mercoledì 9 novembre 2016

Notturno destriero dagl'occhi di bragia

È notte, i coni arancioni dei lampioni illuminano le gocce di pioggia che sembrano scintille, mentre cammino ed attraverso luce ed ombra, il mio grigio doppio si allunga sul marciapiede e poi ritorna sotto le suole delle mie scarpe fradicie come un elastico per poi allungarsi di nuovo, in un rimbalzo che segue il ritmo dei miei passi.
Il cappotto è diventato freddo e pesante, il mio respiro di condensa in nuvolette di vapore, i pantaloni grigi sono diventati neri e gelidi e la strada di fronte a me, dritta come un fuso, sembra non finire mai. Continuo a camminare perché ormai lo faccio da tanto tempo che non può mancare molto, no?, e intanto il cappotto si fa più freddo e più pesante ed i capelli mi si attaccano alla fronte come tentacoli ed il suono umido dei miei passi riecheggia contro le pareti delle case alla mia destra ed alla mia sinistra.
Un suono più rapido, come di qualcosa che abbia più di due gambe, si unisce ad un tratto, e faccio appena in tempo a voltarmi e ad alzare istintivamente un braccio che un cane, nero come la pece, tenta di azzannare la pelle morbida del mio collo e trova invece quella del mio braccio.
Il dolore esplode bruciante e sembra che il braccio debba staccarsi da un momento all'altro, mentre non riesco ad oppormi alla forza che mi trascina da una parte.
Improvvisamente non sento più freddo, non sento più il cappotto gelido e pesante, non sento più i pantaloni congelati ed i capelli sulla fronte, ma inizio a vedere tutto come al rallentatore, mentre inizio ad urlare: il pelo fradicio del cane, le grinze sulla pelle del naso, la cicatrice sull'occhio cieco (il destro), l'altro occhio iniettato di sangue, una macchia scura ed appiccicosa che si allarga sul mio cappotto mentre altre gocce dello stesso colore cadono sull'asfalto, le perle d'acqua che schizzano dalla pelliccia della bestia ogniqualvolta si scuote per cercare di farmi cedere, la pozzanghera di acqua sporca alla mia sinistra, le crepe sull'asfalto, le pieghe del tessuto dove i denti lo hanno perforato per entrarmi nella carne, le gocce di bava che inzaccherano tutto.
Mentre smetto di urlare per prendere fiato sento il suono umido di qualcuno che cammina dietro di me, riesco a girare la testa e vedo un uomo in gessato grigio e camicia blu notte, nero di capelli e occhi e perfettamente sbarbato, che sorride e mi tende una mano.
Disperato l'afferro, ed egli inizia a sua volta a tirarmi dalla sua parte, facendo affondare, se possibile, ancora di più i canini della belva nella mia carne e mentre sento le articolazioni delle spalle che si allentano ricomincio ad urlare con quanto fiato ho in corpo per quella che sembra un'eternità, poi la stretta dell'uomo, gradualmente, cede.
Crollo a terra privo di forze, mentre il cane nero cerca ancora di trascinarmi chissà dove. Sento alcuni passi, un tonfo, sento il guaito di una bestia ferita, sento i canini uscire dal mio braccio. Mi rannicchio a terra ed inizio a piangere mentre tonfi e guaiti si susseguono a intervalli quasi regolari. Sento qualcuno che parla, con voce calma e tono regolare, a qualcun altro.
Sento dei passi velocissimi e leggeri, poi di nuovo la bestia mi morde il braccio, di nuovo l'uomo mi prende l'altro. Di nuovo iniziano a tirare.

Per sempre.

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