domenica 16 luglio 2017

Parte 03d: Filtri 4

DISCLAIMER: Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti storici, personaggi o luoghi reali è completamente casuale. Altri nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il frutto dell’immaginazione dell’autore, e qualunque somiglianza con fatti, luoghi o persone reali, viventi o defunte, è anch'essa casuale.


Dopo pochi secondi inizio a sudare copiosamente.
I giorni della merla.
La leggenda dice che i merli una volta fossero bianchi. Arrivata la fine di Gennaio due merli, un maschio ed una femmina, si nascosero nel comignolo di un camino per sopravvivere ai tre giorni più freddi dell'anno. Una volta riemersi si accorsero di avere le piume indelebilmente nere e da quella volta i merli non furono più bianchi.
Non so perché ma al pensiero mi sale una profondissima tristezza.
Forse perché il fatto che io stia sudando significa che una volta gli inverni erano molto più freddi.
O forse perché nessuno potrà più vedere dei merli bianchi.
Inserisco le chiavi nella serratura di casa e apro la porta sul corridoio.
Prendo le scale ignorando l'entrata dell'ascensore alla mia sinistra. Prendo sempre le scale, quest'abitudine è il retaggio di un'istruzione radicata così profondamente in me che ancora si rifiuta di scomparire.
Entro in casa e il soffice tepore mi avvolge immediatamente mentre l'odore polveroso dei termosifoni mi fa prudere il naso. Poggio la busta della spesa su una sedia in cucina poi vado ad aprire le finestre per cambiare l'aria e mentre la temperatura inizia ad abbassarsi torno in cucina e preparo il caffè.
Giusto il tempo di mettere la moka sul gas e la temperatura è precipitata. Faccio il giro delle stanze di casa per chiudere le finestre ancora con il cappotto e la sciarpa addosso poi mi spoglio e rimango in cucina ad aspettare che il caffè sia pronto. Lo verso nello stesso bicchiere della mattina e vado a stendermi sul letto.
Sto con le gambe allungate sul letto e la schiena appoggiata al muro, mentre sorseggio lentamente il mio vizio.
Poche cose, in Italia, significano solitudine come bere un caffè da soli. Non sei mai da solo, quando bevi il caffè, in Italia. Neanche al bar, quando sei seduto al bancone e nessuno ti sta guardando, sei solo. C'è il barista che chiacchiera con qualcuno lì accanto o magari cerca di conversare proprio con te, c'è il brulichio della vita da bar con i suoi discorsi al limite dell'idiozia e le chiacchiere circa il calcio, la moglie di questo o quello, la politica e quanto qualcuno di assolutamente innocente stia conducendo questo paese sul fondo del baratro.
Ora no.
Ora ci siamo soltanto io, lo sciacquio del caffè quando poso il bicchiere sul comodino, il tonfo del bicchiere sul comodino e il fischio nelle orecchie che oramai accompagna tutti i miei silenzi. Siedo nella penombra pensando soltanto a quello che mi circonda e a quello che sto facendo, uno dei pochi momenti di pace che riesco a vivere, poi torna lei. Lei che apre le braccia al sole, allungando la schiena come un gatto, lei che sorride al ritrovato beltempo, al pensiero di esser qui e ora, ed è bellissimo.
Mi sento sporco al pensiero di una donna che non sia Valeria e stupido al pensiero di una donna che ho visto soltanto una volta di sfuggita e che a confronto con me è una ragazzina.
Vado a farmi la doccia nella speranza che l'acqua calda lavi via la strana sensazione che rimbalza tra il fondo dello stomaco e l'apice del diaframma.
L'acqua inizia a tamburellarmi sulla testa riempiendo le mie orecchie di un informe fruscìo mentre scorrendo sulla mia pelle mi accarezza dolce le spalle, la schiena, il torace mentre la sensazione al fondo dello stomaco scende ancora, decisa ad arrivare nei pressi dell'inguine. Aumento la temperatura, ora l'acqua è bollente e riesco solo a pensare a quanto vorrei girare la manopola per porre fine a questo dolore ma non riesco a non sentire di essermelo meritato. La mia pelle si arrossa fino a sembrare quella di un tedesco sulla spiaggia quando finalmente chiudo l'acqua e mi insapono. 
I suoi capezzoli turgidi sotto la maglia grigia si riaffacciano nel buio dietro le palpebre e decido di sciacquarmi con l'acqua gelida. Il freddo mi colpisce come un pugno bloccandomi il diaframma e congelandomi l'aria dentro i polmoni. Ritorna il fruscìo nelle orecchie solo che ora sembra il rombo insopportabile di una cascata mentre le soffici carezze si sono trasformate in brividi.
Sferro un pugno al muro ed espiro violentemente. Chiudo l'acqua per la seconda volta ed inizio a tremare mentre l'accappatoio mi chiede ridendo se sono convinto di aver avuto una buona idea.
Corro fino alla camera da letto e mi metto la tuta grigia che ho lasciato sul letto la notte prima e inizio a sentire la parte posteriore del collo irrigidirsi per il freddo. Decido di non farci caso e vado in cucina dove accendo il forno mentre tolgo i surgelati dal cartone.
Guardo verso la camera da letto e riesco a vedere un lembo dell'accappatoio.
Sì, è stata una buona idea.
Poi rapida come la luce di una cometa, arriva quella sensazione. Tutto, dalle pareti della mia abitazione all'aria che respiro, al vociare degli altri condòmini, all'odore del caffè bruciato, inizia ad essere vagamente repellente; come quando alle scuole medie avevo una professoressa che usciva a fumare e tornando in classe si spruzzava litri di profumo e io lo sentivo e poi,enta e insinuante, la puzza di nicotina e catrame che mi prendeva alla gola, chiudendola e facendomi lacrimare gli occhi. Era un vago sentore, eppure ormai sapevo che c'era e non potevo più ignorarlo, ci provavo ma ricatturava la mia attenzione come il Sole ricattura ogni volta i suoi pianeti.
Ora la sensazione di strisciante repellenza è arrivata e provo ad ignorarla ma so già che ogni mio sforzo in questo senso è destinato al fallimento.
Non c'è nulla che io possa fare che non mi suoni vuoto, repellente, vagamente nauseabondo.
Dai. Fallo.
Zitto.
Avaaaaaaaanti.
Zitto, non sei qui, non esisti.
Tira fuori le palle, sai che è l'unica soluzione.
Cazzo.
Il respiro si fa più rapido, mi tremano le gambe e le mani e la vista si fa sfuocata. Non sento più il vociare confuso degli altri esseri umani ma solo il battito martellante del cuore che pompa troppo sangue troppo forte nelle arterie e la sua voce che mi spinge ancora un po', ancora un pelo più avanti, ci siamo quasi e alzo lo sguardo verso il muro in cartongesso e sfumato, dietro la pittura bianca, vedo un volto sconosciuto che mi guarda impassibile.
Il mio braccio scatta prima in alto, fino all'altezza della spalla, e poi in avanti con una torsione del busto. Un boato.
La prima cosa di cui mi accorgo è di non sentire più il mio battito nelle orecchie. Poi sento il silenzio. Nessuno parla più, nessuno scalpiccio, tutti si sono fermati. Poi il bruciore alla mano, il formicolio e poi il dolore, sordo, dalle nocche fino al polso. Guardo il muro e mi accorgo che la mia mano, che ora gocciola sangue sul pavimento, lo ha attraversato.
Ecco, bravo. Almeno il dolore è qualcosa. No?

Parte 3e

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