Affondo la forchetta nelle cotolette, le infilzo senza che oppongano resistenza mentre l'acciaio inox le sfalda. Non uso il coltello -non per questa roba- e ne mangio un boccone. È viscido, con la grana della panatura che mi punge il palato e la lingua, ed è unto, troppo. Il sapore dell'olio invade le papille gustative coprendo tutto il resto.
Vango assalito da conati di vomito, mi alzo e apro il rubinetto: un sorso d'acqua mi aiuta ad inghiottire il bolo molliccio e unto che mi sono preparato per cena.
Quindi? Che farai?
Finirò di cenare e scenderò al bar. Prenderò un caffè e andrò a piedi verso il Bar Centrale. Ci metterò più o meno un'ora, forse un po' di più. Mi siederò ad un tavolo ed aspetterò il cliente, avrò un colloquio con lui, tornerò a casa piedi e mi stenderò sul letto, lottando contro l'insonnia e sperando di riuscire a prendere sonno senza voler morire troppo intensamente.
Una serata piena.
Davvero.
La mia cena è quasi immangiabile.
Mi piaceva cucinare, prima. Mi piaceva mangiare bene, quando c’era Valeria. Ogni volta che la sapevo nei dintorni una calma non mia invadeva la mia mente, la sensazione che andasse tutto bene, la consapevolezza di stare bene esattamente così, senza dover cercare null’altro, hanno un potere incredibile sui nervi, riuscendo a placare persino i caratteri più scontrosi.
Quando avevo tredici anni ho tirato la mia bicicletta ad un ragazzino più piccolo. Mi prendeva in giro, e l’avevo avvertito che se non avesse smesso mi sarei visto costretto a prendere provvedimenti. Mi sfidò a provarci. Con un sospiro rassegnato sollevai una bicicletta e gliela scagliai addosso. Aveva quasi fatto in tempo a fuggire, lo presi soltanto di striscio su un polpaccio.
A quattordici anni un ragazzino mi prese in giro per una settimana al centro estivo, fino a che non abbiamo fatto una gita al mare. Lo buttai a terra, gli afferrai i capelli e lo trascinai per venti metri con la faccia nella sabbia.
Tra i diciotto e i ventidue anni rischiai per sei volte di rompermi la mano destra sferrando un pugno al muro.
All’epoca l’unica reazione che riuscivo a suscitare negli altri era uno stanco stupore che quasi sempre culminava nella retorica:”Ma ti pare il modo di comportarsi?”
Sì. Mi pareva eccome.
Poi arrivò lei. Ci conoscemmo, iniziammo ad uscire insieme e una sera, quando era uscita con le sue amiche, ebbi un altro attacco d’ira.
Con tre pugni divelsi la porta dell’armadio. Glielo dissi, mi sembrò stupido nasconderglielo, e lei reagì con una preoccupazione ed un dispiacere talmente genuini da farmi desiderare di prendermi a pugni da solo.
Vedendo la sua espressione decisi che avrei fatto di tutto perché lei non dovesse più dispiacersi di nulla. Ho quasi smesso di sfogare i miei attacchi d’ira sferrando pugni ad oggetti inanimati, ma non per imposizione. Soltanto vederla, sentire la sua voce, accogliere la sua esile figura tra le mie braccia, mi donava una calma quasi irreale.
Una volta eravamo così, abbracciati e in silenzio, prima di andare a vivere insieme, nel mio letto.
“Roberto?”
“Mh...?”
“Ma secondo te quante, tra le persone che vanno a vivere insieme, hanno quello che abbiamo noi?”
“Non lo so. Io ho te. E non potrei essere più fortunato di così. Del resto del mondo non mi interessa.”
“Lo so, ma non ti mette tristezza?”
“Non ci avevo mai pensato.”
“Lo so.”
“È molto triste.”
“Sì.”
Rimanemmo in silenzio, abbracciati, probabilmente pensando entrambi a quanto dovesse essere terribile vivere con una persona che non si ama quanto ci amavamo noi.
Adesso è morta.
Lo so. Grazie.
E tu vivi con la persona che odi di più al mondo.
So anche questo. Grazie.
