia seria. Più seria di un buco da scopare, comunque. Fatto sta che dopo qualche mese smise di rispondere al telefono ed ai messaggi e la mia compagna di corso soffriva molto per il comportamento di quest'uomo. Mi chiese cosa fosse successo, se fosse possibile che fosse un così bravo attore o se magari fosse successo qualcosa che aveva repentinamente cambiato le carte in tavola.
«Le risposi che sicuramente non era successo niente e con ogni probabilità non era nemmeno un così bravo attore, semplicemente aveva seguito la regola più semplice di tutte quando si mente: menti dicendo quello che vogliono sentirsi dire. A lei piaceva credere che lui volesse impegnarsi, le dissi, e quando lui aveva espresso volontà in quel senso lei non si era nemmeno chiesta se fosse vero o meno. Mi chiese perché mai fosse necessario un comportamento del genere e le risposi che era per sicurezza.
«Stavamo in un angolo dell'aula studio, e la tracolla con il mio portatile stava tra il muro e la mia sedia. Praticamente invisibile a chiunque. La tracolla della mia compagna di corso stava a fianco alla mia. Le dissi che se fossimo andati a prendere un caffè lei si sarebbe portata dietro la tracolla con il portatile. Lei mi disse che sì, l'avrebbe fatto senz'altro, per paura che glielo rubassero. Le feci notare che la sua tracolla era molto ben nascosta, praticamente invisibile a meno che qualcuno non si avvicinasse al nostro tavolo con la precisa intenzione di cercare qualcosa da rubare e che, molto probabilmente, nessuno aveva ancora notato le due tracolle appoggiate al muro, quindi prenderle per portarle via sarebbe stato inutile, eppure istintivamente lo avremmo fatto entrambi.»
In quel momento arriva Anna con le nostre bibite. Mentre mi porge la Coca mi guarda e mi

sorride molto più del necessario. Ringraziamo. «E lei?» dice Francesca.
«Beh, lei si rabbuiò un po'.»
«Ci credo, sei stato incredibilmente stronzo.» «Lo so, le chiesi scusa, infatti.»
«E vorrei ben vedere.»
«Le dissi: “Mi dispiace che questo ti faccia sentire peggio ma penso sia la verità. Se avessi voluto essere consolata avresti dovuto avvisarmi.”»
«Ma che stronzo!»
Mette una mano a coppa e prende un lungo sorso del suo drink. Lo poggia sul tavolo e incrocia le braccia davanti al petto. Cerco di reprimere una smorfia di delusione, forse senza riuscirci.
«Non sono più così, comunque. Sono passati dieci anni.»
«Allora perché me lo hai raccontato?»
«Perché mi hai chiesto di raccontarti qualcosa e la mia vita recente è molto povera di avvenimenti.»
«Non ci credo, succede sempre qualcosa che valga la pena di essere raccontato se si fa abbastanza attenzione.»
«Quest'affermazione richiede un esempio, no?»
«Ad esempio» disse sorridendo «questa mattina stavo uscendo dalla corriera e ho premuto il bottone della chiamata pedonale prima di attraversare. Ora, non so se ci hai mai fatto caso ma c'è una pausa tra il semaforo rosso per le macchine e quello verde per i pedoni.»
Non avendo la macchina ho ben presente.
«Sì, certo.»
«Ecco, e io ero lì, a guardare la strada con la musica nelle orecchie che un passerotto si è posato» forse inavvertitamente poggia l'indice, lievissimo, sul tavolo «proprio in mezzo alle strisce pedonali. Scatta il verde e ben presto lo raggiungo, e poi, non appena lo supero» ora stacca lentamente il dito per riappoggiarlo subito «il passerotto comincia a saltellarmi al piede» dice mimando dei lievissimi saltelli con il dito. Deve essersi accorta che stavo guardando il tavolo perché toglie velocemente la mano.
La guardo negli occhi.
«È stato bello.» dice.
«I passerotti lo sono sempre.»
«Sai cosa mi ha turbato, ripensandoci? Che fa un freddo incredibile, i passerotti non dovrebbero esserci.»
«I giorni della merla.»
«Eh?»
«È una vecchia storia che dice che i merli in origine avevano un piumaggio bianco. Beh, due di questi merli vengono ingannati dallo sciogliersi delle nevi e migrano in queste zone ma vengono sorpresi dal freddo di questo periodo. Per non morire si rifugiano nella ciminiera di un treno a carbone e diventano neri.»
«Oh» dice, mentre gli occhi si spengono e gli angoli della bocca si inclinano quasi impercettibilmente verso il basso «Non conoscevo questa storia.»
«Me l'hanno raccontata quando ero piccolo, mi è sempre rimasta impressa.»

