mercoledì 16 settembre 2015

"Ci vuole tanto, troppo coraggio" [Cit.]

Sono vestito di nero, ed il sole splendente nel cielo terso sta già ad una buona metà della sua parabola discendente.
Sono in un cimitero, vicino alla tomba del mio ultimo amico, vicino ai suoi familiari (la moglie, ed i figli) che piangono disperati. Li capisco. Dopotutto, io ho perso tutti.
Lui, l'ultimo, se n'è andato per cancro ai polmoni. Sì, era un fumatore.
Quello prima se l'è divorato l'inattività. Fumatore anche lui.
Quello prima ancora è morto di polmonite ma non ha mai sfiorato una singola sigaretta in vita sua.
Certo, mangiava come un bufalo e certo, aveva le arterie che scoppiavano di colesterolo; cionostante la polmonite l'ha strappato alla tortura quale è l'esistenza.
Ho ottantanove anni, ed il mio ultimo amico si è spento l'altroieri, i suoi parenti piangono, io mi sento vuoto come la bottiglia di whiskey che mi sono scolato alla sua salute e che, giusto per essere precisi, era perfettamente vuota, ed il sole splende nel cielo. Ancora per poco, giusto un paio d'ore, ma tornerà. Gli anni passeranno, il sole splenderà e verrà oscurato decine di migliaia di volte, e poi la Nera Signora verrà a trovare anche me e sarà il nulla eterno.
La statistica è una grande invenzione, ma nel descrivere le situazioni particolari pecca terribilmente di superficialità. Un uomo sicuramente più autorevole di me disse qualcosa che suona come:"La statistica è quella bellissima scienza per cui se io ho due galline e tu nessuna allora ne abbiamo una a testa e nessuno dei due muore di fame."
Risi molto, la prima volta che lessi questa massima.
Ora non rido più.
Il prete dice che ora è in mani migliori, ma non so quanto gli possa stare bene, al morto.
Nessuno ha chiesto la sua opinione, per dire.
Bene, il sacerdote ha finito di dire quelle bellissime cose che si dicono ai funerali e servono a tirar su il morale.
Che poi mica funzionano. Quei poveretti si stanno piangendo anche l'anima.
Facciamo la fila per consolare i familiari e dare l'ultimo saluto al defunto, io sono uno dei primi.
Non credo che in queste situazioni si debba dire granché. A me, quando morì mia moglie, dette sui nervi "condoglianze".
Sei qui, sei stato mio amico, non credo tu stia esattamente festeggiando, no?
Ah, sua moglie. Anziana anche lei. Chissà se resisterà allo shock. La abbraccio, forse più calorosamente del dovuto, ma tanto a chi importa? A me no, e a lei non sembra.
Abbraccio anche i figli, li ho visti poco e sono molto più formale, ma mi sento meglio.
Io.
Loro stanno male, e sicuramente non è una serie infinita di abbracci e parole mormorate a mezza voce che li tirerà su.
Ma gli passerà. Passerà a loro come è passato a me e a lui ogni volta.
E tra un mese saremo ancora qui, o forse no.
Forse ci saranno i nostri familiari, ma non importa. Il mondo continua, e le nostre ridicole esistenze governate dal caso un giorno avranno termine e qualcuno ci piangerà per poi scordarsi di noi. Forse ci farà visita, forse no, non è importante (non per me, almeno).
La cosa importante, la cosa che non dobbiamo mai dimenticare per un solo secondo è che oggi è morto il mio ultimo amico per colpa della statistica, ed i suoi familiari piangono, mentre il sole, solitario, risplende nel cielo.

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