Mi sveglio ogni mattina alla solita ora.
Vado a dormire ogni sera alla solita ora.
Tra lo svegliarmi e l'andare a dormire faccio sempre le solite cose.
Certo, i dettagli cambiano, lo fanno in continuazione, ma il succo è sempre lo stesso, sempre più rancido.
E allora guardo il mio riflesso sul fondo di una bottiglia di birra, come faccio sempre dopo essermene bevute un paio, e chiedo al mio enorme e tondo naso perché.
Ci ho provato a dirmi che è per il mio futuro, ma in questi momenti, mentre fisso la punta sferica del naso del mio doppio, mi ricordo (non serve capirlo) che so già che è una menzogna delle più ridicole.
La verità è che sono rannicchiato sul fondo di una prigione che non esiste, che ha sbarre invisibili, e che è sepolta talmente in profondità che potrei urlare se lo volessi, ma nessuno mi sentirebbe.
E poi non lo voglio.
Non lo voglio perché come potrei farlo quando in me c'è, sempre più opprimente, la consapevolezza che non cambierebbe nulla?
Passerei da questa cella fredda e umida ma oramai in qualche modo familiare, ad un'altra.
Sempre inesistente, sempre con sbarre invisibili e sempre sepolta a profondità indicibili.
E il mio futuro è questo, passare da una cella ad un'altra, da una prigione ad un'altra, fino alla fine dei miei giorni, e vorrei spezzare il ciclo, anzi LO VOGLIO, ma non so cosa fare.
Dopotutto sono solo, in una cella inesistente, umida e fredda, con sbarre invisibili e sepolta ad un'indicibile profondità.
Però so di esserlo.
Ora so, e non posso tornare.