martedì 29 novembre 2016

01. Risveglio

DISCLAIMER: Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti storici, personaggi o luoghi reali è completamente casuale. Altri nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il frutto dell’immaginazione dell’autore, e qualunque somiglianza con fatti, luoghi o persone reali, viventi o defunte, è anch'essa casuale.


Le note distorte di una sveglia economica da negozio di cianfrusaglie maltrattano Für Elise, strappandomi al sogno con un grugnito.
Apro gli occhi nell'oscurità mutilata da lame di luce che irrompono attraverso le imposte delle finestre alla mia sinistra. Mi dirigo alla cieca verso la porta, la apro e la luce ed il freddo mi investono come un TIR in autostrada togliendomi il fiato.
Infilo la porta del bagno e mi alleggerisco la vescica, mi lavo le mani e, tremante mi sciacquo la faccia. Il mio riflesso mi guarda stanco negli occhi cisposi. Abbasso lo sguardo.
Torno in camera da letto e prendo qualcosa con cui coprirmi poi vado in cucina, riempo la moka e preparò il caffè.
Stanotte ha piovuto.
Ho sentito il lugubre ticchettio della pioggia sulla copertura in tegole del tetto di legno. Le mattine sono diverse, quando piove di notte: sembra sempre che i colori siano stati lavati via dall'impietoso battere dell'acqua e tutto assume una sfumatura grigio pallido, anche la luce del sole; tutto sembra abbandonato e decadente sotto questa luce. I colori vivaci delle case sembrano ingrigiti dal passare degli anni e le case di coloro che hanno finito i soldi prima di potersi permettere un imbianchino sono ancora più lugubri. In pochi camminano per le strade dando vita ad un panorama da città fantasma.
La caffettiera inizia a gorgogliare. Spengo il gas, verso il caffè in un bicchiere, mi siedo al tavolo e fisso le nere profondità della mia bevanda.
Il caffè in vetro fa tanto chic.
Il tuo animale spirito guida è uno di quei cagnetti col muso schiacciato per metà scorregge con fodera di pelliccia e per metà decibel.
Fisso il bicchiere e mi chiedo cosa mi faccia svegliare tutte le mattine, cosa mi costringa a controllare tutti i giorni le mail, i servizi di messaggistica istantanea e la casella postale in attesa di un incarico.
Dai, come si chiamano?
Ormai il mio lavoro consiste nel seguire persone in vicoli sudici e far loro foto che chi ha commissionato non vuole vedere ma conosce prima ancora di chiedere. E allora scopro uomini che hanno affittato interi appartamenti per vivere con la segretaria, la tirocinante, la nuova collega; donne che adibiscono a postriboli le proprie abitazioni quando i mariti sono fuori casa ed accolgono gente di ogni risma vendendo un po' della propria dignità per pochi spiccioli o ancora che chiedono soldi per far vedere le tette a qualcuno che si masturba seduto dall'altra parte di una webcam.
Dai, lo so che hanno provato a morderti almeno una volta e poi non ci sono riusciti perché sono forme di vita troppo fottutamente patetiche.
Chi mi commissiona questi lavori sa già quale sarà il risultato, solo che vuole della documentazione che lo provi. Voi non li avete mai visti negli occhi quando gli passate una busta sigillata con dentro la vostra settimana di lavoro sviluppata in uno studio fotografico che avete strapagato per non far cantare come un cardellino alla prima cena di famiglia.
I pincher! Il tuo animale spirito guida è il pincher!
Bevo il caffè in due lunghissimi sorsi.
Torno in camera da letto, l'odore di chiuso mi invade le narici e mi arriva fino allo stomaco e cercando di strapparne il caffè. Resisto.
Mi avvicino alla finestra e la apro per poi spalancare le imposte e guardare fuori.
Come ogni mattina la finestra della mia camera da letto dà sulla strada ed al di là della strada c'è il muro in mattoni che funge da memento mori: i necrologi.
L'uomo dei necrologi ne sta appiccicando di nuovi, con le galosce di gomma immerse quasi del tutto nello scolo al lato della strada e la scopa che si muove forsennata per distribuire la colla e far aderire la carta agli innumerevoli strati induriti che ci sono al di sotto. Credo che lo vestano di catarifrangenti per rendere più accettabile il suo mestiere di foriero di cattive notizie.
Sospiro.
Nomi sconosciuti di persone che non hanno lasciato la loro traccia nel mondo.
Finirò anche io così ma mi va bene. Lavoro nell'ombra, vivo nel buio, guadagno soldi che mi servono solo per vivere e pagarmi le mie cene ormai da troppo tempo solitarie.
Quando il freddo si fa insopportabile chiudo la finestra ma lascio che la pallida luce solare illumini la camera.
La temperatura è precipitata e io tremo come una foglia al vento.
Il letto matrimoniale, come sempre, è sfatto solo per metà.
Mia moglie è morta cinque anni fa in seguito ad una emorragia per la rimozione delle tonsille: i punti si sono aperti mentre era da sola a casa. Quando sono tornato l'ho trovata riversa a terra, affogata nel suo stesso sangue.
Corro verso il bagno per accendere la caldaia e cercare di smussare il freddo. La fiamma si accende immediatamente mentre un bruciore acutissimo mi accende la bocca dello stomaco. Capisco troppo tardi ciò che sta succedendo: i succhi gastrici risalgono su per l'esofago fino alla faringe. Crollo in ginocchio, tossendo come un vecchio catarroso nel tentativo di alleviare il fuoco e l'aridità che mi attanagliano gola e petto.
Come sempre passa da solo. Mi alzo con gli occhi coperti da un velo di lacrime ed un dolore sordo agli addominali ed al diaframma. Mi infilo nella doccia ed apro l'acqua calda. Aspetto qualche secondo poi mi spoglio e mi tuffo sotto la doccia bollente. La muscolatura si rilassa, il respiro si fa più lento e meno doloroso, i pensieri rallentano e diventano pigre ondate di melassa. Alzo la testa ed ingoio l'acqua che lava via i residui di succo gastrico, stemperando il bruciore. Mi insapono, mi risciacquo ed esco. Il freddo mi fa drizzare ogni singolo pelo del corpo. Mi avvolgo nell'accappatoio e corro fino in camera.
Mutande, calzini, jeans neri, maglione grigio fumo.
Prendo il telefono e controllo le notifiche: una mail. Un messaggio sul cellulare, uno sul provider di messaggistica istantanea, quattro chiamate perse.
Tutte della stessa persona.

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