venerdì 18 ottobre 2019

Della Rowling, di Terry Pratchett e Thomas Ligotti

Ci sono libri che ti accompagnano per fasi estese della tua vita, come può testimoniare qualunque  “Potterhead” sulla Terra. Io, di mio, a furia di rileggere i romanzi della Rowling ho rotto la copertina cartonata. E sono uno che ai libri ci tiene eh, solo che li ho riletti davvero troppe volte. Poi c’è “Uomini d’Arme” di Terry Pratchett, innegabilmente uno dei miei libri preferiti. Lo lessi per la prima volta a circa dieci anni, non capendoci quasi nulla. Capii la storia, non ero un piccolo idiota, ma tutte le piccole sfumature di umore dei personaggi, il grande amore di Pratchett per la razza umana, la sottile morale che permea almeno il “Ciclo della Guardia”, l’ironia, quasi sempre sottilissima, mi sfuggirono. Perché avevo dieci anni. Mi dimenticai quel libro nella nostra casa al mare, un rudere a settecento chilometri da dove abito, ma non me ne preoccupai, confidando che l’avrei trovato lì al mio ritorno l’anno seguente. Non c’era. Con ogni probabilità mia nonna, che andò nella stessa casa qualche tempo dopo, lo aveva buttato via. Così rilegai il libro non compreso ma pure avvincente al fondo della mia memoria fino a quando, dopo dieci anni (cioè cinque anni fa), non mi sono trovato “A me le guardie!” dello stesso autore tra i consigliati di Amazon. Lo presi senza pensarci due volte e mi apparve un’opera ben più profonda della sua sorella. Certo, la storia, un giallo ambientato in una città fantasy, è abbastanza superficiale ma i personaggi che si muovono sotto la penna dello scrittore londinese sono tratteggiati in modo che sia impossibile non amarli alla follia. Da Carota, un uomo di oltre un metro e novanta che viene adottato da una famiglia di nani ancora in fasce e convinto di essere un nano a tutti gli effetti, Vimes, il burbero capitano alcolista della guardia cittadina (in realtà se gli darete la possibilità scoprirete quanto è incantevole sotto lo strato di cliché), Colon, suo sottoposto, immagine stessa dell’impiegato d’ufficio e ancora il Patrizio, i draghi di palude e via dicendo. Ogni singolo personaggio ha la sua specifica ragion d’essere nel sistema estremamente complesso della società di Ankh-Morpork. Come ogni fantasy è il contesto (personaggi, ambientazione, tutto ciò che sta intorno alla trama) a rendere profondo il lavoro di Terry Pratchett. Dopo aver letto questa nuova avventura della guardia cittadina, con una breve ricerca su internet, ho ritrovato (e immediatamente comprato) il libro che avevo smarrito.
Non ci sono parole per descrivere la sorpresa che ho provato, dieci anni dopo, nel rileggere un libro che pensavo di ricordarmi. Anche solo il monologo finale (che non vi anticipo qui se non l’avete letto) è di una bellezza struggente.
Ho riletto quel libro a periodi alterni, come se fosse il porto natìo, allontanandomi per leggere altro e poi ritornare lì ancora una volta, e ogni volta ho scoperto un dettaglio differente, che le volte precedenti non avevo carpito. Ecco, leggere Terry Pratchett per me è esattamente come tornare a casa dopo una lunga giornata, togliersi le scarpe, mettersi il pigiama e stravaccarsi sul divano, senza accendere televisione né Spotify né niente, ma magari con una cioccolata calda tra le mani.
Quel libro mi ha accompagnato per altri quattro anni della mia vita, anche se in realtà non smette mai.
Veniamo poi a “La Cospirazione Contro la Razza Umana” di Thomas Ligotti. Ho comprato questo libro per sbaglio, quattro anni fa. Avevo letto una recensione sul fu “Prismo”, un sito la cui redazione è poi parzialmente confluita in quella de “Il Tascabile”, in cui Ligotti veniva definito il maestro “dell’horror filosofico” e che il suddetto libro aveva ispirato “True Detective”. Horror, True Detective (che all’epoca non avevo ancora visto), mi aspettavo una specie di Dylan Dog in bad trip da LSD mentre Lovecraft gli sussurra lingue gutturali sconosciute nell’orecchio. Come è facile immaginare l’ho comprato a scatola chiusa, e mi sono ritrovato a leggere un saggio filosofico sul pessimismo come metodo di interpretare l’esistenza. Ho così scoperto, in una cinquantina di pagine, di non essere un realista come credevo, ma un pessimista. E mentre leggevo le parole del Ligotti (che per tutta la vita sono state, e sono ancora, le mie) iniziavo a sentirmi a casa. Questa casa, però, a differenza di quella di Pratchett, è una casa con le pareti stranamente angolate, suoni imperscrutabili che provengono dalle pareti e un senso di inquietudine indecifrabile.

