martedì 14 febbraio 2017

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DISCLAIMER: Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti storici, personaggi o luoghi reali è completamente casuale. Altri nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il frutto dell’immaginazione dell’autore, e qualunque somiglianza con fatti, luoghi o persone reali, viventi o defunte, è anch'essa casuale.


Vorrei andare al bar a prendere il caffè, ma la sensazione di prurito alla bocca dello stomaco mi suggerisce di fare altrimenti. Tornare al mio appartamento in autobus mi sembra una pessima idea, dopotutto prima di stasera non avrò nulla da fare e tutti i miei contatti sono sul cellulare, nell'assurdo caso che qualcuno mi cerchi.
Ancora non riesco a capacitarmi di come mia sorella possa stare con una persona come Gabriele. Lei merita di meglio. Merita qualcuno che la tratti come lei tratta me. Spesso sento di esserle di peso, so che è così, ma ne ho bisogno. È la corda che mi permette di non affogare in questo pozzo maleodorante che è la vita. Non me ne ero mai reso conto prima della morte di Lucia, perché mia moglie mi sorreggeva nei momenti in cui avevo bisogno, ma poi lei è scomparsa. Strappata all'esistenza da una complicanza. Dire che non ho mai pensato il chirurgo fosse colpevole sarebbe una stupida bugia, ma circa un anno e mezzo dopo sono riuscito a mettermi il cuore in pace. La medicina procede per tentativi e casi fortuiti, sarebbe potuto capitare a chiunque. Ho anche progettato una vendetta, per un po'. Mi vedevo già in uno scantinato, con lui imbavagliato e legato ad una sediaccia sotto l'impietosa luce di una lampada a LED, mentre gli davo una coltellata nello stomaco e poi suturavo la ferita. Non l'avrei mai lasciato morire dissanguato, no. L'avrei guardato negli occhi, mentre i succhi gastrici sarebbero fuoriusciti dalla ferita allo stomaco, divorandolo dall'interno. L'avrei visto dimenarsi e piangere, tendere i muscoli e sudare copiosamente dal dolore. Avrei visto i suoi occhi spalancarsi fino ad uscire quasi dalle orbite e le vene gonfiarsi fino a che, sfinito, non avrebbe iniziato a piangere.
E avrei assaporato ogni singola lacrima.
Iniziai a bere per scacciare quella voce nella testa che cercava di convincermi della validità di quell'idea e le voci fuori dalla mia testa che non facevano altro che schernirmi. Il quinto giorno Martino, il barista, mi cacciò in malo modo dal bar. Non ricordo il motivo contingente, forse si sentiva una merda a dare da bere ad una creatura che d'umano aveva solo la forma: il sesto andai a fare incetta d'alcolici per poter zittire le voci mentre stavo comodamente disteso sul divano; il settimo giorno iniziai a bere per trovare il coraggio di compiere la mia vendetta. Ingurgitai una tale quantità d'alcool in così poco tempo da andare in coma etilico. Mi risvegliai in una stanza d'ospedale ed ebbi conati di vomito per un minuto. Quando riuscii a rimettere a fuoco la stanza vidi mia sorella avvicinarmisi e abbracciarmi.
Piansi. Non so per quanto tempo. Piansi per il dolore, per il senso d'abbandono ma soprattutto piansi per la vergogna. Come poteva una forma di vita spregevole come me meritare così tanto affetto? Le raccontai della vendetta che avevo pianificato e, ancora una volta, mi abbracciò. Senza dire una parola.
Non mi sono mai sentito uno schifo come quando mi ha abbracciato quella volta.


Il vento si è calmato e finalmente il sole sta iniziando a scaldare la città. Infilo la mano nella tasca interna del giubbotto e inforco gli occhiali da sole. Subito tutto assume una sfumatura appena più cupa, ma almeno riesco ad andare in giro senza strizzare gli occhi come una talpa.
Con il calore le vite si sono riaccese, ed ora si vede gente in tuta che esce per andare a correre, che stende i vestiti bagnati sul balcone o che approfitta della mattinata per far fare un fuori programma al barboncino bianco agghindato come un bambino freddoloso ipertricotico. I miei occhi vagano su mura grigie, lilla, gialle, beige, finché un movimento non cattura il mio sguardo: vedo una ragazza affacciarsi al balcone del quarto piano vestita solo di un paio di leggins grigi e una maglietta blu notte a maniche corte, appoggiarsi alla ringhiera ed inspirare profondamente e mentre il suo petto si espande e preme i capezzoli contro il cotone, sorridere al cielo e spalancare le braccia. Immobile, così, a occhi chiusi, per una decina di secondi. Espira, apre gli occhi e si sfrega le braccia, improvvisamente consapevole della stagione e della temperatura. Si gira per rientrare in casa e si ferma a metà strada per salutarmi agitando la mano. Mi accorgo solo ora di aver smesso di camminare e del sorriso che mi sta appiccicato al volto. Faccio il gesto di togliermi il cappello, ride coprendosi la bocca con una mano, mi fa l'occhiolino e rientra in casa.
Basta davvero poco per stupirci, in quest'epoca di grigiore. Abbiamo talmente poco spazio per la felicità che una qualsiasi persona che se ne faccia manifesto finisce per influenzarci in bene se ci contagia con la sua positività, in male se il suo stato d'animo ci infastidisce. La vita reale è un eterno meccanismo che funziona da milioni di anni, e noi siamo soltanto l'ultima versione di ingranaggi che continua a farlo girare e qualsiasi cosa vada contro il funzionamento viene schiacciata tra gli ingranaggi fino a che non smette di esistere.
Nasci, cresci, procrea, muori. Le cose si sono fatte complicate da quando una mutazione genetica ci ha consegnato l'autocoscienza, il più grande dono e la più grande condanna che l'evoluzione abbia mai consegnato ad una specie.
Possiamo fare i bulli quanto vogliamo, ma siamo tutt'altro che isole. Ci siamo indispensabili l'un l'altro, anche solo per ricordarci a vicenda che siamo tutti esseri umani. Intessiamo una vera e propria ragnatela con le nostre relazioni dove i fili rimangono in contatto forse per una sola frazione di secondo oppure rimangono saldamente intrecciati per anni, decenni, per poi separarsi, ma non esiste un singolo filamento di quella ragnatela che non sia intrecciato ad altri.
Come sempre i miei piedi mi hanno guidato dove avevo bisogno senza che io lo facessi in maniera cosciente: sono di fronte ad un supermercato, e devo comprarmi il pranzo.

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