Sei soltanto un guardone.
È vero.
Non hai nessuna qualsivoglia capacità.
Anche questo è vero.
Quindi non ti interessa.
È una cosa insolita.
Lo è davvero? Un ragazzino si è suicidato. Succede.
Sento la voce di Angelo ma non capisco cosa mi stia dicendo. Lo metto a fuoco sbattendo un paio di volte le palpebre.
“Perdonami Angelo, ero sovrappensiero, cosa stavi dicendo?”
“Va tutto bene? Sei rimasto immobile a fissare il vuoto per un’eternità...”
“Sì, ero sovrappensiero. È tutto a posto.”
“Sicuro?”
Sei solo. Nessuno ti accoglie sorridente quando arrivi a casa, anzi, nessuno che tu non paghi ti accoglie sorridente; non hai nulla che ti faccia alzare dal letto ogni singola mattina della tua vita a parte il tuo puerile attaccamento alla tua ridicola esistenza. Tua moglie è morta, tua sorella ti odia, gli oggetti ti parlano e l’unico lavoro che riesci a fare è stare acquattato tra le siepi a fare foto a gente che scopa.
“Sì, Angelo. Quanto ti devo?”
“Uno e ottanta” dice mentre le sue sopracciglia si avvicinano tanto da farlo sembrare un uomo di neanderthal, appena prima che la sua professionalità gli faccia spuntare il suo professionale sorriso cordiale e gli stenda tutte le asperità sul volto.
“Ecco a te. Grazie del caffè e nuona serata!”
“Grazie a te.”
Mentre pronuncia l’ultima sillaba ho già aperto la porta d’ingresso e l’aria gelida della notte mi sbatte addosso facendomi lacrimare gli occhi.
Il sole era tramontato prima che uscissi di casa ma soltanto ora noto la luce arancione artificiale che illumina il mondo.
Nonostante sembri tardi non lo è. Molti stanno rincasando dopo una giornata di lavoro e le strade sono pervase dalla stanca versione del tramestio mattutino: all’inizio della giornata serbiamo il sonnolento timore di star per vivere esattamente le stesse sedici ore del giorno precedente; al suo termine abbiamo dipinta in volto la rassegnazione di chi ha scoperto sulla sua pelle che i suoi timori si sono realizzati TUTTI.
Questa routine, però, che ad alcuni risulta soffocante al punto da spingerli a chiedere aiuto a sconosciuti supponenti che, seduti su poltrone di design, chiedono loro se hanno ricevuto la giusto dose di attenzioni dai rispettivi genitori, per sapere per quale motivo all’improvviso la loro vita non sembri più così invidiabile; ad altri calza come un maglione caldo la sera di Natale.
Essere consapevoli di ciò che succede e di ciò che si fa e avere la possibilità di interrogarsi circa lo scopo ultimo di tutto ciò è la più grande benedizione e contemporaneamente il peggior anatema che potesse essere scagliato sull’essere umano. Se, da un lato, non si corre il rischio di scoprire a cinquant’anni di aver buttato nel cesso buona parte della proprio esistenza, la domanda sul fine ultimo scava sotto la superficie, nell’estremo entroterra delle sensazioni e genera un orrore profondo, che graffia e corrode l’anima ad ogni ora, minuto, secondo. La fuga è immediata, in ogni rituale, credenza, superstizione, tutti atti a spazzar via l’atavico terrore del vuoto che abita dietro agli occhi, a solo una mollica di traverso di distanza.
Sono finalmente arrivato alla strada pedonale che costeggia la zona industiale di Castel Bastiani a nord e fa da confine ai campi coltivati a sud, fino ad arrivare a Mirandola. D’inverno la terra brulla da un lato contrasta con i capannoni dall’altro, quasi come fossero due fazioni in guerra: da una parte parcheggi, prefabbricati e strutture in prefabbricato grigio, dall’altra la terra brulla, arata e pianeggiante, interrotta nella sua monotonia soltanto da gracili alberelli spogli con i rami scarni tesi verso il cielo e sullo sfondo, appena visibili come ombre attraverso la foschia, i dolci pendii che caratterizzano questa regione.
Di notte, come in ogni luogo del mondo, tutto cambia: da una parte i parcheggi mortalmente silenziosi ed i lampioni che troppo radi proiettano coni di luce bianca, scandendo con meticolosa regolarità la vittoria dell’uomo sulla natura; dall’altra oltre qualche metro di terreno dissodato, disseminato di ombre spigolose ed il buio assoluto sovrastato, nelle notti serene, dalla volta celeste con i suoi eleganti ricami di brillanti.
Stasera non ci sono stelle e la luna è soltanto una frastagliata macchia pallida dietro le nubi.
Beh, è un po’ inquietante.
Vedo un’ombra camminare alla mia sinistra, appena oltre la zona illuminata.
Nera notte per neri pensieri.