Ho smesso di leggerlo, complice anche l’aspettativa tradita che mi ha fatto bollare l’acquisto come erroneo. Dopo un anno l’ho ripreso in mano, oramai sapendo cosa mi aspettava, e ho potuto apprezzare la capacità espositiva di Thomas Ligotti. Nonostante questo la materia trattata è di difficile digestione, “La Cospirazione Contro la Razza Umana” non è un libro semplice, non è uno di quelli che si possono leggere prima di andare a dormire. Deve essere accettato e poi compreso, lasciandosi trasportare dallo scrittore esattamente dove vuole che andiamo. “La Cospirazione Contro la Razza Umana” è il libro che mi ha accompagnato in tutti i viaggi da e per Roma, dove potendo soltanto leggere (sulla tratta il telefono non prende quasi mai in modo accettabile) è stato più facile approcciarsi al testo con la giusta disposizione d’animo. Ieri, dopo quattro anni, finalmente sono riuscito a finirlo, e mi ha lasciato quella sensazione di vuoto mista a soddisfazione che mi lasciano tutti i bei libri. Non so se lo rileggerò mai, come ho detto è una lettura difficile, ma sicuramente se vi piace la saggistica filosofica ve lo consiglio.

Ogni libro che leggiamo ci ha accompagnato per un periodo più o meno lungo della nostra vita, specialmente se siamo adulti e abbiamo smesso di leggere come bulimici a causa della vita reale (leggevo un libro e mezzo a settimana fino a che non sono entrato all’università). E ogni libro porta con sé una marea di ricordi, anche solo l’ultima volta che lo abbiamo stretto tra le mani.

sabato 21 settembre 2019

Off-topic #4: Sulla seconda virtù cardinale (la giustizia) e un capro espiatorio.

E dopo tanto tempo, RULLO DI TAMBURIIIII

UNA NUOVA OPINIONE CHE NESSUNO HA RICHIESTO!

