DISCLAIMER: Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti storici, personaggi o luoghi reali è completamente casuale. Altri nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il frutto dell’immaginazione dell’autore, e qualunque somiglianza con fatti, luoghi o persone reali, viventi o defunte, è anch'essa casuale.
La mia testa rimbalza e sbatte contro il vetro ad ogni buca.
Ricordo ancora il tonfo della porta quando i soccorsi sono arrivati. Ricordo ancora la sensazione della mano che mi fu posata sulla spalla per buttarmi da parte, la sensazione del pavimento sul fianco, la spalla ed infine la guancia. Ricordo la voce terrorizzata di Agata, ma non cosa mi disse allora.
Sento le persone parlare di questo o quello, parlano del nuovo televisore, della nuova o della vecchia ragazza, raccontano una lite, un sogno, un episodio divertente.
Chiudo gli occhi e poggio la testa sul sedile polveroso, alzando nuvole di polvere, qualcuno alle mie spalle inizia a starnutire.
Il battito d'ali d'una farfalla causa un uragano dall'altra parte del mondo...
Sospiro ed apro gli occhi, cercando l'oggetto al quale il mio subconscio ha assegnato una voce, ma non trovo nulla.
Le voci dell'autobus si stanno affollando tutte insieme dentro le mie orecchie, a stento riesco a sopportarle. Improvvisamente mi accorgo di quanto faccia caldo, chiuso in una vettura con altre trenta persone che respirano, mi accorgo di quanto poco ossigeno ci sia e solo infine di quanto forte il mio cuore pompi sangue nelle arterie. Mi sfilo il cappotto cercando di alleviare la sensazione opprimente che mi sta spappolando il cervello ma non serve a granché.
Chiudo gli occhi ed inspiro aria dal naso, espandendo la cassa toracica e concentrandomi sulla sensazione dell'aria che mi riempe i polmoni, trattengo il fiato ed espiro lentamente dalla bocca. La polvere mi fa prudere le narici.
È incredibile come nell'era dell'isolamento tecnologico ci siano ancora persone che riescono a fare tutto questo rumore. La tecnologia si sforza, notte e giorno, di isolarci, di disinfettare qualsiasi contatto umano privandolo di emozioni, espressioni, odori, gesti, inflessioni e mentre possiamo scrivere a qualcuno dall'altra parte del mondo con la consapevolezza che riceverà il nostro messaggio entro tempi una volta considerati fantascientifici emettendo soltanto un debole ticchettio.
Una goccia si impone nel mio capo visivo andando a sbattere contro il vetro.
Plick.
Poi un'altra. Plick.
Sta ricominciando a piovere. L'asfalto, troppo veloce perché io possa vederlo, inizia a macchiarsi come un vitiliginoso, le immagini si fanno più sfocate.
Alzo una mano e suono il campanello, l'autobus inchioda, io vengo sbalzato in avanti sbattendo la testa contro il sedile di fronte a me, l'autista erompe in una sonora bestemmia seguita da irripetibili improperi nei confronti della madre del conducente dell'automobile davanti e la vitale ed opprimente confusione di poco fa viene sostituita dal tramestio di chi ha appena raccolto ciò che è rotolato lungo il corridoio e lo sta rimettendo in equilibrio precario sopra il suo trolley a pois pagato uno sproposito mentre il tono di voce generale si fa sommesso e sbigottito.
Mi rimetto il cappotto mentre l'autobus riparte adagio per poi fermarsi. Scendo.
La pioggia ed il vento hanno tutta l'intenzione di punirmi per colpe che non ricordo di aver commesso, mentre il freddo si insinua attraverso i jeans sempre più fradici ed il suono dei miei passi si fa ad ogni secondo più umido.
L'edificio è di epoca fascista, con un enorme portone aperto, laccato nero con un batacchio in ferro battuto. Quando entro, alla mia destra, un cabinotto in plexiglass mi separa da un poliziotto in divisa che mi chiede annoiato chi io sia e cosa faccia in questura. Appena gli faccio il mio nome un lampo di comprensione attraversa il suo volto.
"Benissimo, signor Albanesi. Venga con me" dice.
Si gira ed esce da una porta laterale, regalandomi una magistrale vista sugli uffici: quattro scrivanie polverose ingombre di scartoffie sormontate da quattro personal computer di epoca precambriana che decorano una stanza con le mura pesca rivestite di compensato impiallacciato in noce fino ad un metro e cinquanta dal pavimento in linoleum rosso vinaccia; faccio in tempo a notare la vernice parzialmente scrostata dai caloriferi e le macchie di muffa agli angoli del soffitto prima di vedere un movimento con la coda dell'occhio sinistro e girarmi verso un agente che non vede l'ora di portarmi dal questore.
Attraverso un corridoio con il pavimento in marmo e le pareti giallo nicotina su cui si affacciano otto porte anch'esse impiallacciate in noce. In alcune l'impiallacciatura è saltata, rivelando il legno economico all'interno, spesso in prossimità della maniglia e della serratura. In fondo al corridoio svoltiamo a sinistra e saliamo due piani di scale con corrimano in ferro e legno rovinato.