La mia testa sembra piena di mattoni, con una pressione sulle tempie, come se qualcuno mi avesse infilato del poliuretano espanso nel cervello. So già fin troppo bene cosa significa questa sensazione: astinenza da caffeina.
Anche l’ultimo boccone è sparito nel mio esofago. Devo vestirmi un po’ di più se voglio andare al Bar Centrale a piedi.
Indosso il maglione di questa mattina e prendo dal mobile dell’ingresso la mia sciarpa grigio chiaro ed i miei guanti di pelle nera.
Infilo la porta e scendo le scale di corsa, il portone, poi il portone sovrastato dall’insegna al neon fucsia e verde terribilmente anni ‘80 del Bar Smith ‘84 -Angelo Mottanaci, il padrone e barista è appassionato di letteratura. Fu uno dei motivi per cui mi piacque, all’epoca, l’idea di trasferirmi qui con mia moglie- e mi dirigo al bancone con il solito passo, seguendo la solita strada leggermente obliqua rispetto al locale.
“Buonasera Roberto! Come posso aiutarti?”
Angelo è appunto uno dei motivi segreti per cui accettai di trasferirmi in questo buco dimenticato da Dio. Ci sono persone che si sono trovate, in seguito a varie vicissitudini, a dover gestire un bar od un negozio e le loro rispettive clientele. Poi c’è chi è nato per avere dei clienti.
“Ciao, Angelo. Il solito, grazie.”
Avevi detto “un caffè”.
E invece ne prendo uno doppio. Ho mentito, andrò a letto senza cena?
“Ecco a te, Roberto! Hai aggiustato la televisione?”
Non la ho più. L’ho lanciata giù per la tromba delle scale non ricordo durante quale campagna elettorale. Di solito accampo scuse per non essere aggiornato su qualche fenomeno pop tipo “la mia televisione è rotta” ma la verità è che non mi frega più un cazzo di nulla. Non delle guerre, calde, fredde, reali o potenziali che siano; non degli incidenti, delle elezioni, delle promesse del magico mondo delle televendite, dei documentari, dei film, dei libri, dello scrittore che per la terza volta in un anno presenta il suo nuovissimo libro mentre sta comodamente stravaccato su una poltrona di design mentre qualcun altro viene pagato per fargli delle domande decise a tavolino dal suo agente.
Nulla.
Ma non si sta mai da soli in Italia, se si prende il caffè.
Angelo sa tutto, è abituato a stare in mezzo alla gente. E sa anche che se una persona è sola per la maggioranza del suo tempo accetterà una chiacchierata su più o meno qualsiasi cosa.
“Non ancora, l’ho mandata in assistenza.”
“Allora non sai nulla del ragazzino?”
Oh, ma dai, non lui, ti prego...
“Quale?”
“In pratica questo ragazzo riempie la cucina di gas, si impicca e poi, non si sa ancora come, fa saltare tutto per aria. La colonna di fuoco lo spara attraverso la finestra giù fino al marciapiede su cui era parcheggiata, con le quattro frecce, la macchina dell’assessore alle politiche giovanili. Allora Rolando, incazzato a mostro per averci rimesso la macchina, fa su un polverone e mobilita tutte le forze dell’ordine legate in qualche modo a questo posto dimenticato da Dio.”
“Ma a cosa serve impiccarsi e far esplodere il proprio appartamento?”
Già, a cosa serve?
Non ti interessa.
No, infatt...
Ignoralo!
Sì, non mi interessa. Un cazzo di ragazzino depresso fa qualcosa di incommensurabilmente stupido. Sai che novità.
“Non ne ho idea, e sai cosa hanno trovato quando sono entrati nel suo appartamento?”
Non ti interessa.
“No, cosa?”
“Carta. Fogli, un sacco di fogli bruciati, sparsi per tutto l’appartamento. Molti frammenti, i più piccoli sono finiti anche per strada.”
Fogli...
“Avrà scritto una lettera d’addio.”
“Forse, ma doveva essere molto lunga, sembra che l’appartamento ne fosse letteralmente pieno.”
Un sacco di fogli...
Non ti interessa, non sei un detective privato come quelli dei film, cosa credi di fare? La polizia ha professionisti veri preposti a questo lavoro, tu cos...
Silenzio. Devo vedere quell’appartamento.
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