Immaginate ora una tranquilla cena in una famiglia così composta: madre con malattia reumatica che la fa sembrare (ed essere) perennemente stanca, figlio maggiore (anni 25) in mezzo ad un allenamento lungo una vita per diventare il perfetto stronzo sarcastico, padre alla soglia dei sessant’anni, figlio minore (anni 22) che porta avanti un allenamento lungo una vita per diventare il perfetto stronzo toccando alle volte delle buone punte di sarcasmo; sua di lui fidanzata e mia di me fidanzata.
“Mattè, ma non hai descritto le vostre fidanzate perché pensi che la donna oggetto vattelapesca?”
Mio simpatico amico, puoi tranquillamente desumere dall’imitazione della tua domanda che io pensi che tu non abbia capito una sega. Ti prego di tacere da qui in avanti.
Dicevo, immaginate una cena tranquilla a cui prendono parte queste sei figure. Immaginate che ad un certo punto la fidanzata di mio fratello dica di voler andare a vedere il documentario su Chiara Ferragni. Mio padre inizia a borbottare a mezzavoce, mio dratello gli fa il verso e mio padre sbotta:”Ma chi si fa consigliare gli abiti da sta gente ha la muffa nel cervello!” Poi si alza e se ne va in un’altra stanza. Mio fratello continua a mangiare placido mentre io disquisisco sull’opportunità o meno di pagare per un prodotto del genere. Mentre stavo anarchicamente elencando i motivi per cui un film come “Chiara Ferragni Unposted” andrebbe guardato illegalmente, la fidanzata di mio fratello ha ingenuamente affermato che tale Giulia de Lellis ha scritto un libro ammettendo di non averne prima mai letto neanche uno.
Ora.
Ora.
Ora.
Voi fareste girare un film a Bocelli? No. Perché siete delle persone sane di mente.
Fareste scrivere una sinfonia ad una persona sorda dalla nascita? No, e se una persona sorda dalla nascita scrivesse delle ottime sinfonie tutto il mondo dovrebbe festeggiare la nascita di un genio maggiore di Beethoven.
Ora. Per quale razza di assurdo motivo nell’universo si dovrebbe non dico scrivere, non dico pubblicare (anche se in realtà lo sto dicendo), ma ACQUISTARE UN LIBRO SCRITTO DA UNA PERSONA CHE A MENO DI ESSERE UN GENIO DELLA LETTERATURA, COSA CHE FUOR DI OGNI DUBBIO NON È, NON PUÒ AVER SCRITTO NULLA DI PIÙ INTERESSANTE DELL’ETICHETTA DELLO SHAMPOO?
Non fraintendermi, io sono contento che Giulia de Lellis sia bestseller in Italia, per lei, sono contento. Per l’arte della scrittura sono triste, esattamente quanto lo sono ogni volta che esce la biografia di qualcuno che non ha fatto assolutamente nulla di fuori dal comune, e vale sia per le decine di calciatori, sia per Chiara Ferragni, sia per Giulia de Lellis. Perché se io non conosco la ragazza in questione e posso concederle di essere una spettacolare imprenditrice, esattamente come faccio con la Ferragni, sono però pienamente in diritto di dire che il libro letto da una persona che non conosce la scrittura, è necessariamente un libro di merda. E non per le vicende narrate, magari la ragazza ha scalato il Kilimangiaro in sella ad un coccodrillo mentre abbatteva i signori dei diamanti a colpi di machete, o magari semplicemente non ha dovuto combattere ogni giorno della sua vita nella speranza via via più vana di star costruendo il futuro che più le aggrada. In entrambi i casi avrebbe avuto una vita incredibilmente più interessante della mia, quindi più meritevole di biografia.
No, le vicende non c’entrano. Un libro scritto da una persona che non conosce la scrittura è necessariamente scritto male. Quindi è un libro di merda. PUNTO. E mi dispiace se così facendo offendo la vostra sensibilità, ma in realtà non me ne frega un cazzo. Se pensate che una persona qualsiasi un giorno si sia svegliato e abbia fondato i cazzo di Beatles senza mai aver ascoltato musica prima siete molto più pericolosi degli illusi perché siete dei PAZZI.

