martedì 7 febbraio 2017

.02c: Presentazioni 3

Parte 2b

DISCLAIMER: Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti storici, personaggi o luoghi reali è completamente casuale. Altri nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il frutto dell’immaginazione dell’autore, e qualunque somiglianza con fatti, luoghi o persone reali, viventi o defunte, è anch'essa casuale.

DISCLAIMER 2: Noto ora che potrebbero sorgere domande sulla numerazione di questa serie di post. Semplicemente il primo numero è quello che sarebbe un "capitolo" se la serie fosse impaginata, solo che una tale suddivisione dilungherebbe di molto i tempi di pubblicazione E i tempi di lettura.






Il sole mi assale e mi ferisce gli occhi. È buffo quanto ci stupiamo ogni volta che ritorniamo all'aperto. Bastano pochi minuti all'interno di un edificio per illuderci che l'esterno si sia fermato. Quando poi usciamo viviamo quella brevissima sensazione di disagio, quel mezzo secondo come quando devi sollevare uno zaino che sembra pieno e ci metti troppa forza.
Sorpresa, disagio, necessità di adattamento.
Il cielo si è visto strappare di dosso il vello di nuvole che lo ricopriva, ed i colori delle case ristrutturate sono ora rivelati: lavanda, azzurro, giallo canarino, sono lì a testimoniare un'amministrazione comunale fin troppo permissiva quando si tratta di controllare il Piano Regolatore.
Aspetto.
Certo che il comportamento del Questore Giuliani è a dir poco peculiare. Con tutti i mezzi che hanno debbono chiedere aiuto ad un fotografo?
Ha! Questa è bella, raccontamente un'altra purché sia altrettanto buona!
Questo autobus lo aspetterò da solo: chi deve andare a lavoro è già seduto sulla sua sedia, chi doveva tornare a casa dopo il turno di notte sta già dormendo.
O almeno è ciò che spero per lui.
Ascolto la città.
Si è calmata, dopo l'ora di punta, ma oramai è sveglia: non tornerà più in quello stato di calma soporosa che precede l'apertura degli uffici. Ora in giro ci sono soltanto coloro che lavorano sulla strada -camionisti, postini, portantini vari- e chi deve andare a fare qualche commissione: ritirare i soldi alle poste, depositarne altri, comprare il pane o il pranzo, pagare le bollette...
Tutti cercano di stare in strada il meno possibile, confidando che quel sorpasso azzardato non verrà nuclearizzato dal prossimo semaforo.
Attendo.
È incredibile quanto sia snervante l'attesa quando dipende da fattori che non puoi controllare. Il bisogno di controllare qualsiasi aspetto del mondo che ci circonda ha qui la sua massima espressione. Guidare, e sapere che manca mezz'ora a destinazione va benissimo. Aspettare l'autobus per mezz'ora, d'altro canto, è una delle cose più noiose che si possa fare a prescindere dall'avere o meno altri impegni.
Sento il rumore di un grosso mezzo alimentato a diesel. Qualcuno direbbe ridendo che allora dovrei avvertirne la puzza, invece, ma quel qualcuno è morto cinque anni fa e inoltre credo che il naso di chi vive in città si impermeabilizzi ad alcune fragranze. Come quella delle polveri sottili e del carburante incombusto.
Gira l'angolo e finalmente vedo il foriero di polveri e rumore: un camion. Aspetto che si avvicini per vedere cosa trasporta e lo capisco soltanto quando mi passa di fronte: terriccio.
Una bella delusione, eh? Ma poi cosa diavolo ci fa una persona normale con del terriccio?
Non so rispondere alla tanto cortese domanda del mio cellulare e neanche mi interessa poterlo fare.
Attendo.
No, dico. Non siamo mica in uno di quegli orribili Hard-Boiled americani dove un poliziotto -cosa che io non sono- agisce al di sopra della legge per arrivare dove la normale polizia non può arrivare.
Neanche so di preciso dove possa arrivare, la polizia. E comunque hanno i tizi in borghese, no? Cioè, se io fossi un corpo di forze dell'ordine avrei un gruppo ristretto di persone che lavora in anonimato a girare per bar e luoghi di aggregazione. Sarebbe una cosa intelligente, no?
Eccolo che arriva, stavolta sul serio.
"Buongiorno" dico mentre mostro l'abbonamento.
