Stavamo dicendo?
Una notte da lupi. Non si vede neanche una stella.
La stella più vicina visibile ad occhio nudo di notte è Alpha Centauri, a circa quattro anni luce da noi. Sai cosa significa? Certo che lo sai, tu sei me. Significa la vediamo con quattro anni di ritardo. Significa che qualsiasi cosa accada attorno ad Alpha Centauri, noi la vediamo circa quattro anni dopo. Se non ci fossero le nubi potremmo star guardando con occhi incantati qualcosa che sta morendo, inconsapevoli del suo destino.
È molto triste.
Stai solo abbastanza tempo e scopri che tutto ciò che è bello fa schifo e ciò che fa schifo non ha importanza.
Ma tu vuoi scoprire che fine ha fatto il ragazzino.
A dir poco.
Perché?
Perché no?
Perché non sei un detective, tanto per cominciare. Perché sei un civile, tanto per cominciare, perché non siamo in America, tanto per cominciare, e anche se lo fossimo non saremmo in uno di quegli stupidi film d’azione, tanto per cominciare.
Dio, vi preferivo quando eravate degli stronzi.
Noi siamo te.
L’ultima volta che andai dalla terapista fu proprio questo ciò di cui parlammo.
“Quindi queste voci ti maltrattano, Roberto?” Disse mentre sfogliava interessata il mio diario.
“No, non sempre. Come è scritto sul mio diario.” Strascicai volontariamente l’ultima parte della frase con fare canzonatorio, mi sentivo preso in giro. Prima mi aveva chiesto di tenere un diario e poi mi faceva domande a cui avevo già risposto? Non mi pare un comportamento granché coerente. O rispettoso.
“Sì, cercavo solo di trovare uno schema...”
“Allora forse potrei renderle la vita più semplice dottoressa.”
“...ah sì?”
“Lo ha detto anche lei che le voci sono in realtà me stesso proiettato verso l’esterno, è giusto? E io, in questi diciotto mesi in cui le ho pagato la manicure, l’intimo di pizzo che fa finta di nascondere sotto l’abbigliamento formale e che tutti facciamo finta di non notare, le rate di queste poltrone di design, la penna che stringe in mano in questo momento, la tavoletta su cui poggia il taccuino ed il taccuino che stringe in mano in questo momento, le scarpe, lo smalto, gli orecchini, il suo pranzo, la sua cena e le sue bollette, in questi stramaledettissimi diciotto mesi in cui ho preso a pugni i muri per potermi impedire di distruggermi il fegato a suon di alcool da discount, mi sono raggomitolato sul letto per il gelo che pervadeva le mie membra facendomi provare una sensazione di morte che non avrei augurato a nessuno, ho avuto la sensazione che se avessi grattato con un’unghia sotto la sottile superficie del mondo avrei trovato un marasma brulicante di parassiti che con le loro piccole zampette e mandibole diaboliche mi sarebbero entrati sotto la pelle e mi avrebbero divorato le interiora, in cui mi sono ritrovato con gli occhi lucidi abbracciato a mia sorella sotto il cielo notturno illuminato dai fuochi d’artificio, in cui mi sono aggrappato con tutta la forza a sit-com e film comici per poter sorridere di nuovo, in cui ho parlato persino con gli anziani che frequentano il mio bar per non sentire il peso schiacciante della solitudine, ho provato sempre le stesse emozioni?”
La vedo prendere fiato per parlare, la fronte corrugata ed il viso arricciato in un’espressione offesa, ma alzo una mano con forza per zittirla. E funziona.
“No, dottoressa. Mi dispiace, davvero. Ci ho provato, ma non ci riesco.”