venerdì 26 aprile 2019

Parte .03k: filtri 11


Credo che la terapista intendesse esattamente questo.
Potresti dar voce a qualcosa che posso uccidere?
Puoi dar voce solo a ciò che ne è privo.
Lo so.
Credevo volesse far sì che iniziassi a guardare il lato bello delle cose.
Ed ha fallito miseramente.
Secondo lei è colpa tua dice una voce alla mia sinistra. Mi giro e incrocio lo sguardo di un pincher che inizia immediatamente ad abbaiare rabbioso.
Un pincher? Andiamo, puoi fare di meglio.
No. Non puoi.
No. Non posso. Però neanche il pincher posso ucciderlo.
La bocca dello stomaco inizia a bruciarmi.
Niente caffè per te stasera.
Infilo una mano nella tasca esterna del cappotto e ne estraggo il blister di antiacido che mia porto sempre dietro.
Ho detto niente caffè.
Continua a parlare, te ne prego.
Lo sai che le pasticche non bastano, i bruciari torneranno semp...
Trovata! Prendo la pastiglia e me la infilo in bocca, masticandola.
AAAaaaaa...
Il bruciore inizia rapidamente a scemare.
Ti ricordi la prima volta che si è messa il rossetto?
No.
Non è vero!
No!
Ti tornerà sempre in mente!
Inizio a correre. Le mie scarpe non sono adatte a correre e i miei passi rimbombano sul selciato del marciapiede attraverso il silenzio della città, riverberando contro i muri delle case.
Tump, tump, tump, tump.
Il naso sembra prossimo al congelamento e il riverbero fa sembrare che qualcuno mi stia seguendo.
Tump, tump, tump, tump.
Le gambe sono un bruciore indistinto fino a metà coscia.
Tump, tump, tump, tump.
Il ginocchio sinistro inizia a pulsare e l'aria sembra non bastare più.
Tump, tump.
Combatto contro l'istinto di poggiare le mani sulle ginocchia mentre il mio torace si alza e si abbassa come un mantice raggiungendo un volume che non pensavo possibile. Mi fa male il diaframma e le gambe mi tremano.
Non puoi scappare.
Fai silenzio!” urlo.
Dei cani iniziano ad abbaiare, forse il pincher di prima e tra loro. Sono quasi arrivato al Bar Centrale e una nausea improvvisa mi serra la glottide mentre un prurito familiare mi titilla un punto familiare dietro lo sterno.
Tornerà, esattamente come torniamo noi ogni volta.
Lo so.
Mirandola è molto diversa da Castel Bastiani: è una città molto più grande, ha un corso, percorribile a piedi, intitolato a qualcuno di tremendamente importante e costellato di negozime di abbigliamento dai nomi altrettanto altisonanti.
A quest'ora sembra già una città fantasma. In tutti i giorni feriali è così: queste cittadine di dimensioni medio-piccole, tipiche del centro Italia, sembrano sempre abbandonate quando la mattina seguente si deve lavorare.
Ecco, arriva un'automobile color antracite, solitaria.
È sempre strano per me vagare per la città da solo, di notte. Finché si sta in campagna è diverso, è ovvio, ma in città diventa quasi inquietante.
Quando frequentavo l'ultimo anno di Liceo avevo la patente e facevo sempre in modo di arrivare alle sette e mezza, assieme con i bidelli, solo per avere il privilegio di godere della pace disabitata della classe vuota, ogni singolo rumore a rimbombare contro le pareti e contro il soffitto altissimo, amplificato dal silenzio e dall'aria immota. Mi sedevo al mio banco e con gli occhi chiusi inspiravo profondamente il silenzio, cercando di fare mia la pace di quel luogo. In città, invece, mi ha sempre dato l'impressione di essere un sopravvissuto. A che cosa poi, non l'ho mai capito.
Certo che lo hai capito.
Valeria non c'entra nulla.
Quindi la morte di tua moglie non è attinente a qualcosa? Questa sì che è una novità.
Sospiro. Provavo questa sensazione anche prima di incontrarla.
Un vedovo è ciò che sei per tua stessa volontà.
Sospiro. Ancora trenta metri e sarò arrivato, vedo già la luce dei neon illuminare fredda il marciapiede.
Hai deciso scientemente di non rifarti una vita e ripeti la tua scelta ogni giorno. La cosa pià coerente che tu possa fare è accettare che ti venga fatto notare.