Il modo in cui la divisa cade sui gomiti e viene gonfiata dal grasso sui fianchi e tirata leggermente da quello addominale, persino il movimento del suo bacino mentre sale le scale, indicano una persona non avvezza allo sport. La Polizia non è più una parte dell'esercito, e si intuisce anche dal portamento della mia guida non più militaresco ma con le spalle cadenti in avanti e il torace chiuso su se stesso.
Ci fermiamo al terzo piano, l'ultimo, ed il poliziotto infila il corridoio di fronte a noi per aprirmi la quarta porta a destra. Una targa in ottone, macchiata qua e là dall'umidità, mi avvisa che sto per entrare nell'ufficio del questore, tale Giuliani.
Toc toc.
L'agente apre la porta, infila dentro il capo e dice:"È arrivato il signor Albanesi."
"Bene" risponde una voce arrochita "lo faccia entrare."
L'agente si gira. I suoi occhi sono verdi con delle screziature nocciola, il naso aquilino è coperto da un rosso reticolo di capillari, così come gli zigomi.
"Prego, entri pure, signor Albanesi."
Lo ringrazio ed entro.
L'ufficio del Questore ha le pareti bianche con gli angoli anche qui segnati dalla muffa; la scrivania in legno color mogano è sovrastata da varie pile di scartoffie e dal monitor a tubo catodico di un computer della Dell. Seduto dietro la scrivania c'è uno stempiato uomo di mezz'età, ad occhio e croce di circa un metro e settanta per cento chili di vita sedentaria, la sua faccia è tonda come un piatto di plastica decorata da baffi brizzolati sono gialli di nicotina sopra la bocca che insieme ai capelli ed al pizzetto testimoniano una capigliatura bruna che, complici l'età e le sigarette, sta abbandonando il suo proprietario sorretta da un collo taurino che si innesta sulle spalle spioventi. I pettorali flaccidi costretti in una camicia azzurra colano sul tavolo come due gocce di muco. La posizione delle spalle e la conformazione del torace intuibile sotto lo strato di grasso, unite alla quantità di capillari scoppiati sul naso e sugli zigomi, indicano una persona affetta da bronchite cronica.
"Buongiorno, Questore."
"Buongiorno. Alla fine è venuto."
"Le avevo detto che l'avrei fatto, quindi l'ho fatto"
"Bene. Si accomodi pure" dice mentre con una mano grassa mi indica la sedia foderata in similpelle nera di fronte a lui."
Mi siedo.
"Questi sono i fatti: alle ventuno e tre minuti di ieri suona il telefono dei pompieri, che contattano noi e, alle ventuno e sei minuti, la telefonata arriva a me. Parto con una volante ed arrivo sul posto alle ventuno e ventiquattro minuti. I pompieri sono riusciti a domare l'incendio, oramai si tratta di fare gli ultimi interventi. Quello che vedo io, invece, è la macchina dell'Assessore alle Politiche Giovanili con il tettuccio deformato. Mi avvicino e sopra ci trovo il corpo morto di un uomo completamente ustionato. Non carbonizzato, bada bene. Ustionato"
"Capisco."
"Quindi accetta il caso."
"No."
Bravo, digliene due a questo borioso imbrattacarte!
Guardo il portapenne. Ha un'aria compiaciuta.
"Che cosa significa "no" signor Albanesi?"
"Ascolti, non è mia intenzione mancarle di rispetto, signor Giuliani, però lei è un questore di Polizia, capisce? Avete investigatori che lo fanno per mestiere sul serio, capisce? Io non sono un investigatore, io sono un guardone pagato da chi non sa accettare la verità, signor Giuliani. Avete tutti quegli strumenti da serie tv ed anche in mancanza di quelli, avete gente che ha studiato per fare quello che fa. Io facevo il fisioterapista, signor Giuliani. Poi a quarant'anni mi sono dovuto reinventare, ma non sono un investigatore."
Silenzio in risposta.
"Lei ha appena ammesso di fare foto a persone che non ne sono al corrente?"
L'hai fatta grossa, eh. dice la targa d'ottone del Questore.
Sorrido.
"Mai detta una cosa del genere."
"Entra in casa loro?"
E adesso come te ne sbrogli? dice l'attaccapanni, la voce soffocata dal cappotto.
"Affatto. Mi limito a fare una chiamata per far sì che chi mi ha commissionato il lavoro colga il coniuge sul fatto"
"...e basta."
"Gliel'ho detto, non sono un investigatore. Non devo raccogliere prove per un processo."
No, in effetti non devi.
Guardo in tralice la maniglia della finestra.
"Bene, arrivederci. Sappia che se osa anche solo vendere una notizia del genere ai giornali la faccio sbattere dentro."
Un fremito mi attraversa. Mi chiedo quanto stia facendo sul serio e quanto invece sia stato guidato dalla mia insubordinazione. Non credo che avrò mai una risposta.
"È tutto?"
"È tutto. Se ne vada"
Mi alzo e infilo la porta. Fuori, a qualche metro di distanza, c'è lo stesso agente che mi ha accompagnato. Mi vede, si gira e mi guida all'ingresso, il mutismo accompagnato soltanto dal rimbombo dei nostri passi lungo gli alti corridoi.
Dopo appena trenta secondi sono fuori, ed il vento mi aggredisce immediatamente dandomi il bentornato.
Parte 2c
Parte 2c
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