L’ombra ride piano, con leggerezza.
La prima volta è stata il giorno dopo la morte di mia moglie. Mia sorella mi ha accompagnato a casa, era circa l'ora di cena. Non ho mangiato nulla, mi sono spogliato e sono andato a dormire.
Dopo alcuni minuti ho sentito qualcuno respirare alle mie spalle, mi sono girato le spalle e ho visto un'ombra distesa al mio fianco.
Mi sono svegliato la mattina dopo in un letto d'ospedale con la testa che girava vorticosamente e pulsava come se qualcuno ci stesse facendo dentro un rave. Vedevo sfuocato, ma sentii, anche se rimbombante, la voce di mia sorella che mi raccontava come avessero chiamato la polizia perché qualcuno urlava correndo lungo la strada, di come mi avevano trovato in stato di evidente shock, di come mi avessero sedato, portato in ambulanza in ospedale e risedato perché potessi dormire e non facessi impazzire tutto l'ospedale. Un medico mi ha prescritto delle pasticche da prendere all'ora di cena. Il ricordo dell'ombra mi è tornato pian piano, un paio di giorni dopo, mentre ero talmente stordito dalle medicine da non poter avere nessuna reazione in merito.
Una notte da lupi, vero?
Odio le domande retoriche.
Una notte da lupi.
Già va meglio.
Ti noia se ti accompagno?
Sì.
Puoi mandarmi via quando vuoi.
Non posso. Non ne sono mai stato capace.
E invece mi pareva...
Ti sembrava male. Accettandovi come parte della mia vita posso mettervi a tacere se elimino l'oggetto a cui il mio cervello ha assegnato la voce. Tu non hai oggetto. Forse se ti sparassi spariresti. Forse no. Comunque sparare in giro a caso è reato.
Oh, scusami. Non intendevo ferirti.
Certo che no. Tu sei me.
Che mi dici di quella ragazza?
Immagino non ci sia modo di evitare questa conversazione.
L'hai detto tu. Non puoi mandarmi via.
Già. Non so neanche come si chiami. Fine.
Puoi scoprirlo, però.
Non rispondo. Sento una macchina lontano.
Ti ricordi com’è iniziato?
Certo. Non passa un minuto senza che i ricordi mi tormentino.
In quel periodo stavo male. Forse sono stato sempre di temperamento depresso e alcuni eventi nella mia vita hanno fatto emergere questo mio lato più prepotentemente di altri. Non saprei. Non avevo voglia di vedere nessuno perché nessuno poteva aiutarmi e non avevo voglia di fare nulla perché non c’era nulla che valesse la pena di esser fatto. Continuai, all’epoca, a frequentare l’università come ci si aspettava che facessi, consumando una teatrale quantità di birra per poter continuare a ridere sguaiato alle battute che mi venivano rivolte. Con il tempo i ricordi si sono fatti più confusi, non ricordo più per quale motivo stessi male in quel periodo. Un pomeriggio mia sorella mi venne a trovare a sorpresa per un caffè e portò Valeria con sé. Non la conoscevo ancora.
Aprii la porta con indosso un pigiama beige e blu che puzzava terribilmente di sudore, con la barba sfatta da tre settimane, i capelli sporchi e scarmigliati e gli occhi arrossati dall’insonnia e vidi, dietro mia sorella, una ragazza con i capelli castani, lisci, e una frangetta che le arrivava quasi fino agli occhi. Gli occhiali, grandi e con la montatura di plastica di un viola talmente scuro da sembrare nero, incorniciavano due grandi occhi castani. Intravidi una lievissima spruzzata di lentiggini sulle guance ed un sorriso roseo e, pensavo all’epoca, timido.
“E lei chi è?”
“Valeria, una mia amica”
“E che ci fa qui?”
Non mi aspettavo che Valeria rispondesse. Mi aspettavo che lo scambio di battute sarebbe continuato tra me e mia sorella che iniziava a darmi dell‘ incredibilmente maleducato. Invece parlò. La sua voce, leggermente più grave di quanto il suo viso tondo lasciasse pensare disse:”Sono una studentessa di zoologia. Volevo vedere la tana di un vecchio orso in fin di vita.”
Avevo ventiquattro anni, e abitavo con i miei che in quel momento lavoravano.
Non mi ricordo quasi nient’altro di quella giornata se non il timore che il tempo passasse troppo in fretta e i miei arrivassero a interrompere qualsiasi cosa stesse succedendo.
L’unico altro ricordo che conservo è che disse sia a me che a mia sorella che avremmo dovuto vedere un film. “L’Odio” o qualcosa del genere.
Fu un bel pomeriggio.
Non lo so, ricordo solo che se ne andarono prima che me ne accorgessi. Razionalmente è stato un bel pomeriggio, certamente. Ma all’epoca ero troppo concentrato su me stesso per avere un qualsiasi giudizio a riguardo.
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