Vedo un po' di gente seduta la bancone, altri ai tavoli che parlottano. Dovrei essere arrivato con un buon anticipo, chissà se il mio uomo è già arrivato.
Sapevo chee avrebbero dovuto rinnovare il locale: il pavimento rivestito di mattonelle nere tirate a lucido fino a sembrare specchi e poi rovinate da anni di usura, il bancone color vinaccia con il piano in granito, gli sgabelli in acciaiocon un cusicno nero per seduta, la luce soffusa nonostante le luci a LED abbiano da tempo preso il dominio sulle vecchie lampadine ad incandescenza ed i tavoli aaddossati alle pareti ed alla vetrata della sala principale.
Mi siedo al tavolo più lontano dall'ingresso in modo da vedere tutta la sala. Devo attendere soltanto pochi minuti perchè Anna, la barista bionda, mi si avvicini.
Ciao Roberto, posso fare qualcosa per te?”
Buonasera Anna. Il solito grazie.”
Il caso vuole cheio conosca il figlio del proprietario, Luca, che lavora dietro al balcone, e col quale ho frequentato la scuola media. Luca, a differenza del padre, ha un'idea meno datata del “bar”, e leggermente più americana, con camerieri o cameriere sorridenti che vengono a chiederti le ordinazioni se ti siedi al tavolo.
Spesso incotro i miei clineti qui, è il bar più facile da trovare e quello più frequentato. Vedo un uomo di mezz'età, i capelli corti e ricci con delle sottili ciocche bianche. Indossa un giaccone impermeabile da outlet verde mimetico con delle toppe finte sul braccio sinistro ed un paio di jeans dei quali nella penombra non riesco a stabilire il colore.
Arriccio la lingua tra le labbra socchiuse e mi esibisco nella mia migliore versione del fischio da pastore.
Tutti, incluso il nuovo arrivato, si voltano a guardarmi.
Inizio a sbracciare sorridente nella sua direzione. A giudicare dal suo inidirizzo di posta elettronica risponde al nome di Massimo.
Massimo mi guarda confuso e poi si volta, cercando qualcuno alle sue spalle. Il suo volto si indurisce e la folla ha già perso qualsiasi interesse per entrambi.
Le braccia sono tese lungo i fianchi, i pugni serrati e le spalle spostate in avanti mentre cammina verso di me con ampie e rapide falcate.
Ma come ti permetti?”
Gli sorrido.
Perdonami, Massimo, pensavo ti avessero detto di rivolgerti a me in funzione delle mia professionalità e discrezione.” gli dico sorridendo tranquillo.
E questo cosa c'entra?”
C'entra che quella che per te è una pruriginosa curiosità circa tua moglie per me è lavoro. E si dà il caso che ci tenga a continuare a lavorare.” continuo a sorridere.
Ma che cazzo ti ridi?”
Stai calmo, respira e guardati intorno. Nessuno ti nota e nessuno si ricorderà che tu sia mai stato qui. A meno che tu non gli rinfreschi la memoria agitandoti e prendendoti un infarto.”
Si guarda intorno e lo vedo tirare un sospiro di sollievo. Ora riesco a vedere quanto i suoi occhi siano piccoli e vicini.
Sembra un maiale stupido.
Mi parli del suo problema. Vuole qualcosa da bere? Chiunque noterebbe un avventore che non ordina nulla.”
Uno spritz, grazie.”
Anna intercetta il mio sguardo e mi si avvicina.
Anna ci porteresti uno Spritz per cortesia?”
Certo Roberto, arriva subito.” mi risponde, sempre sorridendo.
Bene, Massimo. Ora: qual è il problema?”
Penso che mia moglie abbia iniziato a tradirmi.”
Puoi scommetterci il grugno stupido suino.
E cosa te lo fa credere?”
Noi non...”
Sì immagino. Ma deve esserci anche dell'altro no? Oppure si è preoccupato solo per questo? Il mondo è pieno di coppie che non hanno rapporti sessuali.”
Sì, ecco, ha iniziato a stare molto a lavoro, esce di continuo con i suoi colleghi, non sta mai a casa”, la sua voce si fa via via più alta e una vena alla base del collo si gonfia visibilmente “e quando ci sta passa la maggior parte del tempo a dormire.” conclude urlando mentre il suo viso vira sul rosso.