“Non ci hai provato, Roberto. Consideri il tuo intelletto mediocre superiore -forse di poco, ma indubbiamente superiore- alla media, e consideri alternatamente la consapevolezza di sé che ne deriva come un incredibile dono che ti permette di vedere le trame nascoste del comportamento umano o una maledizione che, e cito “depaupera l’esistenza del suo significato ultimo”, sono parole tue. La verità, quella che rifuggi come se fosse il demonio, in cui non credi professandoti ateo, è che hai il controllo della tua mente. Hai deciso di iniziare a bere, hai deciso di non cercare vendetta, hai deciso di cercare aiuto e di smettere di bere. Potresti esserti rimesso in carreggiata, se lo volessi, e invece passi le giornate come un piagnucolante cumulo di lenzuola abbandonato sul letto. L’unica, l’unica cosa che non hai scelto, sono le voci per cui non vuoi prendere farmaci, e lo accetto. Ma che tu ti metta a sputare sui miei anni di studio e sulla fatica che ho fatto per arrivare sin qui no, non lo accetto né come professionista né tantomeno come persona. Pertanto, se quello che hai detto è quello che pensi davvero, non preoccuparti della mia biancheria intima né tantomeno di nessun altro aspetto della mia vita, e prendi questa seduta come offerta dalla casa. Però gradirei che coerentemente con il disprezzo che dimostri non entrassi più nel mio studio.”
Completamente basito di fronte al ritorno di fiamma del mio scatto d’ira e non senza celata ammirazione per tanta dignità mi alzai in silenzio e infilai la porta dell’ufficio, lasciandomi alle spalle le poltrone di design, le librerie in noce, la bella immagine di Arianna ed il pomolo tondo della porta. Come cortesemente chiestomi dalla dottoressa non pensai più nemmeno lontanamente di tornare nel suo studio; né, d’altro canto, nello studio di nessun altro psicologo.
Le persone ti sorprendono sempre, eh. Un attimo pensi che una sia tutta un topo di biblioteca snob piena di nozioni inutili, e l’attimo dopo sfodera un carattere niente male.
Chiunque abbia dei diritti acquisiti, più o meno meritatamente, combatte a spada tratta per difenderli.
Stai pensando agli scioperi.
Sto pensando a molti scioperi della classe dirigente. O al diritto che la mia terapista si è arrogata non appena sono state messe in dubbio la veridicità e l’applicabilità del suo percorso di studi e della sua professione in genere.
Beh, devi ammettere di aver esagerato.
Era stata una brutta giornata.
Quando mai non lo è stata?
Touché.
Le notti invernali sono incredibilmente silenziose, anche se non ci facciamo caso. D’estate è tutto un frinire di grilli e cicale e il gemere dei gatti in calore e poi, al sorgere del sole, un cantar d’uccelli, e poi i galli e poi gli infiniti latrati dei cani. D’inverno, invece, nulla di tutto questo. Il silenzio cala come una coperta soffice e spegne tutto, tranne l’occasionale ululato del vento gelido, acuminato, tra noi ed il quale frapponiamo sempre più chiusure possibili così da non doverne sentire più il morso.
Stasera non c’è vento e la coltre di nubi si muove pigra senza disfarsi mai, sfilacciando la luce della Luna ma senza consentire a nulla di più flebile di raggiungere i nostri occhi.
Tra poco devo andarmene.
Non devi andartene, andare è un verbo che si usa quando ci si muove da una parte ad un’altra. Ala fine della ciclabile tornerò in mezzo alla civiltà e ai suoi lampioni e tu svanirai lasciandomi finalmente in pace.
Ma stavamo parlando così amabilmente.
Non dire stupidaggini.
Magari devo iniziare a pensare che la nostra compagnia ti piaccia.
Mi hai stancato.
Inizio ad allungare il passo. Manca ancora poco.
Dici sempre così ma in fon...
La voce alla mia sinistra scompare non appena varco i blocchi di cemento che sbarrano la pista ciclabile a tutto ciò di appena più ingombrante di una bicicletta.
...do ti senti terribilmente solo quando non ci siamo.
Alzo lo sguardo verso il lampione e la luce ammicca per qualche decimo di secondo. Sospiro sconsolato.
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