"Buongiorno"
Un'altra bolla di acido.
Agata dice che è colpa dei quattro caffè fuori pasto che bevo ogni giorno da anni.
Potrebbe avere ragione, anzi, con tutta probabilità ne ha da vendere.
Il problema è che se smetto di berne mi viene un'emicrania pazzesca, e se provo a berne anche soltanto tre in una giornata non arrivo sveglio alle dieci di sera. Condizione, questa, non ideale per chi lavora principalmente di notte, principalmente nascosto in macchina o dietro cassonetti o siepi.
Lavoro che, ora che ci penso, in quattro anni e mezzo non hai mai coinvolto, direttamente o meno, dei cadaveri.
Sento il telefono vibrare e un trillo mi notifica l'arrivo di una e-mail.
Ma chi sarà mai, Rrrrroberto? Ma cosa vorrà mai, Rrrrroberto?
"Mi hanno detto di rivolgermi a lei" dice l'e-mail "Vorrei discutere un problema di coppia appena possibile"
Guardo l'indirizzo di posta del mittente. È del tipo iniziale-punto-cognome-chiocciola-provider.
Apro il browser e cerco sui social network persone con lo stesso cognome e la stessa iniziale, che vivano a meno di venti minuti d'auto, con un matrimonio in corso, di mezz'età (l'utilizzo del lei tradisce un'educazione che non vedo da un po' nei giovani d'oggi) e riduco il campo a sette individui. Quindici se considero anche i giovani. Venti se amplio la distanza a trenta minuti.
Trentacinque persone in tutto e nessuna sembra lavorare per le forze dell'ordine.
Certo, potrebbe essere una mail costruita appositamente, e certo, potrebbe essere qualcuno di ancora più distante di mezz'ora di auto, ma c'è un morto in giro e non credo di essere diventato così famoso, per cui mi sento abbastanza sicuro nell'escludere un tranello per arrestarmi per violazione della privacy.
Anche se mi sbagliassi, comunque, c'è molto poco che io possa fare.
"Stasera, ore 21.00, Bar Centrale."
Dalla sua risposta posso capire se viene o meno da fuori. Di "Bar Centrale" è pieno il mondo.
"Ok"
Vive nei dintorni, quindi. Peccato, sarebbe stato un futile quanto divertente passatempo.
L'autobus vuoto è molto più tranquillo. L'autista non parla ed io raramente sono stato così lungi dal farlo e tutto questo silenzio interrotto soltanto dai gemiti di una carrozzeria fin troppo vecchia su strade a cui è stata riservata la stessa attenzione che è toccata al Piano Regolatore instilla un velato senso di solitudine.
Apro il provider di messaggistica istantanea.
"Ti senti solo, eh?"
Metto il telefono in modalità silenzioso, poi sorrido sardonico.
"Agata, sei a casa?"
Giusto lo spazio di alcuni secondi.
"Sì, vieni pure. C'è anche Gabriele"
Storco il naso. Non l'ho mai potuto soffrire, suo marito, con il suo lavoro da impiegato ed i suoi modi da self-made man, neanche fosse diventato plurimilionario.
"Bene. Devo raccontarti una cosa che è successa stamattina"
"Devo preoccuparmi?"
"No, è tutto apposto. Solo è...strano. Ha a che fare con il mio lavoro, in un certo senso"
"Va bene, a dopo."
Suono il campanello. L'autobus si ferma vicino a Corso Matteotti. Mia sorella è riuscita ad accaparrarsi un trilocale vicino al centro. È sterile e a Gabriele questo va bene, per cui non hanno bisogno di troppo spazio.
Lei ha sempre amato la vita di città.
Suono il campanello e il portone si apre dopo una trentina di secondi.
Scale in marmo bianco del milleottocento e corrimano in ferro battuto e legno laccato noce del milleottocento per sei piani. Chiaramente neanche l'intenzione di un ascensore.
Trovo la porta aperta e la mia castana sorella ad attendermi: alta un metro e settanta, capelli mossi, pelle leggermente più chiara della mia e due bellissimi occhi verdi screziati di marrone che le invidierò per forse tutta la vita. La vita con quel finto damerino e l'età hanno infiacchito la sua forma, ma dopo la morte di Valeria è la donna più bella che conosca.
Ci abbracciamo.
Non so dove sarei ora, se non avessi mia sorella. O meglio, lo so fin troppo bene, e per questo le sono riconoscente.
"Raccontami tutto"
"Beh, ciao Agata"


Parte 2d

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