Capisco.” attendo un paio di secondi fino a che lui non sposta appena il peso in avanti, le spalle protese verso di me. “Abbassa la voce, comunque e mantieni la calma. Se segui le mie istruzioni nessuno si ricorderò mai che tu sia stato qui. Quando ha iniziato a comportarsi così?”
Sì, mi scusi. Circa sei mesi fa.”
Deduco dal tuo stato d'animo che, diciamo fino ad un anno fa, tua moglie si comportava in modo sostanzialmente differente.”
Spalanca appena gli occhi.
Bravo, adesso sembri ancora più stupido.
Le sue braccia non sono più conserte e si appoggia sui gomiti sul tavolo.
Ora vuole anche dirti qualcosa, Porky Holmes.
Se lo interrompessi ora con un'osservazione che potrebbe considerare geniale potrei farlo mio oppure inimicarmelo. Aspettando, invece, posso vedere se è davvero lo stupido mediocre ed egocentrico che io penso che sia.
Non perde tempo prima di esprimere il suo assenso.
Esatto! Un anno fa mi ha cucinato un pranzo con”
Non sto già più ascoltando.
Ma perché ti preoccupi di questo inetto?
Perché ho quasi finito i soldi, chissà perché.
E a cosa ti servono se puoi sfruttare tua sorella?
Mi servono che voglio evitarlo, ecco a cosa.
Continuo a non capire.
Questo perché il mio inconscio ha dato la parola ad un fazzoletto.
...cioè, capito?” conclude Massimo.
E immagino che tutto questo, dai estiti al trucco, sia cambiato repentinamente, da un giorno all'altro.”
Esatto!”
È incredibile.
Cosa? Quanto sia identico a tutti i suoi simili? A dir poco.
Per non parlare di come sia totalmente cieco di fronte al fatto di essere il problema.
Proprio per non parlarne, eh.
Insomma, ha attaccato tutti il discorso e non si è neanche accorto che non lo stavi più ascoltando.
Ma infatti, qualcuno vuole approfondire la conoscenza di questo individuo la cui intettitudine è così profonda da impedirgli persoino di capire quanto sia miserabile la sua vita?
Appunto, quindi non parliamone.
Forse non sei nella posizione migliore per giudicare la miserabile esistenza di qualcun altro.
Io sono nella posizione di fare ciò che preferisco.
Certo, nessuno deve sopportare più la tua presenza.
Ma mi stai ascoltando?”
Se solo sapessi quante storie identiche a questa mi hanno portato a rannicchiari in mezzo a cassonetti puzzolenti di urina e merda di cane passeresti ogni ora del giorno abbracciato al gabinetto chiedendoti quale sia il motivo per cui non ti sei ancora tolto la vita.
Perdonami.” rispondo “Ma non ti permetto di mettere in dubbio la serietà con cui seguo i miei incarichi. Se qualunque cosa, nel mio modus operandi, ti disturba, non solo ti faccio notare che sei libero di andartene, ma te lo consiglio.”
Quando ero più giovane ho avuto modo di scoprire come un certo grado di formalità e un'impostazione appena più controllata della voce risultassero implicitamente minacciosi. Non ho mai capito perché né se funzionasse qualora ci provasse qualcun altro. Ho soltanto notato che quando ero arrabbiato e usavo cercare di rimanere cortese, in molti si prodigavano per esaudire i miei desideri, a patto che ne fossero in grado, chiaramente.
Questo noiosissimo aspirante borghese non fa chiaramente eccezione.
No, figurati.” dice fissando un punto intorno al mio sterno.
Benissimo” dico sorridendo “Ora parliamo di cose serie. Il compenso: cento euro al giorno. Se per lei è eccessivo lo capisco ma le consiglio di rivolgersi a qualcun altro.” dico mentre tiro fuori il biglietto da visita di un barbiere facendo attenzione a mostrargli soltanto il dorso.
No, va benissimo, figurati.”
Ottimo. Iniziamo da domani. A che ora inizi il turno in ufficio?”
Alle sedici.”
Domani assolutamente entro le diciotto mandami una tabella con gli orari di lavoro di tua moglie, compresi l'indirizzo della vostra casa e del lavoro e tutto il resto, ok?”
Va bene”
Benissimo, buonanotte” concludo tendendogli la mano.